ROBERT McCAMMON.
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IL VENTRE DEL LAGO.
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Titolo originale: Boy's Life. 1991.
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Parte 2.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE SECONDA.
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Un'estate di angeli e diavoli.
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1.
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Ultimo giorno di scuola.
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Tic... Tic... Tic.
Nonostante quello che dice il calendario, io ho sempre considerato l'ul-
timo giorno di scuola come il primo giorno d'estate. Il sole era diventato
via via sempre pi caldo ed era pi alto nel cielo, la terra si era fatta pi
verde e il cielo si era liberato anche della pi piccola nuvola. Il caldo an-
simava per richiamare l'attenzione come un cane che sa che  venuto il suo
momento, il campo da baseball era stato falciato e le righe bianche ridipin-
te, la piscina ripitturata e riempita e, mentre la nostra insegnante, la signora
Selma Neville, intonava il suo discorso su quanto fosse stato proficuo
quell'anno scolastico e su quanto avessimo imparato, noi studenti, passati
per il travaglio degli esami finali, noi la ascoltavamo con un occhio fisso
all'orologio.
Tic... tic... tic.
Seduto al mio banco, sistemato in ordine alfabetico tra Rick Lembeck e
Dinah Macurdy, una met di me ascoltava il discorso dell'insegnante, men-
tre l'altra met desiderava ardentemente che finisse. Avevo la testa piena di
parole. Avevo bisogno di scuoterne via un po' nella splendente aria estiva.
Ma eravamo propriet della signora Neville fino allo squillo dell'ultima
campana e dovevamo aspettare e soffrire fino a che il tempo ci avesse sal-
vati, come Roy Rogers al galoppo sulla collina.
Tic... tic... tic.
Piet!
Il mondo era l fuori che ci aspettava dietro alle finestre quadrate di me-
tallo. Quali avventure i miei amici e io avremmo vissuto in questa estate
del 1964, non avevo modo di saperlo, ma sapevo che le giornate estive e-
rano lunghe e pigre, e quando il sole allentava finalmente la sua presa sul
cielo, le cicale cantavano e le lucciole intessevano la loro danza; non c'era-
no compiti da fare e... ah, era una stagione magnifica! Avevo passato l'e-
same di matematica ed ero sfuggito - con la media del C meno, se proprio
si deve sapere - alla stizzosa trappola della scuola estiva. Io e i miei amici,
durante i nostri giochi, durante le nostre corse libere e scatenate, ci sarem-
mo fermati di quando in quando a pensare ai reclusi della scuola estiva -
una prigione cui Ben Sears era stato condannato l'anno precedente - e a-
vremmo augurato loro ogni bene, perch il tempo passava anche senza di
loro, e loro non stavano certo diventando pi giovani. Tic... tic... tic.
Il tempo, re crudele.
Udimmo una certa agitazione e dei fruscii provenire dal corridoio, segui-
ti da risate e urla di pura, incontenibile gioia. Qualche altra insegnante a-
veva deciso di lasciare libera la classe in anticipo. Le mie viscere si rivol-
tarono al pensiero di tale ingiustizia. Eppure, la signora Neville, che porta-
va l'apparecchio acustico e aveva i capelli arancione, nonostante avesse
almeno sessant'anni, continu a parlare come se non ci fosse alcun rumore
di fuga dietro alla sua porta. Un pensiero mi colp: non voleva lasciarci an-
dare. Voleva tenerci l il pi a lungo possibile, non per il semplice amore
dell'insegnamento, ma forse perch a casa non aveva nessuno, e un'estate
da soli non  per niente estate.
- Spero che voi, ragazze e ragazzi, vi ricordiate di approfittare della bi-
blioteca durante le vacanze - stava dicendo la signora Neville con la sua
voce gentile, ma quando era arrabbiata poteva sputare scintille che faceva-
no sembrare spenta una meteora infuocata. - Non dovete smettere di leg-
gere solo perch la scuola  finita. Le vostre menti sono fatte per essere u-
sate. Quindi non dimenticate che quando verr settembre, un...
Driiiiiiiin!
Saltammo su, tutti insieme, come le membra di un unico, grande insetto
che si contorceva.
- Un momento - disse la signora Neville. - Un momento. Non siete
ancora liberi di andare.
Oh, quella s che era una tortura! La signora Neville, pensai in quel mo-
mento, doveva condurre una seconda vita segreta in cui strappava le ali al-
le mosche vive.
- Voi lascerete la mia aula come signorine e giovanotti per bene - an-
nunci. - In fila, una riga di banchi dopo l'altra. Signor Alcott, pu anda-
re.
Be', se non altro ci stavamo muovendo. Ma proprio allora, mentre l'aula
si stava svuotando e mi giungeva dal corridoio l'eco delle urla selvagge, la
signora Neville disse: - Cory Mackenson, vuoi venire alla cattedra, per
favore?
Ubbidii, con un'espressione di silenziosa protesta. La signora Neville mi
rivolse un sorriso con la sua bocca che sembrava uno spago dai contorni
rossi. - Non sei contento di esserti deciso ad applicarti in matematica? -
mi chiese.
- S, signora.
- Se avessi studiato cos tutto l'anno, avresti potuto ricevere una men-
zione d'onore.
- S, signora. - Peccato che non avessi avuto un bicchiere di Pozione
Numero Dieci all'inizio dell'autunno, pensai.
L'aula era vuota. Sentivo l'eco svanire. Restava solo l'odore del gesso,
del chili della mensa e dei riccioli di punta di matita: i fantasmi stavano gi
iniziando a uscire.
- Ti piace scrivere, vero? - mi chiese la signora Neville, guardandomi
al di sopra delle lenti bifocali.
- Credo di s.
- Hai scritto i migliori componimenti della classe, e hai preso i voti
migliori in dettato. Mi chiedevo se avessi voglia di iscriverti al concorso,
quest'anno.
- Il concorso?
- Il concorso di composizione - disse lei. - Lo sai, lo Zephyr Arts
Council lo patrocina ogni agosto.
Non ci avevo pensato. Il circolo artistico, presieduto dal signor Grover
Dean e dalla signora Evelyn Prathmore, sponsorizzava un concorso di
composizione di saggi e racconti. I vincitori ricevevano una targa e dove-
vano leggere i loro elaborati durante una colazione ufficiale alla biblioteca.
Mi strinsi nelle spalle. Storie di fantasmi, cowboy, investigatori e mostri
extraterrestri non mi sembravano materiale adatto a vincere un concorso:
erano un qualcosa che scrivevo per me.
- Dovresti prendere in considerazione la cosa - prosegu la signora
Neville. - Tu ci sai fare con le parole.
Mi strinsi nuovamente nelle spalle. Vedere la tua insegnante che ti parla
come a una persona normale  sconcertante.
- Passa una buona estate - disse la signora Neville e mi resi conto im-
provvisamente di essere libero.
Il mio cuore si sent come una rana che schizzava fuori dall'acqua scura
alla luce del sole. - Grazie! - esclamai e corsi verso la porta. Prima di
uscire, per, mi voltai a guardare la signora Neville. Era seduta alla catte-
dra senza compiti da correggere, senza libri con le lezioni da spiegare. L'u-
nica cosa sulla sua cattedra, a parte il tampone di carta assorbente e il tem-
peramatite che per un po' non avrebbe pi masticato niente, era una mela
rossa che le aveva portato Paula Erskine. Vidi la signora Neville, incorni-
ciata da una pozza di luce, allungare una mano e afferrare la mela, come al
rallentatore. Quindi guard l'aula dai banchi vuoti con incise sopra le ini-
ziali di tutte le generazioni che erano passate per quel posto come ondate
che rotolano verso il futuro. Improvvisamente la signora Neville mi parve
incredibilmente vecchia.
- Buone vacanze, signora Neville! - le dissi dalla porta.
- Addio - mi disse lei e sorrise.
Corsi via per il corridoio, le braccia sgombre di libri e la mente sgombra
di fatti, numeri, citazioni e date. Corsi fuori nella luce dorata del sole.
La mia estate era cominciata.
Ero sempre senza bicicletta. Erano passate ormai quasi tre settimane da
quando mamma e io eravamo andati a fare visita alla Signora. Continuavo
a scocciare la mamma perch la chiamasse, ma lei mi diceva che dovevo
essere paziente e che avrei avuto la bicicletta nuova quando fosse arrivata
e non un minuto prima. Mamma e pap avevano avuto una lunga conver-
sazione a proposito della Signora, seduti sotto il portico, alla luce blu del
crepuscolo: credo che non avrei dovuto ascoltare, ma sentii pap che dice-
va: - Non me ne importa di che cosa sogna. Io non ci vado. - A volte di
notte mi svegliavo e sentivo mio padre che gridava nel sonno e poi udivo
la mamma che cercava di calmarlo. Lo sentivo dire qualcosa come: ...nel
lago... oppure  ...gi nelle tenebre... e sapevo che cosa si era attaccato
alla sua mente come una sanguisuga nera. A cena, pap aveva iniziato ad
allontanare da s il piatto ancora mezzo pieno, il che era una diretta viola-
zione della sua tirata Finisci tutto quello che hai nel piatto, Cory, perch
ci sono dei bambini in India che muoiono di fame. Aveva cominciato a
dimagrire e doveva stringere di pi la cintura della sua uniforme di lattaio.
Anche il suo volto stava cambiando: gli zigomi si erano fatti pi affilati,
gli occhi pi infossati nelle orbite. Passava sempre pi tempo ad ascoltare
il baseball alla radio e a guardare le partite in televisione, e spesso si ad-
dormentava in poltrona con la bocca aperta. Nel sonno, i suoi lineamenti
cedevano.
Io ero spaventato per lui.
Credo di sapere che cosa lo rodeva. Non era semplicemente il fatto di
aver visto un morto. Non era il fatto che il morto fosse stato assassinato,
perch a Zephyr c'erano gi stati altri omicidi prima di allora, anche se po-
chi, grazie al cielo. Io credo che fosse la meschinit dell'atto, il brutale
sangue freddo con cui era stato compiuto, che rodevano l'animo di mio pa-
dre. Pap era per molti versi capace, una capacit dettata dal buon senso;
sapeva riconoscere il bene dal male, ed era un uomo di parola, ma era piut-
tosto ingenuo nelle cose del mondo. Io non credo che lui avesse mai pensa-
to che a Zephyr potesse esistere il male. L'idea che un essere umano potes-
se essere picchiato, strangolato e ammanettato e che gli fosse negata una
sepoltura cristiana su questa terra - e questa era una cosa terribile, successa
proprio nella citt in cui era nato e cresciuto - lo aveva ferito nel profondo.
Forse aveva incrinato qualcosa dentro di lui, qualcosa che lui non riusciva
a riparare da solo. Forse era il fatto che l'uomo assassinato sembrava non
avere un passato e che nessuno aveva risposto alle ricerche dello sceriffo
Amory.
- Doveva pur essere qualcuno - lo avevo sentito dire alla mamma una
notte, nell'altra stanza. - Non aveva una moglie, dei figli, o fratelli o so-
relle? Non aveva parenti? Mio Dio, Rebecca, doveva pur avere un nome!
Chi era? E da dove veniva?
- Questo spetta allo sceriffo scoprirlo.
- J.T. non riuscir a scoprire nulla! Ci ha rinunciato!
- Io credo che tu dovresti andare a parlare con la Signora, Tom.
- No.
- Perch no? Hai visto il disegno. Sai che  lo stesso tatuaggio. Perch
non vai a parlarle, almeno?
- Perch... - fece una pausa e io sapevo che stava cercando una rispo-
sta dentro di s - perch io non credo nella sua magia, ecco perch. Deve
aver letto di quel tatuaggio sul Journal.
- Sul giornale non era descritto cos dettagliatamente, lo sai. E ha detto
di aver sentito delle voci e la musica di un piano, e di aver visto un paio di
mani. Vai a parlarle, Tom, ti prego.
- Non ha niente da dirmi - disse pap risoluto. - Per lo meno, niente
che io voglia sentire.
Le cose stavano cos, e il sonno di mio padre continuava a essere osses-
sionato dal fantasma di un annegato senza nome.
Il primo giorno d'estate, per, non stavo pensando a questo. Non stavo
pensando al Vecchio Mos, n a Midnight Mona, n all'uomo con la piuma
verde sul cappello. Pensavo solo a raggiungere i miei amici per quella che
era diventata la celebrazione di un rito.
Corsi a casa. Rebel mi stava aspettando sotto al portico sul davanti della
casa. Dissi alla mamma che sarei tornato dopo un po' e corsi via nei boschi
dietro la nostra casa con Rebel alle calcagna. La foresta era verde e rigo-
gliosa, una brezza calda muoveva le foglie degli alberi e i raggi del sole
splendente picchiavano obliqui. Arrivai al sentiero della foresta e lo seguii,
inoltrandomi nel bosco, mentre Rebel faceva una deviazione per rincorrere
uno scoiattolo che si rifugi su un albero prima che lui potesse raggiunger-
lo. Mi ci vollero circa dieci minuti per attraversare la foresta e raggiungere
l'ampia radura verde che si trovava sulla cima della collina ai cui piedi si
estendeva Zephyr. I miei amici, che erano venuti con le loro biciclette, e-
rano gi l con i loro cani: Johnny Wilson con il suo grosso cane rosso,
Chief, Ben Sears con Tumper, e Davy Ray Callan con il suo Buddy, un
cane a chiazze bianche e marroni.
Lass il vento era pi forte. Soffiava in grossi vortici intorno alla radura,
un turbine felice di aria estiva. - Ce l'abbiamo fatta! - url Davy Ray.
- La scuola  finita!
- La scuola  finita! - grid Ben, e prese a saltare tutto intorno come
un perfetto idiota, con Tumper che gli correva al fianco, abbaiando.
Johnny si limit a fare un gran sorriso e rimase a fissare la nostra citt
con il sole che gli picchiava caldo sul viso.
- Sei pronto? - mi chiese Ben.
- Pronto - gli dissi, col cuore che cominciava a battermi forte.
- Tutti pronti? - url Ben.
Eravamo tutti pronti?
- Andiamo! L'estate  cominciata! - Ben inizi a correre lungo il limi-
tare della radura in un ampio cerchio, con Tumper che gli andava dietro a
grandi balzi. Io lo seguii, con Rebel che correva un po' davanti, un po' die-
tro di me. Johnny e Davy Ray iniziarono a correre dietro di me, i loro cani
che andavano avanti e indietro attraverso la radura, azzuffandosi tra loro.
Corremmo sempre pi veloci. Il vento soffiava ora sui nostri volti, ora
sulla schiena. Corremmo intorno alla radura sulle nostre giovani gambe
forti, col vento che parlava tra i pini e le querce che circondavano il nostro
campo di giochi. - Pi forte! - grid Johnny, zoppicando leggermente
sul piede deforme. - Dobbiamo correre pi forte!
Continuammo a correre, ora lottando col vento, ora volando davanti a
esso. I cani correvano al nostro fianco, abbaiando per la pura felicit del
movimento. Il sole scintillava sul Tecumseh River, il cielo era azzurro
chiaro e il calore dell'estate scoppiava nei nostri polmoni.
Era ora. Tutti sapevamo che era ora.
- Ben va su per primo! - gridai. -  pronto! ...
Ben lanci un urlo. Le ali gli strapparono la camicia, spuntandogli dalle
scapole.
- Le sue ali stanno diventando pi grandi! - dissi. - Sono dello stes-
so colore dei capelli, e sono pigre per essere state ferme cos a lungo, ma
ora stanno cominciando a battere! Guardatele! Guardatele!
I piedi di Ben si alzarono dal terreno e le sue ali iniziarono a portarlo
verso l'alto.
- Anche Tumper sta salendo! - dissi. - Aspettalo, Ben!
Le ali di Tumper si spiegarono. Con un guaito nervoso, il cane sal die-
tro al suo padrone. - Vieni, Tumper! - gli grid Ben. - Su, andiamo!
- Davy Ray! - dissi. - Te la senti?
Lui lo voleva, lo voleva veramente, ma vedevo che non era ancora pron-
to. - Johnny! - dissi. - Tocca a te!
Le ali di Johnny, quando gli esplosero dalla schiena, erano di un nero lu-
cente. Sal, con il grosso rosso Chief che svolazzava al suo fianco. Guardai
in su verso Ben, che era gi a quindici metri da terra e volava come un'a-
quila un po' goffa. - Ben ti bagna il naso, Davy Ray! Guardalo! Ehi, Ben!
Chiama Davy Ray!
- Su, Davy Ray! - grid Ben, si gir e prosegu in volo rovescio. -
L'aria  bellissima!
- Sono pronto! - disse Davy Ray, con i denti stretti. - Sono pronto!
Fammi salire, Cory!
- Senti le ali che ti spuntano, vero? S, le vedo! Sono pronte ad aprirsi!
Eccole! Sono aperte!
- Le sento! Le sento! - Davy Ray fece un gran sorriso, con il viso co-
perto di sudore. Le sue snelle ali color castano ramato iniziarono a sbattere
e lui sal come se stesse nuotando. Sapevo che Davy Ray non aveva paura
di volare, non l'aveva mai avuta tutte le estati che eravamo andati l. Te-
meva solo quel primo balzo, quell'atto di fede durante il quale si lascia il
terreno. - Buddy ti sta venendo dietro! - gli urlai, mentre le ali a chiazze
bianche e marroni del cane guadagnavano l'aria. Buddy sbatt le ali come
se nuotasse verso l'alto.
Le mie ali spuntarono all'improvviso dalle scapole, aprendosi come ban-
diere marroni. Mi strapparono la camicia, affamate di vento. Sentivo il de-
lirio della libert alleggerirmi le ossa. Mentre cominciavo a salire, provai
alcuni secondi di panico, come quando si fa il primo tuffo dell'estate nel-
l'acqua gelida della piscina. Le mie ali erano state compresse e a riposo
sotto la pelle sin dalla fine di agosto e, anche se si contraevano di quando
in quando verso Halloween, per la festa del Ringraziamento, e per le va-
canze di Natale e di Pasqua, erano sempre rimaste addormentate, sognando
questo giorno. Si sentivano goffe e pesanti e mi chiedevo, come facevo
ogni estate da quando era iniziato il nostro rituale, in che modo potessero
sentire l'aria quasi di loro iniziativa. Ma poi si gonfiarono di vento e sentii
la loro terrificante potenza muscolare. Diedero uno strappo, come quando
si starnutisce. Il secondo battito fu pi controllato e potente, il terzo fu po-
esia. Le mie ali presero a battere nel vento. - Ci sono! - gridai, mentre
salivo dietro ai miei amici e ai loro cani nel cielo luminoso.
Sentii un abbaiare familiare, molto vicino. Mi voltai. Le ali bianche di
Rebel erano spuntate e lui mi stava seguendo. Volai in alto, dietro agli altri
che seguivano Ben. - Non andare cos forte, Ben! - lo avvisai, ma lui
stava gi librandosi oltre i venti metri. Si meritava di volare, per quello che
aveva sopportato a terra. Tumper e Buddy planavano tutto intorno in lun-
ghi, lenti cerchi e Rebel abbai per essere ammesso nel gioco. Chief, come
il suo padrone, era un solitario. Quindi Rebel plan nuovamente verso di
me e mi lecc la faccia e io gli misi un braccio intorno al collo e insieme
volammo sopra le cime degli alberi.
Davy Ray aveva vinto le sue paure. Fece un suono gracchiante, punt la
testa all'ingi con le braccia rigide lungo i fianchi e si tuff verso la terra,
ridendo. Le ali erano tirate indietro lungo le spalle, la faccia contorta dal-
l'impatto con l'aria. - Fermati, Davy Ray! - gli gridai mentre mi sfrec-
ciava davanti con Buddy che lo seguiva ostinato. - Fermati!
Ma Davy Ray continu a scendere verso la foresta verde. Quando sem-
brava che dovesse schiantarsi come una meteora, improvvisamente le sue
ali si aprirono come un magnifico ventaglio e lui si lanci verso l'alto con
un tuffo carpiato. Avrebbe potuto toccare gli aghi dei pini se avesse voluto.
Davy vol sopra le cime degli alberi, urlando di piacere, ma Buddy ruppe
qualche ramo prima di riuscire a tirarsi nuovamente su. Il cane usc dagli
alberi sputando e ringhiando e lasciando dietro di s gli scoiattoli in stato
di choc.
Io continuai a salire verso Ben. Johnny, per i fatti suoi, stava eseguendo
lentamente degli otto. Rebel e Tumper iniziarono a rincorrersi per gioco a
venti metri d'altezza. Ben mi sorrise, la faccia e il torace inzuppati di sudo-
re, con la camicia che gli usciva dietro dai calzoni.
- Cory! - mi disse. - Guarda questo! - Intrecci le braccia sulla
pancia, tir su le ginoechia e piomb gi come una palla di cannone. Come
aveva fatto Davy, Ben apr le ali per far presa sul vento quando decise di
rallentare, ma qui qualcosa and storto. Una delle ali non si apr comple-
tamente. Ben url, sapendo di essere nei guai. Scese a vite, sbattendo le
braccia. - Sto andando gi! - gemette Ben affidandosi a un'ala sola e
a una preghiera.
Fin sulla cima degli alberi, a pancia in gi.
- Stai bene? - gli chiese Davy Ray.
- Tutto a posto? - chiesi io.
Anche Johnny smise di sfrecciare e Tumper corse dal suo padrone a lec-
cargli la faccia. Ben si sedette e ci mostr un gomito sbucciato. - Uau! -
disse. - Mi fa un po' male. - Gli stava uscendo il sangue.
- Be', non avresti dovuto andare cos forte! - gli disse Davy Ray. -
Matto!
- Sto bene, davvero - disse Ben, alzandosi. - Non abbiamo ancora
finito di volare, vero, Cory?
Era pronto a ripartire. Io cominciai a correre, con le braccia aperte. Gli
altri schizzarono intorno a me, in tutte le direzioni, anche loro con le brac-
cia aperte e il vento che soffiava in direzione contraria. - Davy Ray  a
pi di venti metri - dissi - e Buddy  lass con lui. Johnny sta facendo
un otto a quindici metri. Su, Ben! Vieni via da quegli alberi!
Venne via, aghi di pino nei capelli, la bocca aperta in un gran sorriso.
Il primo giorno d'estate era sempre un gran divertimento.
- Da questa parte, ragazzi! - grid Davy Ray, dirigendosi verso
Zephyr. Io lo seguii. Le mie ali conoscevano le vie del cielo.
Il sole ci scaldava la schiena. Le case di Zephyr erano sotto di noi, come
giocattoli su strade simili a nastri di chewing gum. Le macchine sembra-
vano quei giocattolini a molla che si comprano per meno di dieci centesi-
mi. Sorvolammo il lucido serpente marrone che era il Tecumseh, il ponte
delle garguglie e il vecchio ponte della ferrovia. Vidi dei pescatori su una
barca. Se il Vecchio Mos avesse deciso di fare uno spuntino, non sarebbe
stato l tranquillo ad aspettare che abboccasse un pesce gatto.
Le nostre piccole ombre, e quelle dei nostri cani, si muovevano sulla ter-
ra come una scrittura segreta. Volammo sulla oblunga macchia color mar-
rone scuro del Saxon's Lake. Non mi piaceva, anche se presi una corrente
calda e schizzai su a venticinque metri. Non mi piaceva quello che si tro-
vava l dentro, come un seme in una mela marcia. Davy fece una picchiata
e vol a meno di tre metri dalla superficie del lago. Pensai che avrebbe fat-
to meglio a stare attento: se gli si fossero bagnate le ali, non avrebbe pi
potuto volare finch non si fossero asciugate. Quindi sal nuovamente e
tutti insieme volammo sulla foresta e sui campi coltivati che si estendeva-
no oltre il Saxon's Lake come un patchwork di verde carico e marrone
brunito.
- Dove siamo ora, Cory? - chiese Davy Ray.
- Siamo quasi a... - dissi io.
La Robbins Air Force Base, un'enorme piatta radura in mezzo a un oce-
ano di boschi. Indicai un caccia argentato che stava per atterrare. Oltre la
base, in una zona vietata a chiunque, anche ai ragazzi con le ali, c'era un
poligono di lancio dove i piloti dei caccia sparavano a finti obiettivi e i
bombardieri di quando in quando sganciavano delle bombe vere che face-
vano tremare le finestre di Zephyr. Il campo d'aviazione segnava il limitare
della nostra escursione e noi girammo indietro nella calda aria blu e tor-
nammo per la stessa via da cui eravamo venuti: i campi, la foresta, il lago e
i tetti.
Con Rebel al mio fianco, volai in cerchio sopra alla mia casa. Gli altri
ragazzi stavano facendo lo stesso sulle loro, con i cani che abbaiavano feli-
ci. Mi resi conto di quanto la mia casa fosse piccola, in confronto al grande
mondo che si estendeva in tutte le direzioni. Da cos in alto potevo vedere
le strade che andavano verso l'orizzonte, e le macchine e i camion su quel-
le strade, diretti verso destinazioni sconosciute. Anche il desiderio di viag-
giare faceva parte dell'estate. Io lo sentivo e mi chiedevo se avrei mai per-
corso quelle strade, e se l'avessi fatto dove sarei andato. Mi chiedevo anche
cosa sarebbe successo se mamma e pap fossero usciti di casa all'improv-
viso e avessero visto la mia ombra e quella di Rebel sul cortile e avessero
guardato in su. Non credo che abbiano mai saputo che loro figlio sapesse
volare.
Feci un cerchio intorno ai comignoli e alle torrette della dimora dei Tha-
xter, in cima a Temple Street. Quindi mi riunii ai miei amici e insieme
raggiungemmo la radura con le nostre ali stanche.
Facemmo ancora qualche circolo, scendendo uno dopo l'altro come fo-
glie leggiadre. I miei piedi toccarono terra con un sussulto e continuai a
correre mentre il mio corpo e le ali si adattavano nuovamente al contatto
con la terra. Eravamo tutti a terra, e correvamo intorno alla radura, con i
nostri cani, prima spingendo il vento e poi spinti da esso. Le nostre ali si
ripiegarono e tornarono nelle loro guaine invisibili sotto le nostre scapole
cave. Le ali dei cani si infilarono nuovamente nella carne e si chiusero con
un'increspatura di pelo: bianco, marrone, rosso e a chiazze bianche e mar-
roni. Le nostre camicie strappate si ripararono da sole e nessuna madre a-
vrebbe mai saputo che cosa vi fosse spuntato attraverso. Eravamo madidi
di sudore, i volti e le braccia luccicanti e, una volta atterrati, cessammo di
correre e cademmo esausti sull'erba.
Immediatamente i cani si gettarono su di noi a leccarci il viso. Il nostro
volo rituale era finito, fino all'estate successiva.
Restammo seduti l per un po' a chiacchierare, una volta che le nostre
menti i nostri cuori si furono calmati. Parlammo delle cose che avremmo
fatto quell'estate: c'erano cos tante cose, e le giornate non sarebbero state
lunghe abbastanza. Ma decidemmo che saremmo andati a campeggiare,
questo era sicuro.
Venne l'ora di andare a casa. - Ci vediamo, ragazzi! - disse Ben, al-
lontanandosi sulla sua bicicletta, con Tumper alle calcagna. - Ci sentia-
mo! - ci disse Davy Ray salendo sulla bicicletta, mentre Buddy schizzava
all'inseguimento di un coniglio coda di cotone.
- Ciao, ci vediamo domattina - disse Johnny cominciando a pedalare
con il fedele Chief che gli correva a fianco a grandi balzi. - Quando canta
la gallina - gli risposi, salutandolo con la mano.
Mi avviai verso casa, fermandomi per lanciare qualche pigna a Rebel.
Lui si mise ad abbaiare furiosamente a una tana di bisce che aveva scoper-
to, ma io lo trascinai via prima che qualsiasi cosa fosse l dentro strisciasse
fuori. Era un buco veramente grosso.
A casa, la mamma mi guard inorridita quando entrai in cucina.
- Sei fradicio! - disse. - Che cosa hai fatto?
Io mi strinsi nelle spalle, prendendo la brocca di limonata fredda.
- Niente - risposi.
2
Discorsi da barbiere
- Spuntiamo un po' qui in cima e sfoltiamo sui lati, Tom?
- Per me va bene, direi.
- Sar fatto, amico.
Queste erano le parole con cui il signor Perry Dollar, il proprietario del
Dollar's Barbershop in Merchants Street, iniziava ogni taglio di capelli.
Non aveva importanza come uno volesse farseli tagliare: im-
mancabilmente, usciva dal negozio con i capelli spuntati un po' in cima e
sfoltiti sui lati. Naturalmente, parlo di un vero taglio di capelli, non di
quella roba da "acconciature maschili". Per un dollaro e cinquanta si aveva
il trattamento completo: una mantellina crespa da barbiere a righe blu av-
volta intorno al collo, una spuntata con le forbici e una sfoltita con la mac-
chinetta, saponata calda sul retro del collo per rasare la peluria con un ra-
soio appena affilato sulla cinghia, il tutto seguito da un'abbondante spruz-
zata da uno dei misteriosi flaconi di lozione per capelli Wildroot, Vitalis, o
Brylcreem. Dico "misteriosi flaconi" perch ogni volta che andavo a farmi
tagliare i capelli dal signor Dollar, quei flaconi, posati su uno scaffale so-
pra la sedia da barbiere, erano sempre pieni esattamente a met e il livello
sembrava non aumentare n diminuire mai di un centimetro. Quando il ta-
glio di capelli era terminato, "lo scalpo"  forse un termine pi adatto, e il
signor Dollar sbottonava la mantellina da intorno al collo e toglieva i ca-
pelli caduti nel colletto con una spazzola che sembrava fatta di baffi d'orso,
gli adulti potevano andare a pescare nel barattolo di croccante di arachidi
mentre i bambini potevano scegliere tra i lecca-lecca al limone, lime, uva o
ciliegia.
- Giornata calda, oggi - comment il signor Dollar, sollevando i ca-
pelli di pap con un pettine e tagliando le punte con le forbici.
- Altroch.
- Ce ne sono state di pi calde, per. Nel 1936, come oggi, c'erano 39
gradi.
- Quaranta nella stessa data nel 1927! - disse il signor Owen Cathcoa-
te, un vetusto esemplare che stava giocando a scacchi con il signor Gabriel
Jackson, detto "Jazzman", nel retro del negozio, che era il punto pi fresco
per via del ventilatore appeso al soffitto. La faccia rugosa del signor Ca-
thcoate era punteggiata da macchie di fegato, come la cartina di uno strano
paese straniero. Aveva gli occhi come due fessure e mani dalle dita lunghe;
gli incolti capelli di un bianco giallastro gli cadevano sulle spalle, e doverli
guardare doveva essere una tortura per il signor Dollar. Il signor Jackson
era un uomo di colore dalla pancia grossa, con i capelli grigio ferro e un
paio di baffetti curati. Lucidava e riparava le scarpe alla gente che gliele
portava: il suo laboratorio era il retro del negozio del signor Dollar. Il si-
gnor Jackson si era guadagnato il suo soprannome perch, come mi aveva
detto pap, "era capace di far uscire farfalle e calabroni da quel suo clari-
netto". Il clarinetto, in una custodia nera molto vissuta, era sempre a porta-
ta di mano del signor Jackson.
- E far ancora pi caldo prima che arrivi luglio - disse il signor Ja-
ckson mentre rifletteva sulla mossa successiva. Fece per muovere, ma poi
ci ripens. - Owen, credo che tu stia cercando di mettermi con le spalle al
muro, vero?
- Oh, non mi sognerei mai, signor Jackson!
- Ah, vecchia volpe astuta! - disse Jazzman quando si rese conto del-
la semplice ma mortale trappola che il signor Cathcoate gli aveva teso. -
Mi farai a pezzi e mi mangerai per cena, eh? Be', non sar tanto tenero da
masticare! - Fece una mossa che lo tolse temporaneamente dai guai.
Il signor Dollar era basso e tozzo e aveva la faccia come quella di un
bulldog felice. Le sue sopracciglia grigie andavano da tutte le parti e i ca-
pelli erano rasati fino allo scalpo color sabbia. Faceva le scriminature pi
precise di chiunque io abbia mai conosciuto. Sapeva tutto quello che c'era
da sapere sulla storia di Zephyr. Poich era l'unico barbiere della citt da
vent'anni, era sempre aggiornato su ogni pettegolezzo e poteva raccontarti
tutto quanto succedeva, se avevi un pomeriggio da perdere per sederti l e
stare a sentire. Aveva anche una bellissima collezione di libri di fumetti
tutti a brandelli, di Field & Streams e di Sports Illustrated, e avevo sentito
dire da Davy Ray che il signor Dollar teneva nel retro una scatola piena di
Stag, Confidential e Argosy solo per gli adulti.
- Cory? - disse il signor Dollar mentre tagliava i capelli a pap. -
Hai gi incontrato il ragazzo nuovo?
- No... signore. - Non sapevo neppure che ci fosse un ragazzo nuovo.
-  venuto ieri con suo padre a farsi tagliare i capelli. Ha dei bei capel-
li, ma quel ciuffo ribelle sulla fronte mi ha quasi spuntato le forbici.  ve-
nuto ad abitare qui la settimana scorsa.
-  quella nuova famiglia che ha affittato la casa all'angolo tra la Gre-
enhowe e la Shantuck? - chiese pap.
- S, sono loro. I Curliss. Brava gente. Hanno tutti dei bei capelli.
- Cosa fa il signor Curliss?
- Il commesso viaggiatore - disse il signor Dollar. - Vende camicie
per una ditta di Atlanta. Il ragazzo avr due anni meno di Cory. L'ho fatto
sedere sul cavallo e non si  minimamente vergognato.
Il cavallo era un palomino intagliato e dorato che era stato salvato da una
giostra in rovina; ora era imbullonato al pavimento vicino alla poltrona da
barbiere. Solo i bambini si facevano tagliare i capelli seduti sul cavallo,
anche se c'erano volte in cui desideravo potermi ancora sedere su quel ca-
vallo e mettere i piedi nelle staffe. Eppure, il fatto che il giovane Curliss, a
nove o dieci anni d'et, volesse sedere sul cavallo mi diceva che doveva
essere una femminuccia.
- Il signor Curliss mi sembra un brav'uomo - prosegu il signor Dol-
lar, girando con le forbici intorno allo scalpo di mio padre. - Anche se di
poche parole. Un po' timido per fare il rappresentante, direi.  un lavoro
duro.
- Ci credo - disse pap.
- Ho avuto l'impressione che il signor Curliss abbia girato molto. Mi ha
detto tutti i posti in cui lui e la famiglia hanno vissuto. Immagino che fa-
cendo il commesso viaggiatore si debba essere preparati ad andare in qual-
siasi posto ti mandi la ditta.
- Io non potrei farlo - disse pap. - Io ho le mie radici.
Il signor Dollar annu. Abbandon quell'argomento e ne esplor disordi-
natamente altri, come un uomo che cammina nell'erba alta e non vede altro
che il passo subito seguente. - Sissignore - disse - se quei Beatles en-
trassero qui dentro, uscirebbero con l'aspetto di uomini e non come donne.
- Le sue sopracciglia conversero, mentre lui divagava in un'altra direzio-
ne ancora. - I comunisti dicono che ci seppelliranno. Bisogna fermarli
finch si pu, prima che entrino nel nostro paese. Bisogna mandare i nostri
ragazzi a dargliene una dose in quel posto l, ...sai, dove coltivano tutto
quel bamb.
- Vietnam - sugger pap.
- Giusto. Quel posto l. Ammazziamoli l e non dovremo pi preoccu-
parci di loro. - Le forbici stavano acquistando velocit e un nuovo pen-
siero stava prendendo forma in un qualche punto tra le orecchie del signor
Dollar. - J.T. ha poi scoperto chi era quello che  finito nel Saxon's Lake,
Tom?
Osservai il viso di mio padre: non vi colsi nessuna espressione in parti-
colare, ma sapevo che la domanda doveva essere stata come una pugnalata
per lui. - No, Perry. Non l'ha pi scoperto.
- Per me era un federale, io credo - azzard Jazzman. - Era venuto a
cercare le distillerie e i Blaylock lo hanno ucciso.
-  quello che crede anche il signor Sculley - disse pap.
- I Blaylock significano guai, ecco la verit. - Il signor Dollar accese
la macchinetta e attacc le basette di pap. - Non sarebbe il primo che
uccidono.
- Perch dici cos?
- Sim Sears comprava il whisky dal fratello pi giovane, Donny. Oh,
oh... - il signor Dollar guard verso di me - ho detto qualcosa che non
dovevo dire?
- Non c' problema - gli disse pap. - Va' pure avanti.
- Be', questo me l'ha detto Sim, quindi immagino che ora abbia risolto
il problema. In ogni modo, Donny Blaylock vendeva liquore di contrab-
bando a Sim, e Sim mi ha detto che Donny e lui, una notte, si sono ubria-
cati nei boschi, la notte in cui  caduta la meteora lass vicino a Union
Town, e Donny gli ha detto delle cose.
- Delle cose? - chiese pap. - Quali cose?
- Donny ha raccontato a Sim di aver ucciso un uomo - disse il signor
Dollar. - Non gli ha detto perch, quando o chi fosse. Gli ha solo detto
che aveva ucciso un uomo e che ne era felice.
- J.T. sa di questo?
- No-o! E non lo verr a sapere da me. Non voglio che J.T. si faccia
uccidere. Hai mai visto Biggun Blaylock?
- No.
- Grosso come un alce e cattivo come un diavolo. Se dicessi a J.T.
quello che Sim mi ha raccontato, dovrebbe andare a cercare i Blaylock. E
se mai li trovasse, cosa di cui dubito, loro lo appenderebbero per i piedi e
gli taglierebbero la gola come a un... - Il signor Dollar guard nuovamen-
te verso di me, che me ne stavo seduto, tutto occhi e orecchie, nascosto
dietro a un fumetto di Falco. - Be', penso che quella sarebbe la fine del
nostro sceriffo - concluse il signor Dollar.
- Ma i Blaylock non sono i padroni della contea! - disse pap. - Se
hanno commesso un omicidio, dovrebbero pagare.
- Giusto, dovrebbero - convenne il signor Dollar, tornando al suo ta-
glio. - Biggun  venuto qui lo scorso novembre a ritirare un paio di stiva-
li che si era fatto risuolare. Te lo ricordi, Jazzman?
- Certo che me lo ricordo. Begli stivali, e costosi. Avevo una paura ma-
ledetta di fargli qualche graffio.
- Sai cosa ha detto Biggun mentre pagava per gli stivali? - chiese il
signor Dollar a mio padre. - Disse che erano stivali fatti per calpestare, e
chiunque si fosse trovato sotto, non si sarebbe pi rialzato. Immagino vo-
lesse dire che non voleva che qualcuno si interessasse dei suoi affari. Chi 
cos stupido da andare a impicciarsi per farsi ammazzare dai Blaylock?
-  quello che  successo a quel tizio in fondo al lago - disse Jazz-
man. - Si era impicciato degli affari dei Blaylock.
- A me non interessa se distillano il loro liquore di contrabbando e
vanno in giro a venderlo con i loro camion - prosegu il signor Dollar. -
A me non danno fastidio. Non mi interessa se organizzano le loro corse di
macchine, perch io non scommetto. E non mi interessa cosa fanno con
quegli angeli caduti nel locale di Grace Stafford, perch io sono uno tutto
casa e famiglia.
- Scusa un momento - disse pap. - Cosa sai del locale di Grace
Stafford?
- Non  suo. Lei lo gestisce solo. I Blaylock sono i proprietari, della
casa e di tutto l'armamentario, compresi gli arricciacapelli.
Pap emise un'espressione di sorpresa. - Non lo sapevo.
- Oh, s!! - Il signor Dollar applic la saponata sulla nuca di pap e
affil un rasoio a mano libera sulla striscia di cuoio. - I Blaylock ci fanno
un mucchio di soldi, questo  sicuro. Hanno fatto una fortuna con i ragazzi
della base. - Con mano ferma, cominci a rasare il collo di pap. - I
Blaylock sono un osso troppo duro per J.T. Ci vorrebbe Edgar Hoover in
persona per sbatterli in galera.
- Wyatt Earp ci riuscirebbe - si intromise il signor Cathcoate. - Se
fosse ancora vivo, voglio dire.
- Immagino di s, Owen. - Il signor Dollar mi lanci un'occhiata, co-
me per sondare il mio interesse, quindi si rivolse nuovamente al vecchio:
- Ehi, Owen! Io non credo che Cory, qui, sappia di te e Wyatt Earp! - Il
signor Dollar mi fece una strizzatina d'occhio con fare cospiratore. - Rac-
contagli la storia, vuoi?
Il signor Cathcoate non rispose per qualche momento, per toccava a lui
giocare e non fece alcuna mossa. - Naah - rispose finalmente - lascia
stare.
- Andiamo, Owen! Raccontala al ragazzo! Tu vuoi sentirla, vero,
Cory? - Prima che io avessi il tempo di dire s o no, il signor Dollar pro-
segu. - Vedi? Vuole sentirla!
- E stato tanto tempo fa - disse calmo il signor Cathcoate.
- Nel 1881, vero? Il 26 ottobre a Tombstone, in Arizona, no? E avevi
nove anni?
- Esatto. - Il signor Cathcoate annu. - Avevo nove anni.
- E racconta al ragazzo cos'hai fatto quel giorno.
Il signor Cathcoate rimase a fissare la scacchiera. - Su, Owen - lo e-
sort Jazzman con tono gentile. - Diglielo.
- Ho... ho ucciso un uomo, quel giorno - disse il signor Cathcoate -
e ho salvato la vita di Wyatt Earp all'O.K. Corral.
- Ecco, Cory! - Il signor Dollar fece un gran sorriso. - Ci scom-
metto che non sapevi di essere seduto vicino a un vero pistolero in carne e
ossa! - Il modo in cui il signor Dollar l'aveva detto mi faceva pensare che
lui non credesse a una parola di tutto ci e che si divertisse a punzecchiare
il signor Cathcoate. Naturalmente avevo sentito parlare dell'O.K. Corral.
Qualunque ragazzo, che avesse anche solo un fugace interesse per i co-
wboy e il selvaggio West, conosceva quella storia, del giorno in cui i fra-
telli Earp - Wyatt, Virgil e Morgan - e il baro, "Doc" Holliday, affrontaro-
no i famigerati ladri di bestiame, i Clanton e i McLowery, nella polvere in-
fuocata di Tombstone. -  vero, signor Cathcoate? - chiesi.
- Vero. Fui fortunato, quel giorno. Ero solo un ragazzo, non sapevo
niente di pistole... quasi mi sparai su un piede.
- Raccontagli come hai salvato il vecchio Wyatt - lo esort il signor
Dollar, togliendo le ultime tracce di saponata dal collo di mio padre con
una salvietta bagnata di acqua bollente.
Il signor Cathcoate aggrott la fronte. Immaginai che non gli piacesse ri-
cordarlo, o forse stava cercando di rimettere insieme i particolari. Un uomo
di novantadue anni deve aprire molte porte per ricordarsi cos'era successo
quando ne aveva nove. Ma immagino che quel giorno in particolare vales-
se la pena di essere ricordato.
Alla fine, il signor Cathcoate disse: - Non ci doveva essere nessuno
sulla strada. Tutti sapevano che ci sarebbe stato un regolamento di conti tra
gli Earp, Doc Holliday, i McLowery e i Clanton. La cosa covava gi da un
po'. Ma io ero l, nascosto dietro a una baracca. Povero piccolo sciocco. -
Allontan la sedia dalla scacchiera, e rimase seduto con le lunghe dita in-
trecciate mentre la brezza del ventilatore gli muoveva i capelli. - Sentii
gridare e poi sparare. Sentii il rumore dei proiettili che colpivano la carne.
 un rumore che non si dimentica neanche se si arriva a centonovantadue
anni. - I suoi occhi a fessura erano fermi su di me, ma sapevo che stava
guardando verso il passato, un passato in cui nuvole di polvere si solleva-
vano dalla terra bagnata di sangue e ombre scure puntavano le loro rivol-
telle a sei colpi. - Ci fu una terribile sparatoria - disse. - Un proiettile
colp la baracca, vicino alla mia testa. Lo sentii fischiare. Mi abbassai len-
tamente e rimasi l. Poco dopo, un uomo mi pass a fianco barcollando e
cadde in ginocchio. Era Billy Clanton. Era stato colpito pi volte, ma ave-
va ancora la pistola in mano. Guard verso di me, proprio verso di me. Poi
toss e il sangue gli usc dalla bocca e dal naso e lui cadde in avanti proprio
vicino a me.
- Uau! - esclamai, con le braccia coperte dalla pelle d'oca.
- Oh, non  finita! - annunci il signor Dollar. - Va' avanti, Owen!
- Un'ombra mi copr - disse il signor Cathcoate, con la voce rauca. -
Alzai lo sguardo e vidi Wyatt Earp. Aveva la faccia coperta di polvere e
sembrava alto tre metri. Mi disse: Corri a casa, ragazzo. Mi sembra an-
cora di sentirlo, come fosse ora. Ma avevo paura e rimasi dov'ero. Wyatt
Earp gir intorno alla baracca. La sparatoria era finita. I Clanton e i
McLowery erano tutti a terra, crivellati di colpi. Fu allora che successe.
- Successe cosa? - chiesi quando il signor Cathcoate fece una pausa
per respirare.
- Il tipo che si era nascosto in un barile vuoto si alz e punt la sua pi-
stola alla schiena di Wyatt Earp. Non lo avevo mai visto prima. Ma era l,
vicino a me come lo siete voi ora. Punt e io lo sentii tirare indietro il cane.
- Adesso viene la parte pi bella - disse il signor Dollar. - E poi,
Owen?
- Poi... presi la pistola di Billy Clanton. Era pesante come un cannone,
ed era tutta sporca di sangue sull'impugnatura. Riuscivo appena a tenerla in
mano. - Il signor Cathcoate rimase un attimo in silenzio, con gli occhi
chiusi. Quindi prosegu. - Non c'era tempo per gridare. Non c'era tempo
per fare niente, tranne quello che feci. Io volevo solo sparare per aria, per
spaventare il tizio e attirare l'attenzione di Wyatt Earp. Ma la pistola part.
Boom. - Apr gli occhi al ricordo dello sparo. - Il contraccolpo mi gett
per terra, quasi mi ruppe una spalla. Sentii il proiettile colpire un sasso a
circa quindici centimetri dal mio piede destro e poi fin diritto contro il
polso del tipo, il polso della mano con cui teneva la pistola. Gli fece cadere
la pistola di mano e gli fracass il polso, tanto che la punta di un osso gli
usc fuori. Prese a sanguinare come una fontana. E mentre questo moriva
dissanguato, io continuavo a dire: Mi dispiace. Mi dispiace. Mi dispiace.
S, perch io non volevo uccidere nessuno, io volevo solo impedire che
Wyatt Earp venisse ammazzato. - Fece un lungo, silenzioso sospiro: era
come il rumore del vento che soffia la polvere sulle tombe di Boot Hill. -
Io rimasi in piedi a guardare il corpo dell'uomo, tenendo sempre in mano la
pistola di Billy Clanton. Doc Holliday venne da me, mi diede una moneta
da mezzo dollaro e mi disse: Va' a comprarti una caramella, ragazzo. 
da l che mi sono guadagnato il soprannome.
- Che soprannome? - chiesi.
- Caramella Kid - rispose il signor Cathcoate. - Wyatt Earp venne a
cena a casa nostra. Mio padre era un agricoltore. Non avevamo molto, ma
gli demmo da mangiare meglio che potemmo. Lui mi diede la pistola e la
fondina di Billy Clanton come dono per avergli salvato la vita. - Il signor
Cathcoate scosse la sua testa incolta.
- Avrei dovuto gettare quella dannata pistola nel pozzo, come voleva
mia madre.
- Perch?
- Perch - disse, e qui mi sembr che si irritasse e si agitasse - mi
piaceva troppo, ecco perch! E imparai a usarla! Mi venne a piacere il suo
odore, il suo peso, e la sensazione di calore nella mano, subito dopo che
aveva sparato, e come quella bottiglia cui avevo puntato andava in frantu-
mi nel giro di un secondo, ecco perch. - Fece una smorfia come se aves-
se appena gustato un frutto dal sapore amaro. - Iniziai a sparare agli uc-
celli nel cielo e a credere di essere un mago nell'estrarre la pistola veloce-
mente. E poi prese a girarmi nella testa la curiosit di sapere quanto fossi
pi veloce con la pistola degli altri ragazzi. Continuai a esercitarmi, conti-
nuai a far correre la mano verso quella maledetta fondina e a tirar fuori
quel cannone. E quando avevo sedici anni, andai a Yuma con una diligen-
za e l uccisi un pistolero di nome Edward Bonteel, e fu allora che misi un
piede all'inferno.
- Il vecchio Owen si fece un nome - disse il signor Dollar spazzo-
lando via i capelli caduti dalle spalle di pap. - Come Caramella Kid, vo-
glio dire. Quanti tizi hai mandato al creatore, Owen? - Il signor Dollar mi
lanci un'occhiata veloce e mi fece una strizzatina d'occhio.
- Ho ucciso quattordici uomini - disse il signor Cathcoate e non c'era
orgoglio nella sua voce. - Quattordici uomini. - Rimase a fissare i qua-
dri rossi e neri della scacchiera. - Il pi giovane aveva diciannove anni, il
pi vecchio quarantadue. Forse alcuni meritavano di morire. O forse non
sta a me dirlo. Li ho uccisi, tutti, in scontri leali. Ma io volevo ucciderli.
Stavo cercando di farmi un nome, di diventare importante. Il giorno in cui
fui colpito da un uomo pi giovane e pi veloce, capii che avevo i giorni
contati e mi ritirai.
-  stato colpito? - chiesi. - E dove?
- Al fianco sinistro. Ma io ho mirato meglio. L'ho preso proprio in
mezzo alla fronte, in pieno. Ma i miei giorni come pistolero erano finiti.
Andai a est e arrivai qui. Questa  la mia storia.
- Hai ancora quella pistola e la fondina, vero, Caramella Kid? - chie-
se il signor Dollar.
Il signor Cathcoate non rispose. Rimase l seduto, immobile. Pensai che
si fosse addormentato, anche se i suoi occhi dalle palpebre pesanti erano
ancora aperti. Poi, all'improvviso, si alz dalla sedia e and a passi rigidi
verso il signor Dollar. Alz il viso verso quello del signor Dollar e io vidi
la sua espressione nello specchio: il viso coperto di macchie era torvo e te-
so, come un teschio fasciato di pelle marrone. La bocca del signor Cathco-
ate si apr in un sorriso, ma non era un sorriso felice. Era un sorriso terribi-
le e vidi il signor Dollar ritrarsi.
- Perry - disse il signor Cathcoate - io lo so che tu pensi che sono un
vecchio pazzo, mezzo fuori di testa. Accetto il fatto che tu rida di me
quando pensi che io non stia guardando. Ma se non avessi gli occhi anche
sul retro della testa, Perry, ora non sarei vivo.
- Uh... uh... ma cosa dici, Owen! - balbett il signor Dollar. - Io non
rido di te! Sul serio!
- Allora, o mi stai mentendo oppure stai dicendo che io sono un bu-
giardo - disse il vecchio, e qualcosa, nel tono pacato in cui lo disse, mi
fece gelare.
- Io... mi dispiace se tu pensi che...
- S, ho ancora la pistola e la fondina - lo interruppe il signor Cathco-
ate. - Le ho tenute in ricordo dei bei vecchi tempi. E ora, senti bene que-
sto, Perry. - Gli and pi vicino e il signor Dollar cerc di sorridere, ma
gli riusc di fare solo un debole ghigno. - Tu puoi chiamarmi Owen o si-
gnor Cathcoate. Puoi chiamarmi "Ehi, tu" oppure "Vecchio". Ma non mi
devi chiamare con il mio nome da pistolero. N oggi, n domani, n mai.
Siamo d'accordo, Perry?
- Owen, non c' bisogno di...
- Siamo d'accordo? - ripet il signor Cathcoate.
- Uh... s, certo. Sicuro. - Il signor Dollar annu. - Tutto quello che
dici tu, Owen.
- No. Non tutto quello che dico io. Solo questo.
- Okay. Va bene.
Il signor Cathcoate fiss il signor Dollar negli occhi ancora per qualche
secondo, come se vi cercasse la verit. Poi disse: - Ora vado - e si avvi
alla porta.
- E la nostra partita, Owen? - chiese Jazzman.
Il signor Cathcoate si ferm. - Non ho pi voglia di giocare - disse,
quindi apr la porta e usc nel caldo pomeriggio di giugno. Quando la porta
si richiuse, entr una folata di aria calda. Io mi alzai, andai alla vetrina e
osservai il signor Cathcoate allontanarsi lentamente lungo il marciapiede
di Merchants Street, con le mani in tasca.
- Be', cosa ne pensate? - chiese il signor Dollar. - Che cos' che lo
ha fatto arrabbiare, secondo voi?
- Sa che non credi a una parola di questa storia - disse Jazzman, co-
minciando a riporre gli scacchi e la scacchiera.
-  vera o no? - Pap si alz dalla poltrona. Sembrava avesse le orec-
chie attaccate molto pi in basso e aveva il retro del collo tutto arrossato,
dove era stato rasato e spazzolato.
- Ma certo che non  vera! - Il signor Dollar rise con aria di suffi-
cienza. - Owen  pazzo! Sono anni che  fuori di testa!
- Non  andata come ha detto lui? - Continuavo a guardare il signor
Cathcoate che si allontanava lungo il marciapiedi.
- No. Si  inventato tutto.
- Come fai a esserne sicuro? - gli chiese pap.
- Suvvia, Tom! Cosa ci fa un pistolero del selvaggio West a Zephyr? E
non pensi che sarebbe sui libri di storia se un ragazzo avesse salvato la vita
a Wyatt Earp all'O.K. Corral? Sono andato alla biblioteca e ho controllato,
ma non c' una parola su nessun ragazzo che abbia salvato la vita a Wyatt
Earp, e inoltre, in questo libro che ho trovato che parla di pistoleri, non c'
nessuno chiamato Caramella Kid. - Il signor Dollar tolse i capelli dalla
poltrona con colpi furiosi. - Tocca a te, Cory. Su, siediti.
Io feci per allontanarmi dalla vetrina, ma vidi il signor Cathcoate alzare
una mano per salutare qualcuno. Vernon Thaxter, nudo come l'innocenza,
stava camminando sull'altro lato di Merchants Street. Vernon camminava
in fretta, come se dovesse andare in qualche posto importante, ma alz una
mano per salutare il signor Cathcoate.
I due pazzi si incrociarono, e proseguirono ognuno per la loro strada.
Io non risi. Mi chiesi cosa fosse che faceva credere cos intensamente al
signor Cathcoate di esser stato un pistolero, e a Vernon di dover andare ve-
ramente da qualche parte in tutta fretta.
Salii sulla poltrona. Il signor Dollar mi mise la mantellina intorno al col-
lo e mi pass il pettine tra i capelli qualche volta, mentre pap si sedeva a
leggere Sports Illustrated.
- Spuntiamo un po' qui in cima e sfoltiamo sui lati? - chiese il signor
Dollar.
- S, signore - dissi. - Per me va bene.
Le forbici si misero a cantare, e piccole parti di me volarono via.
3
Un ragazzo e una palla
Era sul portico davanti a casa quando arrivammo, di ritorno dal barbiere.
Bella in vista, sul suo cavalletto.
Una bicicletta nuova di zecca.
- Perbacco! - dissi, scendendo dal camioncino. Fu tutto quello che
riuscii a dire. Salii i gradini del portico come in trance e la toccai.
Non era un sogno. Era reale, ed era bellissima.
Pap fece un fischio di ammirazione. Sapeva riconoscere una bella bici-
cletta, quando la vedeva. -  un bell'oggetto, eh?
- Sissignore. - Non riuscivo ancora a crederci. Davanti a me c'era
qualcosa che avevo desiderato con tutto il cuore per tanto, tanto tempo. E
ora era mia, e io mi sentivo padrone del mondo.
Anni dopo, ho pensato spesso che non ci furono mai labbra di donna pi
rosse di quella bicicletta. Nessuna macchina sportiva straniera dall'assetto
ribassato, le ruote a raggi e il motore che ronza alla perfezione mi sarebbe
mai sembrata cos potente o cos veloce come quella bicicletta. Nessun
metallo cromato avrebbe mai brillato con una tale purezza, come una luna
d'argento in una notte d'estate. Aveva un grosso fanale rotondo, una trom-
ba con una palla di gomma e il telaio sembrava forte e solido come i bici-
piti di rcole. Ma sembrava anche veloce: il manubrio piegato in avanti
come un invito ad assaporare il vento, i pedali di gomma nera mai sfiorati
da alcun piede prima del mio. Pap fece scorrere un dito sul fanale, poi
sollev la bicicletta con una mano. - Ragazzi,  leggerissima! - disse,
meravigliato. -  il metallo pi leggero che io abbia mai visto! - La ri-
mise gi, e la bicicletta rimase sul suo cavalletto, come un animale obbe-
diente, ma non del tutto domo.
Nel giro di due secondi ero gi sulla sella. All'inizio ebbi qualche pro-
blema, perch dal modo in cui il manubrio e il sellino erano rivolti in avan-
ti mi sembrava di perdere l'equilibrio. La mia testa era spinta in avanti sul-
la ruota anteriore, la schiena schiacciata gi in una linea retta che seguiva
il telaio della bicicletta. Avevo l'impressione di trovarmi su una macchina
che poteva facilmente sfuggirmi di mano, se non fossi stato attento. C'era
un qualcosa che mi elettrizzava e mi spaventava al tempo stesso.
La mamma usc di casa. La bicicletta era arrivata circa un'ora prima, ci
disse. L'aveva portata il signor Lightfoot sul retro del camion. - Ha detto
che la Signora vuole che tu vada piano finch non si  abituata a te - dis-
se. Guard pap, che stava girando intorno alla bicicletta nuova. - Pu
tenerla, vero?
- Non mi piace accettare la carit, lo sai.
- Non  carit,  la ricompensa per una buona azione.
Pap prosegu nella sua ispezione. Si ferm e tocc con la scarpa la
gomma anteriore. - Deve esserle costata una cifra.  una gran bella bici-
cletta, questo  sicuro.
- Posso tenerla, pap? - chiesi.
Rimase l, fermo, con le mani sui fianchi. Si morse il labbro inferiore per
un momento e poi guard la mamma. - Non  carit?
- No.
Lo sguardo di pap si ferm su di me. - S - disse, e mai parola fu pi
benvenuta. -  tua.
- Grazie! Grazie! Grazie! Grazie un milione di volte!
- Allora, adesso che hai una bicicletta nuova, come la chiamerai? -
chiese pap.
Non ci avevo ancora pensato. Scossi la testa, cercando di abituarmi al
modo in cui la bicicletta teneva il mio corpo teso in avanti come una lan-
cia.
- Tanto vale che tu la porti fuori a fare un giro, non pensi? - fece sci-
volare un braccio intorno alla vita di mamma e mi sorrise.
- Sissignore - dissi, ma scesi per tirare su il cavalletto e guidarla gi
per i gradini del portico. Mi sembrava un'offesa far sbattere la bicicletta
prima ancora che avessimo potuto conoscerci. Oppure, forse, avevo paura
di svegliarla. Mi sedetti nuovamente sulla sella, puntando i piedi per terra.
- Su, vai - mi disse pap. - Solo non andare troppo forte.
Annuii, ma non mi mossi. Giuro che mi parve di sentir fremere la bici-
cletta, quasi di impazienza. O forse ero io.
- Su, parti - disse pap.
Quello era il momento della verit. Tirai un gran respiro, misi un piede
sul pedale, e spinsi con l'altro. Poi tutti e due i piedi furono sui pedali e io
puntai la bicicletta in direzione della strada. Le ruote giravano quasi senza
rumore, solo un lieve tic... tic... tic come una bomba pronta a esplodere.
- Divertiti! - disse mia madre, aprendo la porta per entrare in casa.
Io mi voltai e tolsi una mano dal manubrio per salutare, e la bicicletta
improvvisamente sband, senza controllo, e prese a zigzagare all'impazza-
ta. Quasi, feci la mia prima caduta, ma poi rimisi la mano sul manubrio e
la bicicletta si raddrizz. I pedali erano morbidi come gelato, le ruote gira-
vano sempre pi forti sull'asfalto caldo. Quella era una bicicletta, mi resi
conto, che poteva scapparti da sotto come un razzo. Corsi lungo la strada,
col vento che mi fischiava tra i capelli tagliati di fresco e, a dirvi la verit,
mi sentivo come se riuscissi a star su solo per puro istinto di conservazio-
ne. Ero abituato a una catena vecchia e pigra con ingranaggi che avevano
bisogno di una grossa forza, ma quella bicicletta richiedeva un tocco pi
leggero. Quando frenai per la prima volta, quasi volai gi dal sellino. La
feci girare con un'ampia curva e le diedi una maggiore velocit, e presi ad
andare cos veloce, cos forte, che cominci a sudarmi la nuca. Mi sembra-
va che sarebbe bastata una pedalata per staccarmi da terra, ma la ruota an-
teriore rispondeva alla mia stretta sul manubrio, e apparentemente bastava
che io pensassi in che direzione volevo girare. Come un razzo, la bicicletta
mi port lungo le strade ombrose della citt e, mentre tagliavamo il vento
insieme, decisi che quello sarebbe stato il suo nome.
- Razzo - dissi, e la parola sfugg all'indietro, portata dal flusso d'aria.
- Ti piace?
Non mi disarcion. Non gir verso l'albero pi vicino. Lo presi come un
s.
Cominciai a farmi pi spavaldo. Feci qualche sbandata e qualche otto e
saltai su e gi dai marciapiedi; Razzo mi ubbid senza esitazione. Mi pie-
gai sul manubrio e spinsi sui pedali con tutte le mie forze e Razzo sfrecci
su per Shantuck Street, con le pozze di luce e di ombra che si aprivano da-
vanti a me. Salii come una freccia sul marciapiedi e le gomme percepirono
appena le fessure della pavimentazione. L'aria era calda nei miei polmoni e
fresca sul mio viso, le case e gli alberi mi sfrecciavano accanto in una su-
blime e confusa visione. In quel momento mi sentivo tutt'uno con Razzo,
come se fossimo fatti della stessa pelle e dello stesso grasso e, quando sor-
risi, un insetto mi entr in bocca. Non mi interessava. Lo ingoiai perch
ero invincibile.
Queste idee portano inevitabilmente a quanto successe dopo.
Presi un pezzo di marciapiede rotto senza rallentare, n cercare di evitar-
lo e sentii Razzo tremare da parafango a parafango. Il colpo mi fece stac-
care una mano dal manubrio, la ruota anteriore di Razzo colp uno spigolo
di cemento e la bicicletta si impunt e sgropp come uno stallone infuria-
to. I miei piedi si staccarono dai pedali, il sedere si sollev dal sellino e
mentre volavo per aria pensai a cosa mi aveva detto la mamma: La Signo-
ra vuole che tu vada piano finch non si  abituata a te.
Non ebbi molto tempo per riflettere. Un secondo dopo atterravo su una
siepe in un cortile, mi manc il respiro con un whoosh e le foglie verdi mi
portarono gi. Feci quasi un buco nella siepe. Avevo le guance e le braccia
graffiate, ma non avevo sbucciature e non sanguinavo. Mi alzai dalla siepe,
scuotendomi le foglie di dosso, e vidi Razzo sdraiata su un fianco, nell'er-
ba. Il terrore mi attanagli: se avevo rotto la bicicletta nuova, pap mi a-
vrebbe sculacciato alla grande. Mi inginocchiai di fianco a Razzo, per
quantificare i danni. Il pneumatico anteriore era segnato e il parafango pie-
gato, ma la catena era ancora al suo posto e il manubrio diritto. Il fanale
era intatto, il telaio pure. Razzo si era fatta qualche graffio ma era incredi-
bilmente in buone condizioni per una cos brutta caduta.
Tirai su la bicicletta da terra, ringraziando l'angelo che stava correndo
con me, sulla mia spalla e, mentre passavo un dito sul parafango piegato,
vidi l'occhio nel fanale.
Era un'orbita dorata con una pupilla scura e mi guardava con quella che
avrebbe potuto essere pensosa indulgenza.
Sbattei le palpebre, perplesso.
L'occhio dorato era scomparso. Ora nel fanale c'era solo una semplice
lampadina dietro a un vetro rotondo.
Continuai a guardare il faro. Non c'era nessun occhio. Spostai Razzo di
qui e di l, dal sole all'ombra e nuovamente al sole, ma l'immagine non
torn.
Mi tastai la testa, alla ricerca del bernoccolo. Non lo trovai.
 pazzesco quante cose riesca a immaginare un ragazzo.
Risalii sul sellino e iniziai a pedalare nuovamente lungo il marciapiedi.
Questa volta andai piano e feci attenzione, e non avevo fatto neanche dieci
metri quando vidi sul marciapiedi davanti a me i vetri di una bottiglia di
Yoo-Hoo rotta. Sterzando, portai Razzo sul bordo del marciapiedi e poi
gi in strada, evitando i frammenti di vetro e salvando le gomme. Non o-
savo pensare a cosa avrebbe potuto succedere se fossi passato su quei vetri
a forte velocit: qualche graffio a causa di una siepe frondosa non era nien-
te in confronto a quanto avrebbe potuto succedere.
Eravamo stati molto fortunati, Razzo e io.
Davy Ray Callan viveva l vicino. Mi fermai a casa sua, ma sua madre
disse che Davy Ray era andato al campo di baseball con Johnny Wilson
per allenarsi. La nostra squadra della Little League, gli Indians, per i quali
giocavo come seconda base, aveva perso la prima di quattro partite e ave-
vamo bisogno di tutto l'allenamento possibile. Ringraziai la signora Callan
e puntai Razzo verso il campo.
Non era lontano. Davy Ray e Johnny erano in piedi sotto il sole, nella
polvere rossa, e si lanciavano una palla avanti e indietro. Portai Razzo sul
campo e girai loro intorno: restarono con la bocca spalancata alla vista del-
la mia nuova bicicletta. Naturalmente dovevano toccarla, dovevano seder-
cisi sopra e pedalare un po' l intorno. A confronto di Razzo, le loro bici-
clette sembravano pezzi di antiquariato polverosi. Eppure, questa fu l'opi-
nione di Davy Ray su Razzo: - Non si tiene molto bene, no? - E quella
di Johnny: - Certo,  bella, ma i pedali sono duri. - Mi resi conto che
non lo dicevano semplicemente per rovinarmi la festa: erano veri amici e
godevano della mia felicit, solo che preferivano le loro biciclette. Razzo
era stata fatta per me e per me solo.
Lasciai Razzo sul cavalletto e rimasi a guardare Davy Ray che faceva
dei tiri alti a Johnny. Farfalle gialle si alzavano dall'erba e sopra di noi il
cielo era azzurro e senza una nuvola. Guardai verso le gradinate dipinte di
marrone, sotto i cartelloni che reclamizzavano vari negozi di Merchants
Street, e vidi una persona seduta proprio in cima.
- Ehi, Davy - dissi. - Chi  quello?
Davy Ray lanci un'occhiata e alz il guanto per prendere il lancio di ri-
torno di Johnny. - Non lo so.  un ragazzo.  seduto l da quando siamo
arrivati.
Lo osservai. Era piegato in avanti e ci guardava, con un gomito sul gi-
nocchio e il mento appoggiato sul palmo. Mi allontanai da Davy e andai
verso le gradinate e il ragazzo si alz in piedi improvvisamente come se
volesse mettersi a correre.
- Cosa fai lass? - gli urlai.
Non rispose. Rimase l e capivo che stava decidendo se scappare o no.
Andai pi vicino. Non lo riconobbi: aveva i capelli corti castano scuri
con un ciuffo ribelle che partiva dal lato sinistro della fronte e portava un
paio di occhiali che sembravano troppo grossi per la sua faccia. Pensai che
dovesse avere nove o forse dieci anni ed era un vero manico di scopa, con
braccia e gambe goffe. Portava un paio di jeans con le ginocchia rattoppate
e una T-shirt bianca, e il pallore cadaverico della sua pelle mi diceva che
non stava molto all'aria aperta. - Come ti chiami? - gli chiesi, quando
arrivai alla staccionata che divideva il campo dalle gradinate.
Non mi rispose.
- Sai parlare?
Lo vidi tremare. Aveva l'aria spaventata di un cervo sorpreso dalla torcia
di un cacciatore.
- Io mi chiamo Cory Mackenson - dissi. Rimasi l ad aspettare, attac-
cato alla griglia della staccionata. - Non hai un nome?
- Fi - rispose il ragazzo.
All'inizio non capii, ma poi mi venne in mente che forse aveva un difetto
di pronuncia. - E qual ?
- Nemo - disse.
- Nemo? Come il Capitano Nemo?
- Eh?
Non era un appassionato di Jules Verne. - Qual  il tuo cognome?
- Curliff - disse lui.
Curliff. Mi ci volle qualche secondo per decifrarlo. Non era Curliff, ma
Curliss. Era il ragazzo nuovo appena arrivato in citt, il figlio del commes-
so viaggiatore. Il ragazzo che si era seduto sul cavallo per farsi tagliare i
capelli nel negozio del signor Dollar. La femminuccia.
Nemo Curliss. Be', il nome gli stava bene. Aveva giusto l'aria di un
qualcosa ripescato da una rete da ventimila leghe. Ma i miei genitori mi
avevano insegnato che tutti meritano rispetto, che fossero femminucce o
no, e a essere sinceri, neanch'io ero poi un gran che sotto l'aspetto fisico.
- Sei nuovo qui in citt - dissi per rompere il ghiaccio.
Lui annu.
- Il signor Dollar mi ha raccontato di te.
- Ah f?
- Gi. Mi ha detto - "che ti sei seduto sul cavallo" mi lasciai quasi
scappare - che sei andato a farti tagliare i capelli.
- Uh, uh. Mi ha quavi fatto lo fcalpo - disse Nemo e si gratt la cima
del cocuzzolo con una mano dalle dita sottili, attaccata a un polso magro
ed esangue.
- Attento, Cory! - sentii che gridava Davy. Guardai in su. Johnny a-
veva messo tutta la sua forza in una palla alta che non solo sfugg al guan-
tone di Davy, ma and fuori campo e fin sulla seconda fila di gradinate, e
poi rotol gi in fondo.
- Aiuto! - disse Davy Ray, colpendo il guantone con un pugno. Nemo
Curliss scese e raccolse la palla. Era il pi piccolo nanerottolo che avessi
mai visto. Le mie braccia erano piccole, ma le sue erano tutte ossa e vene.
Mi guard con gli occhi castani ingranditi dalle lenti come quelli di una
civetta. - Poffo rigettargliela? - mi chiese.
Alzai le spalle. - Per me... - Mi voltai verso Davy e forse fu una cosa
cattiva, ma non potei trattenermi dal fare un sorriso malizioso. - Arriva,
Davy.
- Oh, uau! - Davy inizi a indietreggiare fingendo di essere ter-
rorizzato. - Non troppo forte, ragazzo!
Nemo sal nuovamente sulla staccionata pi alta. Guard verso il campo
socchiudendo gli occhi. - Pronto? - grid.
- Sono pronto! Tira, gigante!
- No, non tu - lo corresse Nemo. - Quell'altro ragazzo laggi. -
Quindi tir indietro il braccio, lo fece girare in cerchio, troppo rapidamente
per seguirlo con gli occhi, e la palla part dalla sua mano come una confusa
immagine bianca.
Sentii la palla fischiare mentre si alzava nel cielo, come un petardo con
la miccia corta.
Davy grid - Ehi! - e arretr per prenderla, ma la palla gli pass sopra
e prosegu. Dietro a Davy, Johnny guard in su verso la sfera che iniziava
a cadere e fece tre passi avanti. Poi due passi indietro. Poi un altro passo
indietro, dove si trovava prima che la palla fosse lanciata. Johnny alz la
mano e tenne il guantone davanti alla faccia.
Ci fu un dolce, compatto pop quando la palla incontr la pelle.
- Proprio nel guanto - esclam Davy. - Ragazzi, avete visto quel-
l'oggetto volante?
Fuori, verso la prima base, Johnny si tolse il guantone e si strinse la ma-
no con cui aveva preso la palla, le dita che ancora gli facevano male per
l'impatto.
Guardai Nemo, con la bocca spalancata. Non potevo credere che qual-
cuno cos piccolo e magro come lui potesse lanciare una palla da baseball
oltre la staccionata delle gradinate, quasi a met campo e in un guantone
teso. Non solo. Nemo non si comportava neppure come se il braccio gli fa-
cesse male, mentre uno sforzo come quello mi avrebbe lasciato la spalla
dolorante per una settimana, ammesso che fossi riuscito a lanciare cos
lontano. Quello era un lancio da Major League. - Nemo! - gli dissi. -
Dove hai imparato a lanciare una palla in quel modo?
Strinse gli occhi dietro alle lenti. - In che modo? - chiese. - Vieni un
po' gi.
- Perch? - Nemo sembrava nuovamente spaventato. Avevo l'impres-
sione che avesse fin troppa dimestichezza con i maltrattamenti. Ci sono
cose che tutte le citt hanno in comune: una chiesa, un segreto, e un bullo
pronto a fare a pezzi un ragazzine piccolo piccolo che non  in grado di di-
fendersi. Immaginai che, seguendo il padre commesso viaggiatore di citt
in citt, Nemo Curliss ne avesse avuta la sua buona parte. Mi vergognai
per quel mio sorrisetto malizioso. - Va tutto bene - gli dissi. - Vieni
gi.
- Ragazzi, che tiro! - Davy Ray Callan, dopo aver recuperato la palla
da Johnny, corse verso il punto in cui Nemo stava entrando nel campo, at-
traverso l'ingresso dei giocatori. - L'hai proprio centrata, ragazzo! Quanti
anni hai?
- Nove - fu la risposta. - Quavi nove e mezzo.
Vedevo che Davy era perplesso quanto me riguardo alla statura di Ne-
mo: non c'era modo che un nanerottolo come quello potesse lanciare una
palla da baseball come aveva appena fatto. - Vai alla seconda base,
Johnny! - gridai e Johnny mi fece un gesto di assenso e corse a prendere
posizione. - Vuoi fare qualche lancio, Nemo?
- Non fo. Dovrei effere a cava prefto.
- Non ci vorr molto. Mi piacerebbe vedere cosa sai fare. Davy, pu
usare il tuo guanto?
Davy se lo tolse. Il guanto ingoi la mano sinistra di Nemo come una
balena marrone. - Perch non vai a metterti sul monte di lancio e non fai
qualche tiro a Johnny? - suggerii.
Nemo guard verso il monte di lancio, la seconda base, e poi la casa ba-
se. - Ftar qui - disse, dirigendosi verso il box del battitore mentre
Davy e io restavamo a guardare stupefatti. Dalla casa base alla seconda ba-
se era un bel tiro per un ragazzo della nostra et, figuriamoci poi per un ra-
gazzino di nove anni e mezzo. - Sei sicuro, Nemo? - gli chiesi e lui dis-
se: - Ficuro.
Nemo prese la palla dal guantone con una specie di venerazione. Guar-
dai le sue dita lunghe rigirarla, per trovare la giusta presa sulle cuciture e
poi stringersi. - Pronto? - chiese.
- S, sono pronto! Lasciala...
Smack!
Se non l'avessimo visto con i nostri occhi, nessuno di noi ci avrebbe mai
creduto. Nemo si era avvitato su se stesso e aveva lanciato nel giro di un
secondo, e se Johnny non fosse stato pi che veloce, la palla lo avrebbe
colpito in pieno petto e lo avrebbe sbattuto a terra. Comunque, la pura po-
tenza del lancio lo fece barcollare all'indietro dalla seconda base, mentre la
polvere si alzava fumante dalla palla trattenuta dal guantone. Johnny prese
a camminare in tondo, la faccia contorta dal dolore.
- Stai bene? - gli grid Davy.
- Mi fa un po' male - rispose Johnny. Davy e io sapevamo che doveva
essere duro ammetterlo, per Johnny. - Posso prenderne un altro. - Era-
vamo troppo lontani per sentirlo aggiungere, a voce bassa - Almeno lo
spero. - Gett indietro la palla in un alto arco a Nemo, che arretr di sei
passi, osserv la palla arrivargli veloce verso il viso e la afferr nell'aria al-
l'ultimissime momento. Il ragazzo conosceva il significato di "economia di
movimento", ma vi giuro che gli sarebbe bastato un solo secondo per ritro-
varsi col naso rotto.
Nemo torn al box del battitore. Si tolse la polvere dai mocassini marro-
ni pulendoseli sul dietro delle gambe dei jeans. Inizi a raggomitolarsi e
Johnny si prepar al tiro. Nemo si tir su e rimise la palla nel guanto. -
Lanciare non  niente - disse, come se tutta quell'attenzione lo mettesse
in imbarazzo. - Chiunque abbia un braccio pu farlo.
- S, ma non cos! - disse Davy Ray.
- Voi ragazzi penfate che fia una gran cova?
-  veloce - dissi io. - Veramente veloce, Nemo. Il lanciatore della
nostra squadra non  cos veloce ed  grosso due volte te!
- Quefte fono cove facili. - Nemo guard verso Johnny. - Corri alla
terza bave.
- Cosa?
- Corri alla terza bave! - ripet Nemo. - Tieni il guantone come
vuoi, folo tienilo aperto dove lo poffo vedere!
- Eh?
- Corri pi fvelto che puoi! - lo esort Nemo. - Non devi guardarmi,
folo tieni il guantone aperto!
- Su, Johnny! - grid Davy. - Fallo!
Johnny era un tipo coraggioso. E lo dimostr, cominciando a correre tra
la seconda e la terza base. Non guardava verso la casa base, ma teneva le
spalle e la testa incassate e il guantone davanti al petto, aperto in direzione
di Nemo Curliss.
Nemo fece un respiro veloce. Si tir indietro, il braccio bianco scatt e la
palla part come un proiettile.
Johnny stava venendo avanti, lo sguardo fisso sulla terza base. La palla
gli cadde nel guanto quando era a circa sei passi dalla terza, e la sensazione
della palla che si infilava sicura nel guantone fu cos sorprendente che
Johnny perse l'equilibrio e fin a terra con uno scivolone che sollev un'e-
norme polverone giallo. Quando la polvere cominci a diradarsi, Johnny
era seduto sulla terza base e fissava la palla dentro al guanto. - Uau! -
disse, sbalordito. - Uau!
In tutta la mia vita non avevo mai visto lanciare una palla da baseball
con tanta precisione. Johnny non aveva dovuto andarle incontro neanche di
un centimetro, anzi, non si era neanche accorto che la palla stava arrivando
finch questa non aveva colpito il guantone. - Nemo - dissi - hai mai
fatto il lanciatore in una squadra della Little League?
- No.
- Per hai gi giocato a baseball, vero? - chiese Davy Ray.
- No. - Aggrott la fronte e si spinse a posto gli occhiali con un dito
perch aveva il naso coperto di sudore. - Mia mamma non vuole. Dice
che potrei farmi male.
- Non hai mai giocato a baseball in una squadra?
- Be', a cava ho una palla e un guantone. A volte mi evercito a prende-
re le palle. A volte vedo fin dove riefco a tirare. Metto delle bottiglie fu un
palo dello fteccato e le butto gi. Cove cov.
- E tuo pap non vuole che giochi a baseball? - chiesi io. Nemo si
strinse nelle spalle e smosse la polvere con la punta del mocassino. - Lui
non ha molto da dire.
Ero meravigliato. L davanti a me, sotto le spoglie di un mostriciattolo
piccolo e scheletrico, con gli occhiali spessi un dito e un difetto di pronun-
cia, c'era un vero fenomeno. - Mi faresti qualche lancio? - gli chiesi e
lui disse di s. Presi il guantone di Johnny, che se lo tolse ben volentieri
dalla mano dolorante, e gettai la palla a Nemo. Corsi alla seconda base e
mi misi in posizione. - Piazzala qui, Nemo! - gli dissi e tesi il braccio
tenendo il guantone all'altezza della spalla. Nemo annu, si raggomitol e
spar. Non dovetti muovere la mano. La palla fin diritta nel guanto con
una forza tale che mi scosse i nervi dalla punta delle dita fino al collo.
Quando gliela rilanciai, Nemo dovette correre in avanti e fare un balzo per
prenderla. Allora arretrai un po', verso il centrocampo, dove stavano spun-
tando le erbacce. Alzai il guantone sopra la testa. - Qui, Nemo!
Nemo si accucci, quasi in ginocchio. La testa era piegata in avanti, co-
me se tentasse di annodarsi. Rimase in quella posizione per qualche secon-
do, col sole che gli si rifletteva sugli occhiali, quindi esplose.
Si alz dalla sua posizione rannicchiata come Superman che irrompe
fuori da una cabina telefonica. Il suo braccio diede una frustata all'indietro
e poi in avanti. Se quel gomito secco e saettante avesse colpito qualcuno
alla mascella, quel qualcuno avrebbe sputato denti rotti per un po'. La palla
lasci la mano di Nemo e arriv a me come un proiettile.
Era una palla bassa e quasi sollev la polvere tra il box del battitore e il
monte di lancio. Ma, passato il monte, si alz e parve guadagnare velocit.
Si stava ancora alzando quando sfrecci sulla seconda base. Sentii Davy
gridarmi qualcosa, ma non capii cosa stesse dicendo. La mia attenzione era
tutta puntata su quella sfera bianca volante. Tenni il guantone alzato sopra
la testa, esattamente nella stessa posizione di quando la palla era stata lan-
ciata, ma ero preparato ad abbassarmi per evitare di farmi colpire in pieno.
La palla entr nel campo esterno e la sentii fischiare, potente e minacciosa.
Non mi mossi. Ebbi il tempo di deglutire e poi la palla fu su di me.
Fin nel guantone con un impatto cos forte da farmi arretrare di due pas-
si. Chiusi la mano intorno alla palla, intrappolandola, e sentii il suo calore
palpitare come un polso attraverso il cuoio.
- Cory! - stava gridando Davy Ray, con le mani intorno alla bocca.
- Cory!
Non sapevo perch stesse urlando cos e non mi interessava. Ero in tran-
ce. Nemo Curliss aveva un braccio celestiale. Quanto fosse un dono natu-
rale e quanto si fosse allenato, non lo so, ma una cosa era chiara: Nemo
Curliss possedeva la rara, fortunata combinazione di braccio e occhio che
lo metteva al di sopra di noi mortali. In altre parole, era un mago.
- Cory! - Questa volta era Johnny a urlare. - Guarda!
- Cosa? - gridai.
- Dietro di te! - url Johnny.
Sentii un rumore come di falci al lavoro, di falci che tagliavano il grano.
Mi voltai ed eccoli l.
Gotha e Gordo Branlin, ghignanti a cavallo delle loro biciclette nere, i
capelli biondo ossigenato incendiati dalla luce del sole. Stavano venendo
verso di me attraverso l'erba alta oltre la parte falciata del campo, le gambe
che pompavano sui pedali. Cavallette verdi e grilli neri saltavano di qui e
di l per sfuggire alle ruote che macinavano terreno. Io volevo mettermi a
correre, ma le mie gambe erano come paralizzate. I Branlin si fermarono di
fianco a me, uno per parte, Gotha alla mia destra e Gordo alla sinistra. Il
sudore brillava sui loro volti spigolosi, i loro occhi mi scavavano. Sentii un
corvo gracchiare da qualche parte: la risata del demonio.
Gotha, il pi vecchio, allung una mano e spinse il guantone con l'indi-
ce. - Giochi a palla, Cory? - Da come lo disse, suonava volgare.
- Sta giocando con le sue palle - disse ridacchiando Gordo. Aveva
tredici anni ed era solo un pochino pi piccolo di Gotha. Nessuno dei due
era molto grosso, ma erano entrambi veloci e forti come cani da corsa.
Gordo aveva una piccola cicatrice tra le sopracciglia e un'altra sul mento, a
indicare che n il dolore n lo spargimento di sangue erano nuovi per lui.
Guard in direzione della casa base, dove si trovavano Davy, Johnny e
Nemo. - Chi cazzo , quello?
-  un ragazzo nuovo - dissi. - Si chiama Nemo.
- Stronzo? - anche Gotha guard Nemo e io vidi la crudelt sui volti
dei Branlin. Odoravano ancora del sangue delle loro vittime. - Andiamo
a vedere lo stronzo - disse a Gordo e inizi a pedalare. Gordo colp il
fondo del guantone con la mano e fece saltar fuori la palla. Mentre mi chi-
navo a raccoglierla, mi tir uno sputo sulla testa. Quindi pedal via dietro
a suo fratello.
Sapevo cosa sarebbe successo. Era gi brutto che Nemo fosse cos pic-
colo e magro, ma quando i Branlin udirono il suo difetto di pronuncia, ca-
pii che sarebbe successo, punto e basta. Trattenni il respiro mentre i Bran-
lin si avvicinavano a Razzo. Passandole accanto, Gotha le diede un calcio
e la gett a terra con suprema indifferenza. Inghiottii la mia rabbia come
un seme amaro, senza sapere che avrebbe dato dei frutti.
I Branlin fermarono le loro biciclette, tenendo i tre ragazzi nel mezzo. -
State giocando una partita? - chiese Gotha, e sorrise come il serpente nel
giardino dell'Eden.
- Facciamo solo qualche lancio - gli disse Davy Ray.
- Ehi, negro - disse Gordo rivolto a Johnny - che cosa stai guar-
dando? - Johnny si strinse nelle spalle e abbass lo sguardo.
- Puzzi come una merda, lo sai? - lo stuzzic Gordo.
- Non vogliamo rogne - disse Davy. - Okay?
- Chi ha parlato di rogne? - Gotha si snod dalla bicicletta e rimase in
piedi. Mise la bici sul cavalletto e vi si appoggi. - Non abbiamo parlato
di rogne. Dammi una sigaretta.
Gordo si mise una mano nella tasca posteriore e porse al fratello un pac-
chetto di Chesterfield. Gotha tir fuori una bustina di fiammiferi su cui era
scritto "Zephyr Hardware & Field". Si mise in bocca una sigaretta e porse i
fiammiferi a Nemo. - Accendine uno.
Nemo lo prese. Gli tremavano le mani e gli ci vollero tre tentativi per
riuscire ad accendere il fiammifero.
- Accendimi la sigaretta - ordin Gotha.
Nemo, che forse aveva gi conosciuto altri Gotha e altri Gordo in altre
citt, fece come gli veniva detta. Gotha aspir una boccata e espir il fumo
dalle narici infuocate. - Il tuo nome  stronzo, vero?
- Il mio nome ffarebbe... ffarebbe Nemo.
- Ffarebbe? - Gordo spruzz saliva. - Ffarebbe? Cos'ha la tua boc-
ca, stronzo?
Stavo alzando Razzo dall'erba. Mi trovavo a dover prendere una deci-
sione. Potevo salire su Razzo e andarmene, abbandonando i miei amici e
Nemo Curliss al loro destino, oppure potevo unirmi a loro. Non ero un e-
roe, questo  certo. La mia abilit a fare a botte era solo un'illusione. Ma
sapevo che se mi fossi allontanato da quel posto, in quel momento, sarei
stato disonorato per sempre. Non  che non volessi, non che ogni grammo
di buon senso non mi dicesse di portar via le chiappe, ma ci sono casi in
cui si pu dar retta al buon senso, e casi in cui non si pu.
Mi preparai a un pestaggio, col cuore che mi batteva forte.
- Sembri una checca - disse Gordo a Nemo Curliss. -  questo che
sei?
- Ehi, sentite, ragazzi... - Davy Ray riusc a fare un debole sorriso. -
Perch non...
Gotha si volt di colpo verso di lui, fece due passi, gli piant una mano
sul torace, gli diede una forte spinta, e lo fece cadere a terra mettendogli un
piede dietro alla caviglia. Cadendo, Davy grugn e sollev un polverone.
Gotha, in piedi sopra di lui, gli disse, fumando la sua Chesterfield: - Tu.
Stai. Zitto.
- Devo andare a cava. - Nemo fece per allontanarsi, ma Gordo lo af-
ferr per un braccio e lo tenne stretto.
- Vieni qui - disse Gordo. - Tu non vai da nessuna parte.
- E invece fi, perch mia mamma dice che devo effere...
Gordo si mise a ridere con un ululato che fece volar via gli uccelli da tut-
ti gli alberi vicini al campo. - Sentilo, Gotha! Ha la bocca piena di mer-
da!
- Penso che abbia succhiato troppi cazzi - fu l'opinione di Gotha. -
 cos? - Rivolse lo sguardo minaccioso su Nemo. - Hai succhiato
troppi cazzi?
Tutti si chiedevano che cosa avesse reso i Branlin quello che erano. For-
se la malvagit era nata con loro o forse si era sviluppata in seguito come il
pus intorno a una ferita che non vuole saperne di guarire. In ogni caso, i
Branlin non conoscevano nessuna legge, se non la loro, e questa situazione
stava rapidamente degenerando in qualcosa di pericoloso.
Gordo scosse Nemo. -  vero? Che ti piace succhiare i cazzi?
- No. - La voce di Nemo era strozzata.
- S che gli piace - disse Gotha, e la sua ombra incombeva su Davy
Ray. - Gli piace succhiare bei cazzi grossi di asino.
- No, non  vero. - Il petto di Nemo fu scosso da un primo singulto.
- Oh, il cocco di mamma si mette a piangere, adesso! - disse Gordo,
ghignando.
- Io... voglio andare... a cava... - Nemo prese a singhiozzare, con le
lacrime che gli uscivano a fiumi da dietro gli occhiali.
A questo mondo non c' niente di pi crudele di un giovane selvaggio
con la voglia di litigare e l'animo colmo di rabbia. Ed  ancora peggio
quando  un vigliacco, com'era evidente dal fatto che i Branlin non se la
prendevano mai con i ragazzi della loro et o con quelli pi vecchi.
Mi guardai in giro. Accanto al campo stava passando una macchina, ma
il guidatore non ci prest alcuna attenzione. Eravamo soli, sotto il sole co-
cente.
- Metti gi il bambino, Gordo - disse Gotha. Il fratello spinse Nemo a
terra. - Dai da mangiare al bambino, Gordo - disse Gotha e Gordo si ti-
r gi la cerniera dei blue jeans.
- Ehi, su, smettetela! - protest Johnny.
Gordo, tenendo in mano il pene scoperto, era in piedi sopra a Nemo Cur-
liss. - Sta' zitto, negro, se non vuoi anche tu un po' di pioggia sulla faccia.
Non potevo pi sopportarlo. Guardai la palla da baseball che avevo in
mano. Nemo stava piangendo. Gordo stava aspettando che l'acqua uscisse.
Semplicemente non potevo pi sopportarlo.
Pensai a Razzo che era stata presa a calci. Pensai alle lacrime sul viso di
Nemo. Lanciai la palla contro Gordo da una distanza di circa tre metri.
Veramente non era molto potente, ma fece un bel bonk quando lo colp
sulla spalla destra. Gua come una lince rossa e barcoll allontanandosi da
Nemo proprio nell'attimo in cui la sua fontana fece un arco. L'urina gli ba-
gn il davanti dei jeans e gli corse gi per le gambe, ma Gordo si teneva la
spalla e aveva il viso tutto contorto e urlava e singhiozzava allo stesso
tempo. Gotha Branlin si volt verso di me, la sigaretta stretta tra i denti e il
fumo che si levava dalla bocca. Aveva le guance in fiamme e si gett su di
me. Prima che potessi anche solo pensare a scansarmi, mi venne a sbattere
contro con tutta la sua forza. Un attimo dopo ero sdraiato per terra sulla
schiena, con Gotha seduto sopra di me, tutto il suo peso sul mio stomaco.
- Non posso... non posso... respirare - dissi.
- Bene - disse e mi colp in faccia con il pugno destro.
I primi due pugni fecero male, molto male. I due seguenti quasi mi fece-
ro svenire, ma stavo ancora urlando e divincolandomi cercando di scappa-
re, e le nocche di Gotha erano tutte sporche di sangue. - Ohhhh, merda!
- gemette Gordo, inginocchiato nell'erba. - Mi ha rotto il braccio!
Una mano afferr i capelli ossigenati di Gotha. La sua testa fu tirata in-
dietro con uno strattone, la sigaretta gli cadde di bocca e vidi Johnny in
piedi dietro di lui. Poi Davy Ray disse: - Tienilo fermo! - e moll un
pugno sul naso a Gotha.
La massa di carne si apr. Il sangue gli sgorg dalle narici, Gotha rugg
come una bestia e si alz da me. Si gett su Davy Ray, tempestandolo di
pugni. Johnny gli si butt addosso, cercando di bloccargli le braccia, ma
Gotha si gir e tir un pugno che colp di lato la testa di Johnny. Gordo si
alz nuovamente, la faccia una maschera di rabbia pura, e cominci a
prendere a calci le gambe di Johnny. Questi cadde a terra e vidi un pugno
colpirlo in pieno in un occhio. Davy Ray url: - Bastardi! - e si gett su
Gotha, ma il ragazzo, pi grande di lui, lo afferr per il colletto e lo fece
girare come un sacco di biancheria sporca prima di gettarlo a terra. Io mi
ero tirato su a sedere, con la bocca piena di sangue. Nemo ora era in piedi
e corse a mettere in salvo la pelle, ma inciamp nelle sue stesse gambe e
cadde a pancia in gi nell'erba.
Non mi piace ripensare a quello che successe nei trenta secondi che se-
guirono. Prima Gotha e Gordo lasciarono Davy Ray pesto e piangente e
quindi piombarono su Johnny e se lo lavorarono con brutale precisione.
Quando Johnny inizi a boccheggiare, col sangue che gli gorgogliava dalle
narici, i Branlin si dedicarono nuovamente a me.
- Tu, merdetta - disse Gotha, col naso che gli colava. Mi mise un pie-
de sullo stomaco e mi rigett a terra sulla schiena. Gordo, sempre tenendo-
si la spalla, disse: - Lascialo a me.
Ero troppo rintronato per difendermi. E anche se non fossi stato rintrona-
to, non avrei potuto fare molto contro quei due, senza una mazza chiodata,
uno spadone e venticinque chili in pi attaccati alle ossa.
- Spaccagli il culo, Gordo - lo esort Gotha.
Gordo mi afferr per il davanti della camicia e fece per tirarmi su in pie-
di. La camicia si strapp e ricordo che pensai che la mamma mi avrebbe
fatto a pezzi.
- Ti ammazzo - grid qualcuno.
Gotha fece una risata come se abbaiasse. - Mettila gi, ragazzo.
- Ti ammazzo, t'afficuro che lo faccio!
Sbattei le palpebre, sputai sangue e guardai Nemo Curliss, in piedi a
cinque metri da noi. Teneva la palla da baseball in mano, il braccio alzato
pronto a lanciare.
Ora s che le cose si facevano interessanti. Io ero stato fortunato a colpi-
re Gordo nella spalla; nelle mani di Nemo, per, quella sfera dura era u-
n'arma letale. Non avevo alcun dubbio che Nemo potesse colpire uno dei
Branlin proprio in mezzo agli occhi e gli facesse uscire il cervello. E non
avevo alcun dubbio che l'avrebbe fatto, perch vidi i suoi occhi, ingranditi
dietro alle lenti. La furia, racchiusa in quegli occhi come una lontana con-
flagrazione, era troppo terribile da guardare. Non piangeva pi. Non tre-
mava pi. Con quella palla da baseball in pugno, era il padrone dell'univer-
so. Io sono convinto che fosse pronto a uccidere qualcuno. Forse era la
rabbia per essere cos piccolo, o perch aveva quel difetto di pronuncia, o
perch attirava i bulli come un vitellino che fa venire l'acquolina in bocca
ai predatori. Forse ne aveva fin sopra ai capelli di essere strattonato e mi-
nacciato. Qualunque cosa fosse, era l - un proposito mortale - nei suoi oc-
chi.
Gordo mi lasci andare. Mi sedetti sull'erba, con il labbro e la camicia a
pezzi.
- Guardami, coniglio - disse mellifluo Gotha e fece un passo verso
Nemo.
Gordo si dispose a lato del fratello, qualche passo pi in l. Il suo pene
stava ancora ciondolando fuori dai jeans. Mi chiesi se sarebbe stato un
buon bersaglio. - Su, tira, stronzetto! - disse Gordo.
Uno dei due Branlin era a un passo dalla morte.
- Ehi, ragazzi! Ehi, laggi!
La voce ci arriv da oltre il campo, dalla strada che lo costeggiava. -
Ehi, ragazzi, tutto bene?
Voltai la testa, con la faccia che mi pesava come un sacco pieno di pie-
tre. Parcheggiato lungo la strada c'era un furgone delle poste. Il postino
stava venendo verso di noi, con un elmetto di paglia che gli faceva ombra
sul viso. Portava calzoncini corti con calzettoni neri e una macchia di su-
dore gli scuriva la camicia blu.
Come qualsiasi animale, i Branlin sapevano riconoscere il rumore dei
cardini della porta della gabbia. Senza scambiarsi neanche una parola, si
allontanarono dalla carneficina che avevano fatto e corsero alle loro bici-
clette. Gordo si infil in fretta il pene nei calzoni e tir su la cerniera,
quindi salt in sella. Gotha si ferm per dare ancora un calcio a Razzo:
suppongo che per lui la tentazione di distruggere fosse troppo forte. Quindi
sal sulla sua bicicletta e i due fratelli si misero a pedalare freneticamente
per la stessa strada da cui erano venuti.
- Aspettate un po'! - grid il postino, ma i Branlin ascoltavano solo i
demoni che avevano dentro. Corsero attraverso il campo, con la polvere
che si alzava dietro di loro, quindi si buttarono a tutta velocit lungo le
tracce che avevano fatto nell'erba alta e scomparvero nella macchia di al-
beri dietro al campo. Nel bosco, dei corvi urlarono: animali immondi che
salutavano i loro simili.
Era tutto finito. Restava da fare pulizia.
Il signor Gerald Hargison, il nostro postino, che recapitava mensilmente
la mia copia di Famous Monsters in una busta di carta marrone, venne ver-
so di me e si ferm quando vide la mia faccia. - Buon Dio! - disse, il
che mi fece capire che non era un bello spettacolo. - Cory?
Annuii. Mi sembrava che il labbro inferiore mi fosse diventato grosso
come un cuscino di piume e l'occhio sinistro mi si stava gonfiando.
- Stai bene, ragazzo?
Certo, non me la sentivo di far girare un hula hoop. Ma riuscivo a stare
in piedi e i miei denti erano ancora tutti al loro posto. Anche Davy Ray
stava bene, se non fosse che la sua faccia era un ammasso di lividi e che
uno dei Branlin gli era salito su un dito. Ma Johnny Wilson era stato quello
colpito pi duramente. Il signor Wilson, che aveva una faccia florida dalle
guance rubiconde e fumava sempre sigari col filtro di plastica, trasal men-
tre aiutava Johnny a mettersi seduto. Il naso di Johnny, diritto come un'ac-
cetta cherokee, era rotto, non c'era dubbio. Il sangue era scuro e spesso, e i
suoi occhi non riuscivano a mettere bene a fuoco. - Ehi, ragazzo - gli
disse il signor Hargison - quante dita sono queste? - Ne teneva alzate
tre, davanti al viso di Johnny.
- Sei - disse Johnny.
- Credo che abbia una...
E qui disse una parola che non mancava mai di spaventare, evocando
immagini di persone che perdevano le bave, rese incapaci da un danno al
cervello.
- ...commozione cerebrale. Lo porto dal dottor Parrish. Voi due ce la
fate ad andare a casa?
Noi due? Vedevo Davy Ray, ma dov'era Nemo? La palla era l a terra,
vicino alla casa base. Il ragazzo con il braccio magico era sparito.
- Quelli erano i fratelli Branlin, vero? - Il signor Hargison aiut
Johnny a rimettersi in piedi, prese un fazzoletto dalla tasca dei calzoni e lo
tenne premuto contre le narici di Johnny. In men che non si dica, il tessuto
bianco si sporc di sangue. - Bisognerebbe prenderli a calci nel sedere,
quei due.
- Andr tutto bene, Johnny - gli dissi, ma lui non mi rispose e cam-
min tutto rigido, col signor Hargison che lo sosteneva, verso il furgone.
Davy e io restammo a guardare mentre il signor Hargison lo faceva salire,
girava intorno al furgone e avviava il motore. Johnny si appoggi allo
schienale del sedile, con la testa che ciondolava. Si era fatto molto male.
Quando il signor Hargison ebbe girato il furgone e part in direzione del-
lo studio del dottor Parrish, Davy e io portammo la bicicletta di Johnny
sotto alle gradinate, dove non sarebbe stata facilmente visibile. I Branlin
avrebbero potuto ritornare e farla a pezzi prima che Johnny potesse venire
a riprenderla, ma non potevamo fare di meglio. Poi un pensiero colp le
nostre menti annebbiate, e cio che i Branlin avrebbero potuto ancora esse-
re tra gli alberi, in attesa che il signor Hargison se ne andasse.
Questo pensiero ci fece affrettare. Davy raccolse la sua palla e sal sulla
sua bicicletta, io presi su Razzo da terra. Vidi, per un breve istante, l'oc-
chio dorato nel fanale. Sembrava guardarmi con fredda piet, come per di-
re: "E tu saresti il mio nuovo padrone? Avrai bisogno di tutto l'aiuto possi-
bile!" Razzo aveva avuto una prima giornata piuttosto dura, ma speravo
che saremmo andati d'accordo.
Davy e io ci allontanammo dal campo, entrambi doloranti. Sapevamo
che cosa ci aspettava: l'orrore dei nostri genitori, indignazione verso i
Branlin, telefonate furibonde, probabilmente una visita dello sceriffo, una
vana promessa da parte dei signori Branlin che i loro figli non avrebbero
mai pi fatto niente di simile.
Sapevamo che non sarebbe stato cos.
Per il momento eravamo sfuggiti ai Branlin, ma Gotha e Gordo erano ti-
pi che portavano rancore. Avrebbero potuto piombarci addosso in qualsiasi
momento sulle loro biciclette nere e finire quello che avevano cominciato.
O che io avevo cominciato, lanciando quella dannata palla da baseball.
L'estate era stata avvelenata all'improvviso dal tocco dei Branlin. Con
luglio e agosto ancora davanti a noi, era molto improbabile che arrivassi-
mo a settembre ancora con tutti i nostri denti.
4
I Get Around
Le nostre previsioni si rivelarono corrette.
Dopo la reazione inorridita dei nostri genitori e le telefonate furiose, lo
sceriffo Amory and a fare visita ai Branlin. Non trov Gotha e Gordo a
casa, come poi mi raccont mio padre. Ma disse ai loro genitori che i ra-
gazzi avevano rotto il naso a Johnny Wilson ed erano andati molto vicini a
sfondargli il cranio, ed ecco cosa rispose il signor Branlin, con un'alzata di
spalle: - Be', sceriffo, i ragazzi sono ragazzi. Tanto vale che imparino fin
da giovani che il mondo  cattivo.
Lo sceriffo trattenne la propria ira e punt un dito contro il signor Bran-
lin, all'altezza degli occhi cisposi. - Ora mi ascolti bene! Tenga a freno
quei due ragazzi prima che finiscano al riformatorio! O lo fa lei, o lo far
io!
- A me non interessa - disse il signor Branlin, seduto davanti alla te-
levisione in una stanza in cui calzini e camicie sporche erano sparsi ovun-
que, con la signora Branlin che si lamentava dalla camera da letto che le
faceva male la schiena. - Non mi temono. Non temono nessuno su questa
terra. Ridurrebbero il riformatorio in cenere.
- Gli dica di venire da me, oppure verr a prenderli io!
Il signor Branlin, pulendosi i molari con uno stuzzicadenti, si limit a
grugnire e scuotere la testa. - Ha mai cercato di afferrare il vento, J.T.?
Quei ragazzi sono spiriti liberi. - Distolse gli occhi dal film del pomerig-
gio e guard lo sceriffo, tenendo lo stuzzicadenti tra i denti. - Ha detto
che i miei due figli le hanno suonate a quattro ragazzi? Mi sembra che si
stessero difendendo. Dovrebbero essere pazzi per attaccare lite con quattro
ragazzi contemporaneamente, non le pare?
- Non era autodifesa, da quanto ho sentito.
- Da quanto ho sentito io - e qui fece una pausa per esaminare un
ammasso marrone attaccato allo stuzzicadenti - quel Mackenson ha tirato
una palla da baseball a Gordo e gli ha quasi rotto una spalla. Gordo mi ha
fatto vedere il livido, ed  nero come l'asso di picche. Se quella gente vuole
andare a fondo in questa cosa, immagino che dovr sporgere denuncia
contro il figlio dei Mackenson. - Lo stuzzicadenti e l'ammasso marrone
tornarono in bocca. Rivolse nuovamente la sua attenzione al film, in cui
Errol Flynn faceva la parte di Robin Hood. - Gi, quei Mackenson vanno
in chiesa tutte le domeniche, pieni d'arroganza, e poi insegnano al loro fi-
glio a tirare una palla da baseball a uno dei miei ragazzi, e poi a piangere e
lamentarsi quando poi qualcuno gli d una lezione. - Sbuff. - Bei cri-
stiani!
In qualcosa, per, lo sceriffo Amory la spunt. Il signor Branlin accett
di pagare la parcella del dottor Parrish e le medicine di cui Johnny avrebbe
avuto bisogno. Per ordine dello sceriffo, Gotha e Gordo dovettero spazzare
e lavare il carcere e non poterono andare in piscina per una settimana, il
che, naturalmente, non fece altro che alimentare la loro rabbia contro me e
Davy Ray.
Io dovetti farmi dare sei punti per chiudere il taglio sul labbro - espe-
rienza quasi altrettanto dolorosa quanto il farmelo rompere - ma il signor
Branlin si rifiut di pagare anche questo, con la scusa che avevo tirato la
palla contro Gordo. Mia madre and su tutte le furie, ma mio padre lasci
perdere. Davy Ray se ne and a letto con una borsa del ghiaccio, la faccia
viola per i lividi e piena di bozzi come il fondo di una strada dissestata.
Come venni a sapere da pap, la commozione cerebrale di Johnny era ab-
bastanza grave da costringerlo a letto finch il dottor Parrish non gli avesse
dato l'okay, il che poteva significare anche due settimane o pi. E anche
quando Johnny si fosse alzato, non avrebbe potuto correre o fare giochi
violenti, neppure andare in bicicletta, che suo padre aveva ritirato intatta da
sotto le gradinate. Quindi i Branlin avevano fatto qualcosa di ben peggio
che picchiarci: avevano rubato parte dell'estate di Johnny Wilson, e lui non
avrebbe mai pi avuto dodici anni in giugno.
Fu in quel periodo che un giorno, seduto sul letto con gli occhi gonfi e le
tende tirate per difendermi dalla luce pungente del sole, presi la mia pila di
Famous Monsters e cominciai a tagliare alcune illustrazioni con le forbici.
Poi presi un rotolo di scotch e iniziai ad attaccarle sul muro, sulla scriva-
nia, sull'anta dell'armadio, e ovunque il nastro adesivo tenesse. Quando
ebbi finito, la mia stanza era diventata un museo dei mostri. A osservarmi
dalle pareti c'erano Lon Chaney nei panni del Fantasma dell'Opera, Bela
Lugosi in quelli di Dracula e Boris Karloff nel duplice ruolo di Franken-
stein e della Mummia. Il mio letto era circondato da cupe scene in bianco e
nero tratte da Metropolis, Il fantasma del castello, Freaks, The Black Cat e
La casa dei fantasmi. L'anta del mio armadio era un collage di bestie:
l'Ymir di Ray Harryhausen che lottava con un elefante, il ragno mostruoso
che si avvicinava furtivamente al protagonista di Radiazioni B-X: distru-
zione uomo, Gorgo che guadava il Tamigi, il Colossal Man dal volto co-
perto di cicatrici, il coriaceo mostro della Laguna Nera e Rodan in volo.
Sulla mia scrivania avevo creato un posto speciale - un posto d'onore, se
vogliamo - per Vincent Price nel ruolo del cortese, canuto Roderick Usher
e Christopher Lee nei panni del magro e assetato Dracula. Mia madre entr
nella stanza, vide quello che avevo fatto e dovette tenersi allo stipite della
porta per non stramazzare a terra. - Cory! - disse. - Togli quelle orri-
bili fotografie dal muro!
- Perch? - le chiesi, con i punti che mi tiravano sul labbro inferiore.
-  camera mia, no?
- S, ma ti verranno gli incubi con questi tipi orribili che ti guardano
tutto il tempo.
- No, non mi verranno - dissi. - Davvero.
Cedette, indulgente, e le foto rimasero su.
Avevo incubi a base di Branlin, ma non sulle creature che adornavano le
mie pareti. Mi confortava l'idea che quelli fossero i miei custodi. Non a-
vrebbero permesso ai Branlin di entrare strisciando dalla finestra, e nelle
ore calme della notte mi parlavano di forza e sopportazione contro un
mondo che teme ci che non comprende.
Non ebbi mai paura dei miei mostri. Li controllavo. Dormivo con loro
nel buio e loro non andarono mai oltre i loro confini. I miei mostri non a-
vevano chiesto di nascere con bulloni nel collo, ali coperte di scaglie, sete
di sangue, o volti deformati davanti ai quali le belle fanciulle fuggivano
inorridite. I miei mostri non erano malvagi: cercavano semplicemente di
sopravvivere in un mondo ostile. Mi ricordavano di me e dei miei amici:
goffi, brutti, vinti, ma non domi. Loro erano gli esclusi in cerca di un luogo
cui appartenere, in un cataclisma di torce, amuleti, crocifissi, proiettili
d'argento, bombe radioattive, aerei militari e lanciafiamme. Erano imper-
fetti, ma eroici nella loro sofferenza.
Vi dir cos' che mi spaventava.
Un pomeriggio presi una vecchia copia di Life da una pila di riviste che
la mamma stava per gettare via, e mi sedetti sotto al portico a sfogliarlo,
con Rebel abbandonato al mio fianco, le cicale che cantavano sugli alberi e
il cielo immobile come un dipinto. In quella rivista c'erano le fotografie di
quanto era successo a Dallas, nel Texas, nel novembre del 1963. C'erano
luminose immagini del presidente e di sua moglie su una lunga decapotta-
bile nera, e lui sorrideva e salutava la folla. Poi, in un attimo, era cambiato
tutto. Naturalmente avevo visto alla televisione quel tale, quell'Oswald,
che veniva ucciso e quello che mi era rimasto impresso era quanto mi fos-
se sembrato insignificante il rumore dello sparo, solo un pop, per niente
simile alla cannonata della sei colpi dello sceriffo Matt Dillon in Gunsmo-
ke. Ricordavo come Oswald, cadendo, avesse urlato: io facevo pi rumore
quando picchiavo un piede contro un sasso.
Mentre guardavo le fotografie del funerale del presidente Kennedy - il
cavallo senza cavaliere, il figlio pi piccolo del defunto che faceva il saluto
militare, file e file di persone che guardavano la bara passare - mi resi con-
to di una cosa strana che mi faceva paura.
In quelle fotografie si vedevano chiazze scure che si allargavano. Forse
era solo la luce, o la pellicola, o qualcos'altro, ma quelle fotografie sem-
bravano velarsi di scuro. Ombre nere, sospese agli angoli delle foto, allun-
gavano i loro tentacoli su uomini vestiti di scuro e donne che piangevano,
e collegavano macchine, edifici e prati curati con lunghe dita di ombra. I
visi erano avvolti nell'oscurit, la stessa oscurit che stava attorno ai piedi
della gente come pozze di catrame. In quelle immagini l'oscurit sembrava
una cosa viva, qualcosa che cresceva tra la gente come un virus e che si
spingeva vorace fuori dai margini dell'inquadratura.
Poi, in un'altra pagina, c'era la fotografia di un uomo coperto dalle
fiamme. Era un orientale con la testa rasata, ed era avvolto dalle fiamme
come in un mantello, seduto sulla strada a gambe incrociate. Aveva gli oc-
chi chiusi e, anche se il fuoco gli stava divorando il viso, la sua espressione
era serena come quella di mio padre quando ascolta Roy Orbison alla ra-
dio. La didascalia diceva che questo era avvenuto in una citt chiamata
Saigon, e che l'orientale era un monaco che si era versato addosso della
benzina, si era seduto, e aveva acceso un fiammifero.
E c'era una terza fotografia, che mi ossessiona ancora adesso. Mostrava
una chiesa distrutta dalle fiamme, le finestre dai vetri colorati in frammen-
ti, con i pompieri che frugavano tra le macerie. Intorno c'erano alcuni neri
con l'espressione vuota per lo choc. Gli alberi davanti alla chiesa non ave-
vano pi foglie, anche se la didascalia diceva che il fatto era successo il 15
settembre del 1963, prima della fine dell'estate. Quello era quanto restava
della chiesa battista sulla Sedicesima Strada di Birmingham, dopo che
qualcuno aveva piazzato una bomba che era esplosa alla domenica pome-
riggio, alla fine della dottrina, e quattro ragazzine erano morte nell'esplo-
sione.
Alzai lo sguardo sulla mia citt. Guardai le colline verdi, il cielo azzurro
e i tetti distanti di Bruton. Di fianco a me, Rebel uggiol nei suoi sogni di
cane.
Io non avevo mai saputo cosa fosse realmente l'odio finch non pensai a
qualcuno capace di preparare una bomba e metterla in una chiesa una do-
menica mattina per uccidere delle ragazzine.
Non mi sentivo molto bene. La testa, ancora gonfia per il pugno di Go-
tha Branlin, mi faceva male. Andai nella mia stanza e mi coricai e, l tra i
miei mostri, mi addormentai.
Ecco com'era l'inizio dell'estate a Zephyr: svegliarsi nel caldo nebbioso
del mattino, il sole che gradualmente scacciava la foschia e l'aria che di-
ventava cos umida che la camicia ti si attaccava alla pelle nel tempo che
andavi a ritirare la posta dalla cassetta. A mezzogiorno il mondo sembrava
fermarsi sul suo asse, e neanche un uccello osava sbattere le ali in quell'az-
zurro fumante. Mentre il pomeriggio rotolava via, talvolta nuvole contor-
nate di rosso porpora si formavano a nordovest. Si poteva restare seduti
sotto il portico, con un bicchiere di limonata vicino e la radio sintonizzata
su una partita di baseball, a guardare le nuvole che si avvicinavano lenta-
mente.
Dopo un poco capitava di udire il tuono in lontananza, e uno zigzagare
di lampo faceva crepitare la radio. Poteva piovere per mezz'ora, o gi di l,
ma il pi delle volte le nuvole marciavano oltre con un rombo e un bronto-
lio, senza neanche una goccia di pioggia. Quando la sera rinfrescava la ter-
ra, le cicale cantavano a centinaia nei boschi e le lucciole si alzavano dal-
l'erba. Salivano sugli alberi e ammiccavano, illuminando i rami come luci-
ne di Natale all'inizio di luglio.
Quindi uscivano le stelle e la luna, nelle sue fasi. Se giocavo bene le mie
carte, riuscivo a convincere i miei a lasciarmi restare alzato fino a tardi, fin
verso le undici, e me ne rimanevo in cortile a guardare le luci di Zephyr
che andavano a dormire. Quando si era spento un numero sufficiente di lu-
ci, le stelle si facevano molto pi brillanti. Potevi guardare proprio nel cuo-
re dell'universo e vedere il cammino di astri scintillanti. Soffiava una brez-
za gentile, e portava con s il profumo dolce della terra, mentre gli alberi
stormivano piano al suo passaggio.
Era molto difficile, in momenti come quelli, non pensare che il mondo
fosse ordinato e preciso come il ranch Cartwright di Bonanza, o che in o-
gni casa vivesse una famiglia come quella di My Three Sons. Desideravo
che fosse cos, ma avevo visto le fotografie con il buio che avanzava, un
uomo che bruciava e una chiesa devastata da una bomba, e cominciavo a
conoscere la verit.
Imparai anche a conoscere meglio Razzo, quando i miei mi per-
mettevano di prenderla. La mamma me lo disse chiaro e tondo: - Se cadi
e ti rompi nuovamente il labbro, dovrai tornare dal dottor Parrish, e questa
volta ci vorranno quindici o venti punti! - Sapevo che non dovevo sfidare
la sorte. Restavo vicino a casa e pedalavo piano come se montassi uno di
quei pony dalla schiena troppo insellata che camminano lenti in tondo alle
fiere. Qualche volta mi pareva di intravedere l'occhio dorato nel fanale, ma
quando vi guardavo attentamente non c'era mai. Razzo accett il mio tocco
cauto, anche se sentivo, dalla scorrevolezza dei pedali e della catena e dal-
la velocit con cui svoltava che, come tutti i purosangue nervosi, voleva
correre. Avevo la sensazione di aver ancora molto da imparare sulla mia
bicicletta.
Il mio labbro guar. E anche la testa. Il mio orgoglio, per, era ancora fe-
rito e la fiducia in me stesso era a pezzi. Con quelle ferite, quelle che non
si vedevano, avrei dovuto imparare a conviverci.
Un sabato andai con i miei genitori alla piscina pubblica, che era affolla-
ta di ragazzi delle superiori. Davo dirvi subito che era solo per i bianchi.
La mamma salt impaziente nell'acqua azzurra e mossa, ma pap si sedette
e si rifiut di alzarsi anche quando tutti e due lo pregammo di tuffarsi. Non
mi venne in mente, fino a molto tempo dopo, che l'ultima volta in cui pap
aveva nuotato, aveva visto un uomo morto affondare nel Saxon's Lake.
Cos rimasi seduto con lui mentre la mamma nuotava ed ebbi l'opportunit
di raccontargli per la terza o quarta volta dell'abilit di lanciatore di Nemo
Curliss. Quella volta, per, avevo tutta la sua attenzione, perch non c'era
n televisione n radio e lui desiderava concentrarsi su qualcosa che non
fosse l'acqua, che sembrava non volesse neanche guardare. Mi disse che
avrei dovuto raccontare di Nemo all'allenatore Murdock e che magari que-
sti sarebbe riuscito a convincere la madre di Nemo a lasciarlo giocare nella
Little League. Misi da parte quel suggerimento per dopo.
Davy Ray Callan, suo fratello Andy, di sei anni, e i loro genitori arriva-
rono alla piscina nel pomeriggio. La maggior parte dei lividi gli erano spa-
riti dal viso. I Callan si sedettero con i miei, e si misero a parlare di cosa si
sarebbe dovuto fare con i fratelli Branlin e che noi non eravamo stati gli
unici a essere picchiati da quei due. Davy e io non eravamo particolarmen-
te felici di rivivere la nostra sconfitta e cos chiedemmo ai nostri genitori i
soldi per andare a prenderci un frapp allo Spinnin' Wheel e, armati di
banconote da un dollaro, partimmo, con le nostre ciabattine di gomma e le
nostre bruciature, mentre Andy si metteva a fare i capricci perch voleva
venirci dietro e dovette essere trattenuto a viva forza dalla signora Callan.
Lo Spinnin' Wheel si trovava proprio davanti alla piscina, sull'altro lato
della strada. Era un edificio dipinto di bianco, con decorazioni di stucco a
forma di ghiaccioli che pendevano dal bordo del tetto. Davanti, c'era la sta-
tua di un orso polare, ornato di vari messaggi scritti con lo spray, del tipo
"Nessuno ci pu battere: siamo i Senior del '64", "Louie, Louie!" e "Deb-
bie ama Goober" oltre a varie dichiarazioni d'indipendenza. Davy e io era-
vamo sicuri che il signor Sumpter Womack, proprietario e gestore dello
Spinnin' Wheel, pensasse che "Goober" fosse il nome di qualche ragazzo.
Nessuno gli aveva mai detto il contrario. Lo Spinnin' Wheel era quello che
si potrebbe definire un ritrovo per teenager. Il richiamo di hamburger, hot
dog, patatine fritte, e trenta gusti differenti di frapp, dalla salsapariglia al-
la pesca, faceva s che il parcheggio fosse sempre pieno di ragazzi e ragaz-
ze delle superiori sulle macchine e i camioncini dei loro pap. Quel sabato
non faceva eccezione. Le macchine e i camioncini erano parcheggiati uno
attaccato all'altro, con i finestrini aperti e la musica delle radio che fluttua-
va nel parcheggio come un fumo soffocante. Mi venne in mente che una
volta avevo visto parcheggiato qui Little Stevie Cauley a bordo di Mid-
night Mona, con una ragazza bionda che gli teneva la testa appoggiata sul-
la spalla; Little Stevie Cauley, capelli neri come il carbone e occhi azzurri
come l'acqua della piscina, mi aveva lanciato un'occhiata mentre gli passa-
vo di fianco. Ma non avevo visto la faccia della ragazza. Mi chiesi, ora, se
quella ragazza, chiunque fosse, sapesse che Little Stevie e la sua Midnight
Mona correvano sulla strada tra Zephyr e Union Town.
Davy, come sempre il pi audace, prese un frapp gigante alla menta e
ricevette indietro cinquanta centesimi di resto. Cerc di convincermi a non
prendere il mio alla vaniglia. - Lo puoi prendere ovunque alla vaniglia!
- disse. - Prendilo... - scorse tutti i gusti elencati sulla lavagna. -
...prova il burro di noccioline!
Lo provai. E non me ne pentii, perch era il miglior frapp che avessi
mai assaggiato, come una coppetta di Reese sciolta e gelata. E poi accadde.
Stavamo attraversando il parcheggio, sotto il sole cocente, con i nostri
frapp nei grossi bicchieroni di carta bianca con su scritto "Spinnin' Whe-
el" in rosso, che ci congelavano le mani. Si sent un suono, una musica:
dapprima solo da alcune radio e poi da altre ancora, mentre altri teenager si
sintonizzavano sulla stessa stazione. Il volume delle radio fu messo al
massimo e la musica trabocc dagli altoparlanti dal timbro metallico nella
luminosa aria estiva. Nel giro di qualche secondo tutte le radio delle mac-
chine ferme nel parcheggio trasmettevano la stessa canzone e, mentre al-
cuni accendevano il motore e lo mandavano su di giri, risate di giovani
sprizzavano come scintille.
Mi fermai. Semplicemente non potevo pi andare avanti. Quella musica
era diversa da qualsiasi cosa avessi mai sentito prima: voci di ragazzi, che
si intrecciavano e si lasciavano per fondersi nuovamente in una fantastica
armonia celestiale. Le voci andavano sempre pi in alto come quelle di uc-
celli felici, e, sotto a questa armonia, si sentiva una base di batteria e una
chitarra pizzicata e stridente che mi faceva venire i brividi su e gi per la
schiena bruciata dal sole.
- Che cos', Davy? - dissi. - Che cos' questa canzone?
...Round... round... get around... wha wha whaoooo...
- Che cos' questa canzone? - gli chiesi nuovamente, terrorizzato al-
l'idea di non riuscire a scoprirlo.
- Non l'hai ancora sentita? La cantano tutti alle superiori.
...Gettin' bugged drivin' up and down th same ol' strip... I gotta find a
new place where the kids are hip...
- Qual  il titolo? - insistetti, al colmo dell'estasi.
- La danno sempre alla radio. Si chiama...
Proprio in quel momento i ragazzi nel parcheggio si misero a cantare in-
sieme alla radio, alcuni presero a scrollare le macchine e io l, fermo, con
un frapp al burro di noccioline in mano, il sole in faccia e l'odore di cloro
della piscina che mi arrivava dall'altra parte della strada.
- ...dei Beach Boys - concluse Davy Ray.
- Cosa?
- I Beach Boys. Sono loro che la cantano.
- Ragazzi! - esclamai. - ... ...
Come potevo descriverla? Quale parola della nostra lingua avrebbe potu-
to esprimere giovinezza e speranza, libert e desiderio, dolce desiderio di
viaggiare e sangue ardente? Quale parola avrebbe potuto descrivere il sen-
so di fratellanza tra gli amici, e la sensazione che, finch la musica suona,
tu fai parte di quella generazione forte e girovaga che erediter la Terra?
- Forte - sugger Davy Ray. Poteva andare.
...Yeah the bad guys know us and they leave us alone... I get a-
rounnndddd...
Ero stupefatto. Ero trasfigurato. Le voci che si alzavano mi sollevavano
dall'asfalto bollente e io volavo con loro verso una terra sconosciuta. Non
ero mai stato su una spiaggia prima di allora. Non avevo mai visto l'ocea-
no, tranne che nelle fotografie sulle riviste e nei film alla televisione. I Be-
ach Boys. Quelle note mi facevano fremere l'anima, e per un attimo anch'io
indossavo una giacca di pelle, mi trovavo su una vecchia auto rossa dal
motore truccato con magnifiche bionde che cercavano di richiamare la mia
attenzione e me ne andavo in giro.
La canzone svan. Le voci si ritirarono negli altoparlanti. Ridiventai
nuovamente Cory Mackenson, un figlio di Zephyr, ma avevo sentito il ca-
lore di un sole diverso.
- Penso che chieder ai miei se mi mandano a lezione di chitarra -
disse Davy Ray, mentre attraversavamo la strada. La pronunci "chit-
tarra".
Io pensai che, a casa, mi sarei seduto alla scrivania e avrei cercato di
buttare gi una storia, con la mia matita Ticonderoga numero 2, su dove
andava a finire la musica quando arrivava nell'aria. Parte di essa era entrata
in Davy Ray, e mentre tornavamo in piscina dai nostri genitori lui la stava
canticchiando.
Il quattro di luglio arriv, torrido. Ci fu un grande picnic con barbecue al
parco, e la squadra degli adulti, i Quails, perse contro i Fireballs di Union
Town, per sette a tre. Vidi Nemo Curliss che guardava la partita, seduto
tutto pigiato tra una donna con i capelli castani e un vestito a fiori rossi e
un uomo allampanato che portava occhiali dalle lenti spesse, tutto sudato
nella camicia bianca, non pi inamidata. Il padre di Nemo non pass molto
tempo con la moglie e il figlio. Si alz dopo il secondo inning e si allonta-
n, e pi tardi lo vidi vagare tra la folla radunata per il picnic con un cam-
pionario di tessuti per camicie e un'aria disperata sul volto.
Non avevo dimenticato l'uomo con il cappello dalla piuma verde. Seduto
con i miei genitori a un tavolo per il picnic all'ombra, sgranocchiando co-
stolette cotte sul barbecue, mentre gli uomini pi anziani giocavano a lan-
ciare ferri di cavallo e i ragazzi si tiravano una palla ovale, io scrutai la fol-
la, in cerca di quella fuggevole piuma. E mentre cercavo, mi venne in men-
te che i cappelli invernali erano gi stati riposti e tutti i cappelli che si ve-
devano erano di paglia. Il sindaco Swope che si muoveva tra la folla, ti-
rando boccate di fumo dalla pipa e stringendo mani sporche di salsa di
barbecue, portava un borsalino di paglia. Cappelli di paglia adornavano
pure la testa del comandante dei vigili del fuoco Marchette e del signor
Dollar. Una paglietta con una vivace banda rossa era posata sul cranio cal-
vo del dottor Lezander, che venne al nostro tavolo per esaminare il segno
chiaro della mia ferita sul labbro. Aveva dita fresche e i suoi occhi scruta-
rono i miei con uno sguardo duro e intenso. - Se quei tipi ti causano altri
guai - disse col suo accento olandese - tu vieni da me. Gli far provare
le mie forbici per castrare, eh? - Mi diede un colpetto col gomito e mi ri-
volse un gran sorriso, mettendo in mostra il dente d'argento. Quindi Vero-
nica, la sua grossa moglie, olandese pure lei, con la faccia dalla mascella
lunga che mi ricordava quella di un cavallo, si avvicin con un piatto di
carta stracolmo di costolette e lo trascin via. La signora Lezander era un
tipo freddo: non aveva molti rapporti con le altre donne, e la mamma mi
disse che aveva saputo che il fratello maggiore della signora era rimasto
ucciso in Olanda, combattendo contro i nazisti. Supponevo che una cosa
simile potesse compromettere la fiducia nella gente. I Lezander erano fug-
giti dall'Olanda prima della caduta del paese, e il dottor Lezander aveva
ucciso con un colpo di pistola un soldato nazista che gli era entrato in casa.
Questo era un argomento che mi affascinava, poich Davy Ray, Ben,
Johnny e io giocavamo alla guerra nei boschi e io volevo chiedere al dottor
Lezander com'era in realt, ma pap diceva che non dovevo parlare di
quell'argomento e che cose simili dovevano essere lasciate dove stavano.
Vernon Thaxter fece la sua apparizione al picnic, cosa che fece arrossire
molte signore e fece s che gli uomini si dedicassero con esagerata atten-
zione al fuoco dei loro barbecue. La maggior parte della gente, per, si
comportava come se il figlio di Morron Thaxter fosse invisibile. Vernon
ricevette un piatto di costolette cotte sul barbecue e si sedette sotto un al-
bero ai bordi del campo da baseball. Quel giorno, per, non era completa-
mente nudo: portava un cappello di paglia floscio che lo faceva sembrare
un Huckleberry Finn svitato e felice di esserlo. Credo che Vernon fosse
l'unico uomo cui il signor Curliss non si avvicin con il suo campionario di
camicie.
Durante il pomeriggio udii parecchie volte la canzone dei Beach Boys
trasmessa dalle radio a transistor, e ogni volta sembrava meglio di quella
precedente. Pap la sent e arricci il naso come se avesse annusato del lat-
te acido e la mamma disse che le faceva male alle orecchie, ma io pensavo
che fosse magnifica. Di certo i ragazzi impazzivano per quella canzone.
Ma poi, mentre veniva suonata forse per la quinta volta, sentimmo una
gran confusione provenire da un punto non molto lontano da noi, dove al-
cuni ragazzi delle superiori stavano giocando con la palla ovale.
Qualcuno stava muggendo come un toro impazzito, e pap e io ci fa-
cemmo strada tra la gente allibita, per andare a vedere cosa stesse succe-
dendo.
Ed eccolo l: in tutto il suo metro e novantotto, i capelli rossi e ricci al
vento, la faccia lunga e magra ancora pi contratta del solito in una giusta
ira. Portava un abito azzurro e un distintivo con la bandiera americana ap-
puntato sul bavero e sopra a questo una piccola croce; era intento a di-
struggere una radiolina rossa, saltandole sopra a pi non posso con i lucidi
stivali neri a punta. - Questa. Cosa. Deve. Finire! - urlava, a tempo con
i suoi balzi. I ragazzi che prima giocavano con la palla ora fissavano il re-
verendo Angus Blessett con la bocca spalancata per lo stupore, e la sedi-
cenne proprietaria della radio che era appena stata fatta a pezzi si mise a
piangere. I Beach Boys erano stati zittiti dagli stivali, o meglio in questo
caso, dalla punta traforata. - Queste urla di Satana devono finire! - gri-
d il reverendo Blessett della chiesa battista della libert rivolto alla folla
radunatasi. - Giorno e notte odo queste porcherie e il Signore mi ha ordi-
nato di farle smettere! - Diede un ultimo calcio alla radio sacrilega fa-
cendo uscire cavi e batterie dai poveri resti. Quindi, con le guance in
fiamme e il volto madido di sudore, il reverendo Blessett si rivolse alla ra-
gazza in lacrime, spalanc le braccia e le si avvicin. - Ti amo! - url.
- Il Signore ti ama!
Lei si volt e fugg. Non posso biasimarla. Se mi avessero fracassato la
mia bella radio davanti agli occhi, neanch'io mi sarei sentito di abbracciare
qualcuno.
Il reverendo Blessett, che l'anno prima era stato coinvolto in una campa-
gna intesa a bandire il rituale della Signora al ponte delle garguglie, il Ve-
nerd Santo, ora rivolse la sua attenzione agli astanti. - Avete visto? La
poverina  cos confusa che non riesce pi a distinguere un santo da un
peccatore! E sapete perch? Perch stava ascoltando quelle lamentose, sa-
crileghe porcherie! -Punt un dito contro la radio morta. - Qualcuno di
voi si  preso la briga di ascoltare ci che riempie le orecchie dei nostri ra-
gazzi quest'estate? Eh?
- A me sembra un asino attaccato da uno sciame di api! - disse qual-
cuno, e la gente si mise a ridere. Guardai in su e vidi il pancione tutto in-
zuppato di sudore del signor Dick Moultry, con il davanti della camicia
condito di salsa per barbecue.
- Ridete pure se volete, ma davanti a Dio non si ride! - tuon il reve-
rendo Blessett. Non credo di averlo mai sentito parlare con un tono di voce
normale. - Se ascolterete quella canzone vi si rizzeranno i capelli sulla te-
sta, proprio come  successo a me!
- Su, andiamo, reverendo! - disse mio padre sorridendo. -  solo
una canzone!
- Solo una canzone? - La faccia lucida del reverendo Blessett era im-
provvisamente puntata contro quella di mio padre, gli occhi grigi stravolti
sotto alle sopracciglia cos rosse che sembravano finte.
- Solo una canzone, hai detto, Tom Mackenson? E se io ti dicessi che
questa "canzone" suscita nei nostri giovani desideri immorali? E se ti di-
cessi che predica piaceri sessuali illeciti, corse di macchine truccate sulle
strade, e il male delle grandi citt? Che cosa mi diresti, allora, Tom Ma-
ckenson?
Pap si strinse nelle spalle. - Direi che se lei ha sentito tutto questo a-
scoltandola solo una volta, deve avere orecchie buone come quelle di un
cane da caccia. Io non sono riuscito a capire una sola parola.
- Ahhh, s! Vedi, questa  un'astuzia di Satana! - Il reverendo Blessett
punt un dito sporco di salsa per barbecue contro il petto di mio padre. -
Entra nella testa dei nostri figli senza nemmeno che loro sappiano cosa
stanno ascoltando!
- Cosa? - chiese pap. A quel punto la mamma ci aveva raggiunti e
aveva preso pap sottobraccio. A pap non era mai importato molto del re-
verendo e lei temeva che potesse perdere la pazienza e mollargli un pugno.
Il reverendo Blessett batt in ritirata davanti a mio padre ed esamin
nuovamente la folla. Se c' una cosa capace di attirare la gente, questa 
uno che blatera e l'odore di Satana nell'aria come quello di carne bruciata
sulla griglia. - Voi, brava gente, venite alla chiesa battista della libert
mercoled sera alle sette e sentirete con le vostre orecchie di che cosa sto
parlando! - Il suo sguardo pass nervoso di faccia in faccia. - Se amate
il Signore, questa citt e i vostri figli, dovete rompere ogni radio che suoni
quella porcheria del demonio! - Con mio stupore, parecchie persone con
gli occhi allucinati gridarono che l'avrebbero fatto. - Lodate il Signore,
fratelli e sorelle! Lodate il Signore! - Il reverendo Blessett si fece largo
tra la folla, dando pacche sulla schiena e stringendo mani.
- Mi ha sporcato la camicia di salsa - disse pap, guardando la mac-
chia.
- Su, ragazzi - disse la mamma tirandolo via - andiamo a sederci al-
l'ombra.
Io li seguii, ma vi voltai indietro a osservare il reverendo Blessett che si
allontanava a grandi passi. Intorno a lui si era stretto un capannello di per-
sone che parlavano tutte assieme. I loro volti sembravano come gonfi, e
sulla giacca del reverendo si era formata una macchia scura di sudore a
forma di fetta d'anguria. Non riuscivo proprio a capire: la stessa canzone
che avevo sentito per la prima volta quel giorno nel parcheggio dello Spin-
nin' Wheel era sacrilega? Non sapevo molto del male della grande citt,
ma non avevo un desiderio sfrenato di immoralit. Era solo una canzone
forte, e mi faceva sentire... be', forte. Persino dopo averla sentita cos tante
volte, non ero ancora riuscito a decifrare quale fosse il ritornello dopo la
parte I get around, e neanche Ben, Davy Ray o Johnny, che aveva ancora il
naso incerottato e non poteva uscire di casa.
Ero curioso: che cosa aveva sentito il reverendo Blessett nella canzone
che non avessi sentito io?
Decisi che l'avrei scoperto.
Quella notte i fuochi d'artificio sbocciarono rossi, bianchi e blu nel cielo
di Zephyr.
E, dopo mezzanotte, qualcuno diede fuoco a una croce davanti alla casa
della Signora.
5
Benvenuto, Lucifero
Mi svegliai con l'odore di bruciato nelle narici.
Gli uccelli cantavano e il sole era gi alto, ma a me venne in mente una
cosa terribile. Tre anni prima, una casa, due isolati pi a sud della nostra,
aveva preso fuoco.
L'estate era stata molto calda e secca e la casa si era incendiata in un at-
timo come un legnetto di pino in una notte d'agosto. In quella casa viveva
la famiglia Bellwood: il signore e la signora Bellwood, la loro figlia Em-
mie, di dieci anni, e Carl, il figlio di otto anni. Il fuoco, causato da un corto
circuito, aveva divorato Carl nel suo letto prima che i Bellwood potessero
metterlo in salvo. Carl era morto pochi giorni dopo, e ora era sepolto su
Poulter Hill. Sulla sua lapide c'era inciso "Il nostro amato figlio". I Bel-
lwood si erano trasferiti poco dopo, lasciando il loro figliolo nella terra di
Zephyr. Ricordo molto chiaramente Carl, perch sua madre era allergica
agli animali e non gli lasciava tenere un cane, cos lui qualche volta veniva
a casa mia a giocare con Rebel. Era un ragazzo magro, con i capelli ricci di
un biondo rossiccio, gli piacevano i Popsicle alla banana che l'uomo della
Good Humor vendeva in giro col suo furgone. Una volta mi disse che desi-
derava possedere un cane pi di ogni altra cosa al mondo. Poi il fuoco se lo
port via e pap si sedette vicino a me e mi spieg che Dio aveva un piano,
ma che talvolta era terribilmente difficile per noi capirlo.
Quella mattina, il cinque di luglio, pap era andato a lavorare e tocc al-
la mamma dirmi che cos'era quell'odore di bruciato. Era stata al telefono
buona parte della mattina, collegata all'accuratissimo sistema d'informa-
zione di Zephyr: il gruppo di donne che volteggiavano sui pettegolezzi
come avvoltoi affamati di verit. Mentre facevo colazione, uova strapazza-
te e patate, la mamma si sedette a tavola con me. - Tu sai cos' il Ku
Klux Klan, vero? - mi chiese.
Feci segno di s con la testa. Avevo visto uomini del KKK alla tele-
visione, vestiti con le tuniche bianche e i cappucci a punta, camminare in-
torno a una grossa croce infuocata, tenendo tra le braccia fucili e carabine.
Il loro portavoce, un uomo che si era tolto il cappuccio scoprendo una fac-
cia che sembrava un pezzo di grasso di rognone, aveva invitato a restare
fedeli agli stati del Sud oppure a portare via le chiappe, e a non permettere
che qualche politico di Washington venga a dire che si deve baciare i pie-
di a un negro. La rabbia aveva quasi gonfiato le guance e le palpebre al-
l'uomo che parlava, e dietro di lui il fuoco aveva divorato la croce mentre
le figure intabarrate di bianco continuavano la loro macabra parata.
- Il Klan ha dato fuoco a una croce nel cortile della Signora, la scorsa
notte - disse la mamma. - Probabilmente  un avvertimento perch se
ne vada dalla citt.
- La Signora? E perch?
- Tuo padre dice che alcuni hanno paura di lei. Che pensano lei abbia
troppa voce in capitolo su quello che accade a Bruton.
- Lei vive a Bruton - dissi io.
- S, ma queste persone temono che lei voglia poter dire la sua anche
su quanto succede a Zephyr. La scorsa estate ha chiesto al sindaco Swope
di aprire la piscina anche alla gente di Bruton. E quest'anno gliel'ha chiesto
di nuovo.
- Pap ha paura di lei, non  vero?
- S - disse la mamma - ma  diverso. Non ha paura di lei per il co-
lore della sua pelle. Ha paura per... - si strinse nelle spalle
- ...per quello che non capisce.
Giocherellai con la forchetta, facendola girare nelle patate, meditando su
questo punto. - E come mai il sindaco Swope non vuole aprirla anche a
loro?
- Sono neri - rispose la mamma. - La piscina non  mai stata aperta
a loro. La Signora ha preparato una petizione in cui si chiede che costrui-
scano una piscina a Bruton o che aprano quella di Zephyr anche ai neri.
Questo deve essere il motivo per cui il Klan vuole che lei se ne vada.
- Ma  sempre vissuta qua. Dove potrebbe andare?
- Non lo so. E non credo che alla gente che ha dato fuoco alla croce
importi molto. - La mamma aggrott la fronte e delle piccole rughe le
comparirono intorno agli occhi. - Io non sapevo neppure che il Klan fos-
se presente nella zona di Zephyr. Tuo padre dice che sono un pugno di
uomini spaventati che vogliono far tornare indietro il tempo. Dice che le
cose peggioreranno parecchio prima di poter migliorare.
- Cosa succeder se la Signora non se ne va? - chiesi. - Quegli uo-
mini le faranno del male?
- Forse. E comunque potrebbero provarci.
- Non se ne andr - dissi io, ripensando alla fredda bellezza dagli oc-
chi verdi che avevo visto dietro al volto rugoso della Signora. - Quegli
uomini non possono mandarla via.
- Su questo hai ragione. - La mamma si alz dalla sedia. - Io non
vorrei mai dovermi mettere contro di lei, questo  sicuro. Vuoi un altro
bicchiere di succo d'arancia?
Le risposi di no. Mentre la mamma ne versava uno per s, io finii le mie
uova e poi dissi una cosa che la costrinse a voltarsi e a guardarmi come se
le avessi chiesto i soldi per un viaggio sulla Luna. - Voglio andare a sen-
tire cos'ha da dire il reverendo Blessett. - Lei rimase senza parole. - A
proposito di quella canzone - proseguii. - Voglio sapere perch la odia
cos tanto.
- Angus Blessett odia tutto - disse la mamma quando ebbe recuperato
la voce. - Riuscirebbe a vedere la fine del mondo in un paio di mocassini.
- Quella  la mia canzone preferita. Voglio scoprire cosa ci ha sentito
lui che io non riesco a sentire.
-  facile. Ha orecchie allenate. - Fece un debole sorriso. - Come
me, suppongo. Neanch'io sopporto quella canzone, ma non penso che in
essa ci sia qualcosa di male.
- Io voglio saperlo - insistetti.
Per me era una novit. Non ero mai stato cos determinato ad andare in
chiesa prima di allora, e non era neanche la nostra congregazione. Quando
pap torn a casa, fece del suo meglio per dissuadermi, spiegandomi che il
reverendo Blessett era cos pieno d'aria calda che avrebbe potuto gonfiare
un dirigibile, e che non ci pensava neanche a varcare la soglia della sua
chiesa, eccetera eccetera, ma alla fine - dopo una sommessa consultazione
con la mamma durante la quale udii le parole "curiosit" e "lasciamo che
lo scopra da solo" - pap acconsent a malincuore di accompagnarci mer-
coled sera.
E fu cos che ci trovammo seduti insieme a un centinaio di altre persone
in quella soffocante sauna che era la chiesa battista della libert in Sha-
wson Street, vicino al ponte delle garguglie. Pap e io non portavamo n
giacca n cravatta perch quella non era una funzione domenicale, e alcuni
degli altri uomini addirittura avevano ancora le tute da lavoro. Vedemmo
molte persone che conoscevamo e prima ancora che la funzione iniziasse,
nella chiesa c'era soltanto posto in piedi. C'erano un sacco di ragazzi im-
bronciati che avevano l'aria di essere stati trascinati in chiesa in catene dai
loro tetri genitori. Suppongo che il gran urlare del reverendo avesse fatto
arrivare il suo messaggio, cos come i manifestini che aveva attaccato in
tutta la citt, che proclamavano che lui era pronto a "combattere contro il
demonio mercoled sera... vale la pena di lottare per i nostri figli." Davanti
all'altare era stato sistemato un giradischi con gli altoparlanti e finalmente
il reverendo Blessett - tutto sudato e rosso in faccia, con un abito bianco e
una camicia rosa carico - sal a grandi passi sul podio, con il sacrilego 45
giri di vinile nero in una mano. Nell'altra teneva la maniglia di pelle di una
scatola di legno con dei forellini sui lati, che poi pos per terra, prima di
salire sul podio. Quindi fece un gran sorriso al suo pubblico e grid: -
Siamo pronti a combattere il demonio, questa sera, fratelli e sorelle?
- Amen! - gridarono di rimando. - Amen! Amen!
S, erano proprio pronti.
Il reverendo Blessett attacc con un appassionato sermone su come i ma-
li della grande citt stessero infiltrandosi a Zephyr, su come Satana volesse
trascinare tutti i giovani all'inferno e su come i cittadini dovessero combat-
tere il demonio ogni istante della loro vita per evitare di finire abbrustoliti
dalle fiamme.
La faccia del reverendo Blessett era tutta coperta di sudore, le sue brac-
cia volavano di qui e di l, mentre camminava avanti e indietro a grandi
passi davanti all'assemblea, come un invasato. Devo dire che faceva un
bell'effetto, e io mi ero quasi convinto che Satana si nascondesse sotto al
mio letto in attesa che io aprissi una copia di National Geographic alla pa-
gina con le fotografie delle donne a seno nudo.
Smise di andare su e gi e ci rivolse un gran sorriso con la faccia tutta
bagnata. Qualcuno aveva spalancato le porte, ma il caldo era soffocante e
avevo la camicia attaccata alla pelle per il sudore. Nella nebbiosa luce do-
rata, il reverendo Blessett emanava vapore. Tenne alzato il disco. - Siete
venuti ad ascoltarlo - disse - e ora lo ascolterete.
Accese il giradischi, centr il disco sul perno e tenne la puntina sollevata
sul primo solco. - Ascoltate - tuon - le voci del demonio. - Quindi
abbass la testina e dagli altoparlanti usc un crepitio di scariche.
Quelle voci! Angeli o demoni? Ah, quelle voci! Round round get around
I get around. Way out of town. I get around.
- Avete sentito? - Sollev la testina con uno strappo. - Proprio qui!
Dicono ai nostri figli che l'erba del vicino  pi verde. Che non c' pi
soddisfazione a vivere nella propria citt.  la voglia di viaggiare del de-
monio, quella di cui stanno parlando! - La puntina scese di nuovo. Quan-
do raggiunse il punto della canzone in cui si parla di avere una macchina
imbattibile e di non fare cilecca con le ragazze che si incontrano, il reve-
rendo Blessett stava quasi ballando nel suo delirio di collera. - Sentito?
Non dice forse ai nostri giovani di fare le corse sulle strade? Non dice loro
di indulgere nei liberi e facili piaceri della carne? - Pronunci quest'ulti-
ma parola con scherno. - Pensateci, gente! I vostri figli e le vostre figlie
infiammati da queste porcherie, e Satana che ride di noi! Pensate alle stra-
de rosse del sangue dei nostri figli, nelle carcasse delle loro macchine truc-
cate, alle vostre figlie incinte e ai vostri figli pazzi di sesso! Credete che
queste cose accadano solo nella grande citt? Pensate che qui a Zephyr
siamo al sicuro dal principe delle tenebre? Ascoltate ancora un po' di que-
sta cosiddetta "musica" e scoprirete quanto vi siete sbagliati! - Fece gira-
re ancora un po' la testina. Il suono non era molto buono. Credo che il re-
verendo Blessett avesse ascoltato la canzone qualche decina di volte, a
giudicare da tutti i graffi. Non mi importava quello che diceva: quella mu-
sica parlava di libert e felicit, non di incidenti di macchina sulle strade.
Io non ascoltavo la canzone come il reverendo Blessett. Per me era il suo-
no dell'estate, una fetta di paradiso in terra. Per lui era solo zolfo puzzolen-
te e ghigno del demonio. Mi meravigliavo come un uomo di Dio - quale
era lui - potesse sentire la voce di Satana in ogni parola. Dio non era forse
padrone di tutte le cose, come diceva la Bibbia? E se lo era, allora perch il
reverendo Blessett aveva cos tanta paura del diavolo?
- Porcherie pagane! - rugg, quando il disco arriv in quella parte del-
la canzone in cui i Beach Boys dicono di non lasciare la ragazza migliore a
casa il sabato sera. - Sesso immondo! Dio aiuti le nostre figlie!
- Quell'uomo  matto da legare! - disse mio padre, sporgendosi verso
la mamma.
Mentre la canzone continuava, il reverendo Blessett prosegu in-
fervorato, parlando di disprezzo della legge e distruzione della famiglia,
del peccato di Eva e del serpente nel giardino dell'Eden. Spruzzava saliva e
emanava sudore, e la faccia gli era diventata cos rossa che temevo stesse
per esplodere. - I Beach Boys! - disse con scherno feroce. - Sapete chi
sono? Sono dei fannulloni che non riuscirebbero a lavorare neanche un
giorno, neppure se gli metteste in mano una zappa e li pagaste cinquanta
dollari! Se ne stanno in California, a bighellonare tutto il giorno e a forni-
care nella sabbia come animali selvaggi!  questo che i nostri ragazzi a-
scoltano giorno e notte? Dio aiuti questo mondo!
- Amen! - grid qualcuno. La folla si stava eccitando. - Amen, fra-
tello! - esclam un'altra voce.
- E non avete ancora sentito tutto, amici miei! - url il reverendo
Blessett. Sollev la testina, mise una mano piana sul disco per impedirgli
di girare e, mentre il meccanismo del giradischi gemeva in segno di prote-
sta, cerc un particolare solco nel disco. - Ascoltate questo! - Liber il
meccanismo e abbass la testina, mentre con l'altra mano ruotava il disco
all'indietro.
Ne usc un gemito lento, un qualcosa che suonava come Daaadeelsmaa-
astraaabaaaa.
- Sentito? Sentito? - Gli occhi del reverendo luccicavano trionfanti:
aveva svelato il mistero del profondo della musica. - Il diavolo  la mia
fragolai Ecco cosa dicono! Chiaro e lampante! In questa canzone cantano
un elogio a Satana e se ne infischiano di chi se ne accorge! E questa cosa 
diffusa dalle onde radio attraverso tutto il paese, in questo preciso momen-
to! I nostri figli la suonano e non sapranno che cosa ascoltano finch non
sar troppo tardi e non si potr pi tornare indietro! Il piano del diavolo 
quello di prendere le loro anime con l'inganno!
- Credo che dicessero lo stesso del Charleston - disse pap alla
mamma, ma la sua era solo una debole voce nell'eccitato coro di "amen".
E cos che va il mondo: la gente vuole credere al meglio, ma  sempre
pronta a temere il peggio. Suppongo si possa prendere la pi innocente
delle canzoni mai scritta e scoprirvi le parole del diavolo, se  quello che la
vostra mente vi dice di ascoltare. Specialmente le canzoni che parlano del
mondo e delle persone - persone che sono afflitte dal peccato e dalle pre-
occupazioni come lo sono anche i migliori di noi - possono essere mag-
giormente inquisite, perch per alcuni la verit  dolorosa. Ero seduto in
chiesa e sentivo il reverendo inveire e urlare. Vedevo la sua faccia farsi
sempre pi rossa, gli occhi luccicare, e gli spruzzi di saliva uscirgli dalla
bocca. Vedevo che era un uomo terrorizzato e stava attizzando i carboni
ardenti del terrore nella sua congregazione. Faceva saltare la puntina qui e
l, facendo suonare altri frammenti all'indietro che a me sembravano solo
parole incomprensibili, ma che per lui contenevano messaggi satanici. Mi
pass per la testa che doveva aver passato molto tempo piegato su quel gi-
radischi, a fregare la puntina avanti e indietro alla ricerca di un'espressione
del maligno. Non ero sicuro che stesse cercando di proteggere la gente, ma
di guidarla, piuttosto. In quest'ultima attivit era bravissimo: in men che
non si dica quasi tutti erano in piedi e gridavano "Amen", esaltati come le
cheerleader della Adams Valley High School a ogni meta. Pap si limitava
a scuotere la testa, con le braccia incrociate sul petto, e non credo che la
mamma capisse bene tutta quell'agitazione.
Quindi, con gli occhi spiritati e il sudore che gli gocciolava dal mento, il
reverendo Blessett annunci: - E ora faremo ballare il diavolo alla sua
musica! - Apr la scatola di legno e all'improvviso ne schizz fuori qual-
cosa di vivo e scalciante. Mentre i Beach Boys continuavano a cantare, il
reverendo Blessett afferr un guinzaglio e costrinse la creatura attaccata ad
esso a mettersi a ballare pazzamente al ritmo della musica.
Era una scimmia ragno piccola piccola, tutta gambe e braccia scheletri-
che, il muso che sprizzava furia mentre il reverendo Blessett tirava la cate-
na del guinzaglio di qui e di l. - Balla, Lucifero! - urlava il reverendo,
e la sua voce copriva persino quella dei californicatori. - Balla la tua mu-
sica! - Lucifero, che era stata costretta in quella scatola per Dio solo sa
quanto, non sembrava troppo contenta. Soffiava tra i denti e tirava morsi,
la coda fendeva l'aria come una frusta grigia e pelosa e il reverendo Bles-
sett continuava a gridare: - Balla, Lucifero! Continua a ballare! - e in-
tanto tirava la scimmietta di qui e di l con la catena. Alcuni si alzarono e
si misero ad applaudire e a dimenarsi in mezzo alla navata. Una donna, che
aveva uno stomaco grosso come il cuscino di un divano, si alz in piedi,
sulle gambe che sembravano tronchi d'albero, e prese a muoversi barcol-
lando, singhiozzando e chiamando Ges come se Lui fosse un cucciolo che
si  perduto. - Balla, Lucifero! - gridava il reverendo. Pensai che si sa-
rebbe messo a far roteare quella povera bestia nell'aria sopra la testa, come
si fa con una zampa di coniglio attaccata a una catenella. Un uomo seduto
nella fila davanti alla nostra spalanc le braccia e si mise a gridare qualco-
sa in cui c'entravano le parole "Dio", "lode" e "distruggi gli infedeli", e io
mi ritrovai a scrutargli il dietro del collo bruciato dal sole per vedere se vi
fosse una croce aliena incisa sulla pelle.
La chiesa si era trasformata in un manicomio. Pap prese la mamma per
la mano e le disse: - Usciamo di qui! - La gente volteggiava e si dondo-
lava di qui e di l, rapita dall'estasi, e io pensai che i battisti non erano pro-
prio capaci di ballare.
Il reverendo Blessett diede alla scimmia un furioso strattone. - Balla,
Lucifero! - ordin, mentre la musica continuava a rimbombare. - Mo-
stragli cosa c' in te!
E allora, tutto a un tratto, Lucifero lo fece.
La scimmia moll un urlo e, avendone chiaramente piene le tasche di es-
sere tirata e strattonata, si lanci sulla testa del reverendo. Agguant il cra-
nio del reverendo con le gambe e le braccia lunghissime e questi url di
terrore quando Lucifero gli affond i denti piccoli e aguzzi nell'orecchio
destro. Nello stesso tempo, Lucifero mostr che aveva piena anche la pan-
cia, e schizz un rivolo di roba schifosa e marrone, imbrattando tutto l'abi-
to bianco del reverendo. Quella vista fece immediatamente cessare le estasi
e i deliri. Il reverendo barcollava, cercando di togliersi la scimmia dalla te-
sta, mentre le viscere di Lucifero gli spruzzavano il vestito con una fanta-
sia di marrone colante. La donna con la pancia come un cuscino si mise a
urlare. Alcuni uomini della prima fila si lanciarono ad aiutare il reverendo,
il cui orecchio continuava a essere rabbiosamente morsicato. Quando gli
uomini raggiunsero il reverendo che tentava di difendersi dall'attacco della
scimmia, Lucifero volt all'improvviso la testa, un grumo di sangue ancora
attaccato ai denti, e vide le mani che stavano per afferrarla. Moll il cranio
del reverendo Blessett e si lanci schiamazzando verso la testa degli altri
uomini, facendoli urlare e fuggire, mentre altra materia marrone colava lo-
ro addosso. Il guinzaglio sfugg dalle mani del reverendo Blessett, e Luci-
fero fu libero.
Come il suo orribile omonimo, la scimmia salt di persona in persona,
cercando di mordere orecchie e spruzzando i vestiti. Non so cosa il reve-
rendo avesse dato da mangiare a Lucifero, ma doveva averle fatto male.
Pap url e la mamma si scans quando Lucifero ci pass di fianco a gran-
di balzi, e ci manc poco che schizzasse pure noi.
La scimmia si lanci dal bordo di una panca, si attacco al lampadario e
da qui si tuff sul cappello blu di una donna, dove concim un garofano
finto. Quindi riprese la sua folle corsa: zampe, artigli, coda sciabolante,
denti che tentavano di mordere, uno strillo, uno schizzo. L'odore di banane
marce era cos forte da causare svenimenti. Un coraggioso soldato cristia-
no tent di afferrare il guinzaglio, ma riusc solo a farsi coprire la faccia di
marrone: Lucifero emise un suono simile a una risata mentre l'uomo, tem-
poraneamente accecato, barcollava all'indietro, e sua moglie fuggiva preci-
pitosamente da lui. Lucifero affond i denti nel naso di una donna, consa-
cr con altra materia viscida e marrone i capelli di un ragazzo e salt di
panca in panca come una demoniaca, piccola versione di Fred Astaire.
- Prendetela! - url il reverendo Blessett, tenendosi l'orecchio sangui-
nante. - Prendete quel maledetto coso!
Un uomo riusc a mettere una mano su Lucifero ma la ritir un secondo
dopo, con una nocca sanguinante. La scimmia era molto veloce, e cattiva
come il diavolo. Quasi tutti erano troppo occupati a evitare gli schizzi vo-
lanti per pensare a catturarla. Il reverendo Blessett grid: - Le porte!
Chiudete le porte!
Era una buona idea, ma era arrivata troppo tardi. Lucifero era gi diretta
verso l'uscita, con gli occhietti che le luccicavano per il piacere.
Dietro di s, lasciava la sua firma sui muri. - Fermatela! - tuon il re-
verendo, ma Lucifero salt sopra la spalla di un uomo, si tuff a rondine
dalla testa di una signora e con un trillo di trionfo balz fuori della porta
aperta, nella notte.
Alcuni uomini le corsero dietro. Tutti gli altri iniziarono a respirare me-
glio, anche se l'aria non si poteva proprio definire respirabile. Pap aiut la
mamma ad alzarsi, quindi aiut altri due uomini a tirare su la signora gras-
sa, che era svenuta e caduta a terra come una quercia abbattuta. - Restate
tutti calmi! - disse il reverendo, tremante. - Ora  tutto a posto! Va tutto
bene!
Mi dava da pensare un uomo che diceva cos, con un orecchio mezzo
masticato e il vestito bianco coperto di cacca di scimmia.
La canzone peccaminosa che ci eravamo riuniti ad ascoltare era di-
menticata. In prospettiva, sembrava una cosa di minore importanza. La
gente cominci a riprendersi dallo choc, sostituendolo via via con l'indi-
gnazione. Qualcuno grid al reverendo Blessett che non avrebbe dovuto
lasciar andare la scimmia e qualcun altro disse che per prima cosa, l'indo-
mani mattina, gli avrebbe mandato il conto della lavanderia. La donna con
il naso morsicato strill che lo avrebbe denunciato. Le voci si levarono in
una protesta sempre pi forte e vidi il reverendo Blessett che sembrava re-
stringersi per sfuggire da loro, svuotato di tutta la sua forza. Aveva un'aria
confusa e infelice, come tutti gli altri.
Gli uomini che erano usciti all'inseguimento di Lucifero ritornarono, su-
dati e senza fiato. La scimmia si era arrampicata su un albero ed era spari-
ta, dissero: forse si sarebbe fatta viva nuovamente quando si fosse fatto
giorno. E allora forse avrebbero potuto attirarla in una rete.
Gente che cercava di attirare in trappola Lucifero invece di essere Luci-
fero ad attirare in trappola la gente. Questa cosa mi sembr insolita e di-
vertente allo stesso tempo, ma pap diede voce a questo pensiero: - A-
spetta e spera - disse.
Il reverendo Blessett si sedette sul podio e rimase l, col vestito tutto im-
brattato, a guardarsi le mani, mentre la sua congregazione lo abbandonava.
Sul giradischi, la puntina faceva clic... clic... clic.
Andammo a casa, nell'umida notte estiva. Le strade erano silenziose, ma
la sinfonia degli insetti arrivava dalla chioma degli alberi come un mono-
tono lamento. Non potei fare a meno di pensare che, da qualche parte, for-
se, Lucifero ci stava guardando. Ora che era fuggita, chi mai l'avrebbe ri-
messa in gabbia?
Mi parve di sentire nuovamente l'odore della croce bruciata, che si dif-
fondeva come una peste sulla citt. Decisi che doveva trattarsi di qualcuno
che cuoceva gli hot dog su un fuoco all'aperto.
6
La madre di Nemo e una settimana con Jaybird
L'estate andava avanti, come tutte le estati.
Il reverendo Blessett cerc di mantenere vivo il furore della gente, ma,
con l'eccezione di alcuni che scrissero al Journal chiedendo che fosse so-
spesa la vendita del disco, il motore del reverendo stava perdendo colpi.
Forse aveva qualcosa a che fare con le lunghe, afose giornate di luglio;
forse era in relazione al mistero su chi avesse dato fuoco a quella croce nel
cortile della Signora; o forse la gente aveva riascoltato quella canzone e
aveva deciso da sola. Qualunque fosse la ragione, sembrava che la gente a
Zephyr avesse deciso che la campagna del reverendo Blessett non era altro
che aria fritta. Il tutto termin definitivamente quando il sindaco Swope
and a fargli visita a casa e gli disse di smetterla di spaventare la gente, fa-
cendole vedere ovunque demoni che non esistevano, se non nella sua men-
te.
Per quanto riguarda Lucifero, la scimmia era stata vista girare per le
strade da almeno cinque o sei persone. Una torta alla banana, che era stata
messa a raffreddare all'ombra su un davanzale a casa di Sonia e Katharina
Glass, era andata completamente distrutta; in qualsiasi altro momento avrei
detto che fossero stati i Branlin, ma ora quei due tenevano il profilo basso.
Lucifero, invece, volteggiava molto in alto.
Il comandante Marchette e altri vigili del fuoco volontari tentarono di
prenderla al volo con una rete, ma la loro fatica fu premiata solo con e-
scrementi di scimmia su tutti i vestiti. Evidentemente Lucifero aveva una
buona mira e un getto costante, sia dal davanti che dal di dietro. Pap dice-
va che era un ottimo meccanismo di difesa, e ci rideva sopra, ma la mam-
ma disse che il solo pensiero di quella scimmia che girava libera per la cit-
t la faceva star male.
Durante il giorno Lucifero se ne stava appartata, ma a volte, quando ca-
deva la notte, strillava e urlava cos forte da svegliare persino coloro che
riposavano su Poulter Hill. In pi di un'occasione udii lo sparo di chi, de-
stato dal baccano, cercava di farle un buco nella pancia, ma Lucifero non
restava mai l a prendersi la pallottola. Lo sparo, per, svegliava tutti i cani
e il loro abbaiare svegliava l'intera citt, per cui alla fine il consiglio di
Zephyr pass un'ordinanza d'emergenza che proibiva gli spari entro i con-
fini della citt dopo le otto di sera.
Non ci volle molto perch Lucifero imparasse a picchiare con un bastone
contro i bidoni della spazzatura, cosa che amava particolarmente fare fra le
tre e le sei del mattino. Evit un casco di banane avvelenate preparato dal
sindaco Swope, e schiv una trappola azionata da un filo su cui avrebbe
dovuto passare. Prese a lasciare la sua firma marrone sulle macchine lavate
di fresco; un pomeriggio si lanci da un albero e stacc con un morso un
pezzo d'orecchio al nostro postino, il signor Gerald Hargison, mentre que-
sti faceva il suo giro. Il signor Hargison lo raccont a mio padre, un gior-
no, sedendosi per un momento sotto il nostro portico a fumare un sigaro
dal bocchino di plastica, con un cerotto sull'orecchio sinistro mutilato.
- Se avessi avuto la pistola con me, le avrei sparato, a quella piccola
bastarda - disse il signor Hargison. - Per devo dire che  stata velocis-
sima. Mi ha morso,  scappata e io quasi non l'ho vista. - Grugn e scosse
la testa. - Bella cosa, se non possiamo pi camminare per strada di giorno
senza essere attaccati da una maledetta scimmia.
- Forse la prenderemo presto - disse pap.
- Forse. - Il signor Hargison sbuff via il fumo azzurrino e lo guard
allontanarsi a volute. - Vuoi sapere cosa penso, Tom?
- Cosa?
- In quella scimmia c' pi di quello che salta all'occhio, ecco cosa
penso.
- Cosa intendi dire?
- Be', rifletti un po' su questo. Com' che quella maledetta scimmia ri-
mane qui a Zephyr? Com' che non va a Bruton a causare danni?
- Non lo so - disse pap. - Non ci ho mai pensato.
- Io credo che quella donna c'entri in qualche modo.
- Che donna, Gerald?
- Lo sai benissimo. - Accenn con la testa verso Bruton. - Lei. La
regina, laggi.
- Vuoi dire la Signora?
- Gi. Proprio lei. Io penso che abbia fatto qualche specie di sortilegio
e ce l'abbia gettato addosso, a causa del... lo sai... di quel guaio.
- Vuoi dire la croce che  bruciata?
- Uh, uh. - Il signor Hargison si spost appena un po' pi all'ombra,
perch aveva una gamba al sole. - Ci ha gettato addosso una iettatura, ec-
co cosa penso.  ben strano che nessuno riesca a catturare quella maledetta
scimmia. Una notte quell'accidente si  messa a urlare come uno spirito
portatore di morte davanti alla finestra della nostra camera da letto e a Lin-
da Lou  quasi venuto un attacco di cuore!
- Se quella scimmia  scappata, la colpa  del reverendo Blessett - gli
ramment pap. - La Signora non c'entra niente.
- Ma non lo sappiamo di sicuro, no? - Il signor Hargison fece cadere
la cenere con un dito sull'erba, e quindi il sigaro torn tra i suoi denti. -
Non sappiamo che tipo di potere abbia. Io credo che il Klan abbia ragione,
ne sono convinto. Non abbiamo bisogno di quella donna qui in giro. N di
lei, n delle sue petizioni.
- Io non sto dalla parte del Klan, Gerald - gli disse pap. - Io non mi
metto a bruciare croci. Mi sembra un gesto da codardi.
Il signor Hargison brontol piano, e un piccolo pennacchio di fumo gli
sfugg dalle labbra. - Io non sapevo neppure che qui da noi il Klan fosse
attivo - disse. - Ma ultimamente ho sentito delle cose.
- E cio?
- Oh... solo discorsi. Nella mia professione, si sentono un sacco di stu-
pidaggini. Certa gente pensa che il Klan sia terribilmente coraggioso a
mandare un avvertimento a quella donna. Molti pensano che sia giunta l'o-
ra che quella donna venga mandata via, prima che rovini la nostra citt.
- Vive qui da moltissimo tempo. E non ha rovinato Zephyr, fino a ora,
no?
- Fino a qualche anno fa teneva la bocca chiusa. Ma ora sta cercando di
smuovere le acque. Negri e bianchi nella stessa piscina! E sai una cosa? Il
sindaco Swope  cos pazzo da concederle quello che vuole!
- Be' - disse pap - i tempi cambiano.
- Ges! - Il signor Hargison guard mio padre. - Non starai dalla
sua parte, Tom?
- Io non sto dalla parte di nessuno. Io sto solo dicendo che non ab-
biamo bisogno di cani poliziotto, idranti e bombe, qui a Zephyr. I tempi di
Bull Connor sono finiti. Mi sembra che le cose stiano cambiando, ed  cos
che va il mondo. - Pap si strinse nelle spalle. - Non si pu fermare il
futuro, Gerald, questo  un fatto.
- Io credo che quelli del Klan potrebbero non essere d'accordo su que-
sto punto.
- Pu darsi. Ma anche i loro tempi sono finiti. L'odio non fa che ge-
nerare odio.
Il signor Hargison rimase in silenzio per un attimo. Guardava in direzio-
ne dei tetti di Bruton, ma era difficile dire cosa vedesse. Alla fine si alz in
piedi, raccolse la piccola cartella della posta e se la mise a tracolla. - Una
volta eri un tipo sensato - disse, e quindi si avvi verso il suo furgone.
- Gerald! Aspetta un minuto! Torna indietro! - gli grid pap, ma il
signor Hargison prosegu per la sua strada. Mio padre e il signor Hargison
si erano diplomati nella stessa classe alla Adams Valley High School e,
pur non essendo amici intimi, avevano percorso insieme le strade della
giovinezza. Pap mi aveva raccontato che il signor Hargison giocava come
quarterback nella squadra di football e su un muro della scuola c'era una
targa d'argento col suo nome tra quelle degli allievi che si erano distinti
con onore. - Ehi, Grande Orso! - lo chiam ancora pap, usando il so-
prannome dato al signor Hargison ai tempi della scuola, ma questi gett il
mozzicone del sigaro nel canale di scolo e si allontan a bordo del furgone.
Arriv il giorno del mio compleanno. Invitai Davy Ray, Ben e Johnny a
mangiare la torta e il gelato. Sulla torta c'erano dodici candeline. E, mentre
mangiavamo la torta, pap pos il mio regalo sulla scrivania della mia
stanza.
Johnny dovette andare a casa prima che lo trovassi. A volte gli faceva
ancora male la testa, e aveva degli attacchi di vertigini. Mi aveva portato
due belle punte di freccia bianche della sua collezione. Davy Ray mi aveva
regalato un modellino Aurora della Mummia, mentre il dono di Ben era un
sacchetto pieno di piccoli dinosauri di plastica.
Ma sulla mia scrivania, con un foglio di carta bianca inserito nel rullo,
c'era una macchina per scrivere Royal, grigia come una corrazzata.
Non era nuovissima. I tasti erano un po' consumati e sul lato c'era stato
scritto, graffiando la vernice, Z.P.L. La Zephyr Public Library! Seppi, pi
tardi, che la biblioteca di Zephyr aveva venduto parte delle vecchie attrez-
zature. Il tasto della "E" si inceppava e alla "i" minuscola mancava il pun-
tino. Ma io mi sedetti alla scrivania nel crepuscolo del giorno del mio
compleanno, spinsi da parte il barattolo di latta pieno di matite Ticondero-
ga e, col cuore che batteva forte, battei faticosamente a macchina il mio
nome sulla carta.
Ero entrato nell'era della tecnologia.
Mi resi conto molto presto che battere a macchina non sarebbe stato fa-
cile. Le mie dita erano ribelli. Avrei dovuto disciplinarle. Continuai a eser-
citarmi, fino a notte fonda, finch la mamma disse che dovevo andare a
dormire. COERY JAT MACKEMAON. DAVY RSU CALKAN.
JIHNMY QULSON. BEM SEARS. REBEL. BECCHIO MOSE. SI-
GNORS. CROCE BRUXIATA. BRAMKINS. CAPOELLO CON LA PI-
YMA VERDE. ZEPHIR. ZEPHTR. ZEPHYR.
Avevo ancora molta strada da fare, ma gi sentivo dentro di me l'eccita-
zione degli eroici cowboy, dei coraggiosi indiani, dei soldati, delle legioni
di investigatori e degli innumerevoli mostri, impazienti di essere creati.
Un pomeriggio stavo facendo un giro con Razzo, godendomi il vapore
creato da un'acquazzone passeggero, quando mi trovai vicino alla casa in
cui viveva Nemo Curliss. Lui era l fuori, una figuretta piccina piccina che
lanciava per aria una palla da baseball e la andava a riprendere quando ca-
deva. Misi Razzo sul cavalletto e mi offrii di fargli qualche lancio. Quello
che volevo veramente era vedere Nemo di nuovo in azione. Un ragazzo
con un braccio magico, non importa quanto quel braccio potesse sembrare
fragile, era benedetto da Dio. Poco dopo lo incoraggiai a mirare al buco di
un nodo in una vecchia quercia dall'altra parte della strada, e quando lui
lanci la palla e la fece entrare nel buco non una, ma tre volte, io quasi
caddi in ginocchio in adorazione.
A un certo punto, la porta della casa si apr con uno scampanellio e sua
madre usc sul portico. Vidi Nemo abbassare gli occhi dietro alle lenti
spesse, come se si aspettasse di essere picchiato. - Nemo! - grid la
madre con una voce che mi fece pensare a una vespa. - Ti avevo detto di
non lanciare quella palla, vero? Ti ho visto dalla finestra, giovanotto!
La madre di Nemo scese i gradini del portico e si avvicin a noi come
una tempesta. Aveva capelli scuri, lunghi, e forse era stata bella, ma ora il
suo viso aveva un che di duro. Aveva penetranti occhi castani con profon-
de rughe che si diramavano dagli angoli, e il fondotinta in polvere aveva
una sfumatura arancione. Portava un paio di stretti calzoni neri che le arri-
vavano al polpaccio, con una camicetta bianca a grossi pois rossi, e indos-
sava un paio di guanti gialli di gomma. La bocca era impiastricciata di ros-
so, cosa che trovai piuttosto strana. Si era messa tutta in ghingheri per fare
i lavori. - Aspetta che lo venga a sapere tuo padre!
- Sapere cosa? - mi domandai. Tutto quello che Nemo aveva fatto era
stato giocare fuori.
- Non fono caduto - disse Nemo.
- Ma avresti potuto cadere! - ribatt la madre. - Lo sai quanto sei
delicato! Se ti rompi un osso, cosa facciamo? Come paghiamo il dottore?
Sei proprio senza cervello! - I suoi occhi si spostarono su di me come le
cellule fotoelettriche di un penitenziario. - E tu chi sei?
- Cory  un mio amico. - disse Nemo.
- Amico. Uh, uh. - Lo sguardo della signora Curliss mi ispezion da
capo a piedi. Dalla piega della bocca e da come arricci il naso, capii che
pensava che io potessi avere la lebbra. - Cory e poi?
- Mackenson - risposi.
- Tuo padre compra delle camicie da noi?
- No, signora.
- Amico - disse, e il suo sguardo ritorn a posarsi su Nemo. - Ti a-
vevo detto di non sudare, vero? Ti avevo detto di non lanciare la palla, ve-
ro?
- Non ho fudato. Io fftavo folo...
- Disobbedendo - lo interruppe lei. - Dio, ci deve essere un po' di
ordine in questa famiglia! Ci devono essere delle regole! Tuo padre  fuori
tutto il giorno e quando torna a casa ha speso pi di quanto abbia guada-
gnato, e tu qui fuori che cerchi solo di farti male e causarmi preoccupazio-
ni! - Le ossa sembravano voler schizzare fuori dalla pelle tesa del suo
volto, gli occhi avevano una luce brillante e terribile. - Non sai che sei
malaticcio? - gli chiese. - Non sai che ti si potrebbero rompere i polsi
solo per un colpo di vento?
- Ffto bene, mamma - disse Nemo con voce sommessa e il sudore che
gli faceva luccicare la nuca. - Davvero.
- Diresti cos anche un attimo prima di farti venire un colpo di caldo,
vero? E poi cadresti per terra e ti romperesti i denti e poi chi pagherebbe il
conto del dentista? Il padre del tuo amico? - Mi fulmin nuovamente con
lo sguardo. - Ma in questa citt le camicie come si deve non le porta nes-
suno? Nessuno si mette mai una bella camicia bianca?
- No, signora - fui costretto a dire, in tutta onest. - Non credo.
- Be', non  magnifico? - Sorrise, ma non c'era buonumore nel suo
sorriso, rovente come il sole e altrettanto terribile da guardare. - Non 
terribilmente civile? - Afferr Nemo per una spalla con una mano guan-
tata di giallo. - Entra in casa! - gli disse. - Subito! - Lo trascin su
verso il portico e lui si volt a guardarmi con un'espressione desiderosa e
rammaricata.
Dovevo chiederglielo. Dovevo. - Signora Curliss? Perch non permette
a Nemo di giocare nella Little League?
Pensai che sarebbe entrata in casa senza rispondermi. Ma, poco prima di
arrivare ai gradini del portico, improvvisamente si volt e vidi che i suoi
occhi erano diventati due fessure, per la collera. - Che cosa hai detto?
- Io... io ho chiesto... perch non permette a Nemo di giocare nella Lit-
tle League. Lui... lui ha un tiro perfetto e...
- Mio figlio  delicato, nel caso tu non lo sappia! Lo sai cosa significa
questa parola? - prosegu prima che io potessi rispondere. - Significa
che ha le ossa fragili! Significa che non pu correre e fare baruffa come gli
altri ragazzi! Significa che lui non  un selvaggio!
- S, signora, ma...
- Nemo non  come voi! Non  uno della vostra trib, lo capisci?  un
ragazzo colto, e non si getta per terra e non si rotola nello sporco come una
bestia selvatica!
- Io... pensavo che gli sarebbe piaciuto...
- Stammi bene a sentire! - disse, alzando la voce. - Non venire a ca-
sa mia a dirmi che cosa  giusto o sbagliato per mio figlio! Tu non sei im-
pazzito dalle preoccupazioni quando aveva tre anni ed  quasi morto di
polmonite! E dov'era suo padre? Suo padre era in giro a cercare di vendere
qualche camicia per evitare la bancarotta! Ma perdemmo la casa, quella
bella casa con le cassette per i fiori, la perdemmo comunque! E ci ha forse
aiutato qualcuno? Qualcuno di quelli che vanno sempre in chiesa? Nessu-
no! E cos perdemmo la casa, e in quel cortile era sepolto il mio bel cagno-
lino! - Il suo volto parve frantumarsi per un istante e dietro alla fragile
maschera di rabbia colsi un barlume di straziante paura e tristezza. La sua
stretta non lasci la spalla di Nemo neanche per un attimo. Poi la maschera
si ricompose e la signora Curliss sogghign. - Ah, lo so che tipo di ragaz-
zo sei! Ne ho visti tanti come te, in tutte le citt in cui abbiamo vissuto!
Quello che volete  solo far del male a mio figlio e ridere alle sue spalle!
Volete vederlo cadere e sbucciarsi le ginocchia, volete sentire il suo difetto
di pronuncia perch lo trovate ridicolo! Bene, potete trovarvi qualcun altro
da prendere in giro, perch mio figlio non ha niente a che fare con voi!
- Io non voglio prenderlo in...
- Entra in casa! - grid, rivolta a Nemo, spingendolo su per i gradini.
- Devo andare! - mi url Nemo, cercando disperatamente di conser-
vare la propria dignit. - Mi difpiace!
La zanzariera si richiuse alle loro spalle con un colpo. E pure la porta in-
terna sbatt, con un che di definitivo.
Gli uccelli cantavano, stupidi nella loro felicit. Rimasi l, nell'erba, la
mia ombra lunga e scura come il marchio di una bruciatura. Vidi le tappa-
relle delle finestre sul davanti chiudersi. Mi voltai, salii su Razzo e mi misi
a pedalare verso casa.
E in quel momento, con l'aria profumata d'estate che mi picchiava sul vi-
so e i moscerini che roteavano nel turbine causato dal mio passaggio, mi
resi conto che non tutte le prigioni erano edifici di roccia grigia, delimitati
da torrette e filo spinato. Alcune prigioni erano case in cui le tapparelle
chiuse impedivano al sole di entrare. Altre erano gabbie di ossa fragili, al-
tre ancora avevano sbarre di tessuto a pois rossi. In realt, era impossibile
dire cosa avrebbe potuto essere una prigione finch non si aveva avuto una
fugace visione di ci che vi era nascosto e imprigionato all'interno. Stavo
riflettendo su questo quando Razzo vir improvvisamente di lato, mancan-
do per un pelo Vernon Thaxter che camminava sul marciapiedi. Pensai che
persino l'occhio dorato di Razzo doveva aver ammiccato alla vista di Ver-
non che passeggiava al sole.
Luglio pass come un sogno di mezza estate. Io passavo le giornate fa-
cendo, come si diceva nella mia citt, "tanto di niente". Johnny Wilson
stava meglio, i suoi attacchi di vertigine erano cessati, e ora gli era permes-
so unirsi a Ben, Davy Ray e me nelle nostre scorribande per la citt. Cio-
nonostante, doveva andarci molto cauto, perch il dottor Parrish aveva det-
to ai suoi genitori che una lesione alla testa doveva essere tenuta sotto con-
trollo per parecchio tempo. Johnny era tranquillo e riservato come sempre,
ma io notai che si era ulteriormente calmato. Restava sempre indietro, in
bicicletta, pi lento persino di quella botte di Ben. Sembrava essere invec-
chiato dal giorno in cui i Branlin lo avevano picchiato fino a ridurlo all'in-
coscienza: sembrava vivere in un mondo separato dal nostro, in un modo
difficile da spiegare. Credo fosse perch aveva assaggiato l'amaro frutto
del dolore, e parte di quel magico, spensierato atteggiamento che separa i
ragazzi dagli adulti lo aveva abbandonato, ed era sparito per sempre, seb-
bene cercasse di pedalare forte per riafferrarlo. Johnny, ancora cos giova-
ne, aveva guardato nel buco nero della morte e aveva capito, pi di quanto
potessimo mai fare noi, che un giorno il sole dell'estate non avrebbe pi
proiettato la sua ombra.
Un giorno, seduti nella fresca brezza proveniente dalla fabbrica del
ghiaccio ad ascoltare il rumore degli affaticati polmoni dei macchinari al-
l'interno, parlammo della morte. La nostra conversazione cominci quando
Davy Ray ci raccont che il giorno prima suo padre aveva investito un gat-
to e, quando erano arrivati a casa, parte delle viscere del gatto erano ancora
spiaccicate su un pneumatico anteriore. Convenimmo che gatti e cani ave-
vano un loro paradiso. Ma ci chiedemmo se avessero anche un inferno.
Ben sosteneva di no, perch non peccavano. Ma cosa succede se un cane
impazzisce, uccide qualcuno e deve essere abbattuto? Non sarebbe stato un
peccato mortale? Per queste domande, naturalmente, avevamo solo altre
domande.
- A volte - disse Johnny, appoggiato con la schiena contro un albero
- tiro fuori le mie punte di freccia e le guardo e mi chiedo chi le ha fatte.
Mi domando se i loro spiriti sono ancora in giro, cercando di scoprire dov'
finita la freccia.
- Naah! - lo schern Ben. - Non esistono gli spiriti! Vero, Cory?
Io feci spallucce. Non avevo mai raccontato ai ragazzi di Midnight Mo-
na. Se non credevano che avessi infilato una scopa in gola al Vecchio Mo-
s, come potevano credere a una macchina fantasma, guidata da un fanta-
sma?
- Pap dice che Snowdown  un fantasma - disse Davy. - Dice che 
per quello che nessuno riesce a colpirlo, perch  gi morto.
- Non esistono i fantasmi - disse Ben. - E neanche Snowdown.
- S che esiste! - Davy era pronto a difendere le convinzioni di suo
padre. - Mio pap mi ha raccontato che una volta il nonno, quando era
piccolo, l'ha visto. E l'anno scorso pap ha detto che un tizio alla cartiera
conosceva uno che l'aveva visto! Ha detto che era l, fermo nel bosco, pro-
prio davanti a lui! Ha detto che questo tizio gli ha sparato, ma Snowdown
 corso via prima che il proiettile lo raggiungesse ed  scomparso!
- Non. Esistono. I. Fantasmi - disse Ben.
- E invece s!
- No!
- E invece s!
- No!
Quella discussione poteva andare avanti anche tutto il pomeriggio. Rac-
colsi una pigna e la tirai nella pancia a Ben, e quando lui inizi a ululare in
segno di protesta, tutti si misero a ridere. Snowdown era una chimera e un
mistero per la comunit di cacciatori di Zephyr. La leggenda diceva che
nella fitta foresta tra Zephyr e Union Town viveva un enorme cervo bianco
con corna cos grandi e contorte da potercisi appendere come ai rami di
una quercia. Snowdown veniva avvistato almeno una volta durante ogni
stagione della caccia: c'era sempre un cacciatore che giurava che il cervo
aveva fatto un balzo per aria ed era scomparso tra il fitto fogliame del suo
regno. Gli uomini uscivano con i fucili e invariabilmente ritornavano di-
cendo di aver trovato solo impronte di zoccoli enormi e segni sugli alberi,
lasciati dalle corna di Snowdown, ma il cervo bianco era imprendibile. Io
credo che anche se un enorme cervo bianco avesse veramente vagato per i
boschi bui, nessun cacciatore lo avrebbe mai voluto realmente uccidere,
perch Snowdown era il simbolo di quanto c' di misterioso e di irraggiun-
gibile nella vita stessa. Snowdown era ci che esisteva oltre al fitto dei bo-
schi, un legame tra nonno, padre e figlio, la grande speranza di cacce futu-
re, un che di selvaggio che non si pu catturare. Mio pap non era un cac-
ciatore e quindi non ero coinvolto dalla leggenda di Snowdown come lo
era Davy Ray: suo padre era pronto con il proprio Remington gi alla pri-
ma alba gelida della stagione venatoria.
- Quest'anno mio pap mi porta con lui - disse Davy Ray. - Me l'ha
promesso. E cos ve lo far vedere io, quando porter Snowdown gi dai
boschi.
Dubitavo che, se anche Davy Ray e suo padre avessero visto Snow-
down, uno dei due avrebbe mai tirato il grilletto. Davy aveva una carabina
per ragazzi, con cui a volte sparava agli scoiattoli, ma non avrebbe mai po-
tuto colpire niente, con quella.
Ben mastic un filo d'erba e allung il collo per godersi meglio la brezza
proveniente dalla fabbrica del ghiaccio. - Una cosa vorrei proprio saperla
- disse. - Chi  quell'uomo morto in fondo al Saxon's Lake?
Io tirai su le ginocchia contro il petto e osservai due corvi che volavano
in cerchio sopra le nostre teste.
- Non  strano - mi chiese Ben - che tuo padre abbia visto quel tizio
andare a fondo e ora lui  laggi dentro alla sua macchina, tutto coperto di
melma e mangiato dalle tartarughe?
- Non lo so - dissi.
- Per ci pensi, vero? Voglio dire, eri l.
- S, qualche volta ci penso. - Non gli dissi che quasi non passava
giorno che io non pensassi a quella macchina che sfrecciava davanti al fur-
gone del latte, o a mio padre che si tuffava in acqua, o alla figura che ave-
vo visto in piedi nei boschi, o all'uomo con la piuma verde sul cappello e il
coltello in mano.
- Certo che fa paura - disse Davy Ray. - Come mai nessuno lo co-
nosceva? Come mai nessuno si  accorto che  scomparso?
- Perch non doveva essere di queste parti - comment Johnny.
- Lo sceriffo ci ha pensato - dissi. - Ha controllato anche in altri po-
sti.
- Gi - prosegu Ben - per non ha controllato ovunque, no? Non ha
controllato in California o in Alaska, no?
- E che cosa ci farebbe un tizio della California o dell'Alaska a Zephyr,
scemo? - obiett Davy Ray.
- Potrebbe essere! Non puoi sempre sapere quello che succede, si-
gnorino So Tutto!
- Be', so riconoscere uno scemo quando lo vedo!
Ben stava per rispondergli male, ma Johnny disse: - Forse era una spia
- e questo ferm la lingua di Ben.
- Una spia? - chiesi. - Ma non c' niente da spiare qui!
- S, invece. La Robbins Air Force Base. - Johnny inizi a far scric-
chiolare le nocche sistematicamente. - Forse era una spia russa. Forse
stava spiando gli aerei che lanciano le bombe, o forse l succede qualcosa
che nessuno deve sapere.
Restammo in silenzio. Una spia russa uccisa a Zephyr. Il solo pensiero
dava a tutti noi dei brividi deliziosi.
- E allora chi l'ha ucciso? - chiese Davy Ray. - Un'altra spia?
- Pu essere. - Johnny riflett per un momento su quella possibilit,
la testa leggermente piegata di lato. Ultimamente aveva un tic alla palpebra
dell'occhio sinistro, risultato delle lesioni subite. - O magari - disse - il
tizio in fondo al lago  una spia americana e la spia russa l'ha ucciso per-
ch il morto lo aveva scoperto.
- Ah, gi! - disse Ben ridendo. - E allora qualcuno qui intorno po-
trebbe essere una spia russa?
- Potrebbe essere - disse Johnny e Ben smise di ridere. Johnny mi
guard. - Tuo pap ha detto che il tizio era nudo, vero? - Annuii. - Sai
quale potrebbe essere il motivo? - Feci segno di no con la testa. - Per-
ch chiunque lo abbia ucciso  stato cos furbo da togliergli i vestiti, cosic-
ch niente tornasse a galla: chiunque lo abbia ucciso doveva essere di que-
ste parti, per sapere quanto fosse profondo il lago. E inoltre il morto cono-
sceva un segreto.
- Un segreto? - Ora Davy Ray era tutto orecchie. - Tipo?
- Non lo so - rispose Johnny. - Un segreto. - I suoi scuri occhi in-
diani tornarono su di me. - Tuo pap non ha forse detto che il tizio era
tutto pesto, come se qualcuno se lo fosse lavorato ben bene? Come mai chi
l'ha ucciso, prima lo ha picchiato in quel modo?
- Come mai? - chiesi.
- Perch l'assassino stava cercando di farlo parlare, ecco perch. Come
nei film, quando il cattivo lega il buono a una sedia e vuole conoscere il
codice segreto.
- Quale codice segreto? - chiese Davy Ray.
- Era solo un esempio - spieg Johnny. - Ma mi sembra che se vo-
levano ucciderlo, non avevano motivo di picchiarlo.
- S, ma forse l'uomo  semplicemente morto per le botte - disse Ben.
- No - dissi io. - C'era un cavo di metallo intorno al collo dell'uomo:
 stato strangolato. Se fosse morto per le botte, perch l'avrebbero anche
strangolato?
- Ragazzi! - Ben strapp un filo d'erba e prese a masticarlo. Sopra le
nostre teste, i due corvi continuavano a gracchiare e a svolazzare. - Un
assassino, proprio qui a Zephyr! Magari persino una spia russa! - Im-
provvisamente smise di masticare. - Ehi - disse e sbatt gli occhi men-
tre il nuovo pensiero colpiva la sua mente come un fulmine. - E che cosa
lo tratterrebbe dall'uccidere ancora?
Decisi che era venuto il momento. Mi schiarii la gola e iniziai a rac-
contare ai miei amici della figura che avevo visto nel bosco, della piuma
verde, e dell'uomo con la piuma verde sul cappello. - Non l'ho visto in
faccia - dissi - ma ho visto il cappello e la piuma, e l'ho visto estrarre un
coltello dalla tasca dell'impermeabile. Pensavo che volesse sorprendere
mio padre alle spalle e pugnalarlo. Forse ci ha provato, ma ha pensato che
l'avrebbero preso. Forse  arrabbiato perch mio padre ha visto la macchi-
na finire nel lago e l'ha detto allo sceriffo Amory. Forse ha anche visto me
che lo guardavo. Ma io non ho visto la sua faccia, neanche per un attimo.
Quando ebbi finito, per qualche secondo non dissero nulla. Poi Ben par-
l. - Perch non ce l'hai detto prima? Non volevi che lo sapessimo?
- Ve lo avrei detto, ma dopo quello che  successo con il Vecchio Mo-
s...
- Non ricominciare di nuovo con quelle balle! - mi avvert Davy Ray.
- Non so chi sia l'uomo con la piuma verde sul cappello - dissi. -
Potrebbe essere chiunque. Persino... qualcuno che tutti conosciamo molto
bene, qualcuno che non crederemmo mai capace di fare una cosa simile.
Mio padre dice che non si conoscono mai a fondo le persone, e che tutti
hanno una parte di s che non mostrano. Quindi potrebbe essere chiunque.
I miei amici, tutti eccitati da queste nuove rivelazioni, si calarono zelanti
nel ruolo di investigatori. Convennero di fare la posta a un uomo con un
cappello con una piuma verde, ma decidemmo anche di tenere questa in-
formazione per noi e non divulgarla ai nostri genitori, nel caso che a uno di
loro capitasse di parlarne col killer senza saperlo. Mi sentivo meglio, dopo
essermi liberato di questo peso, eppure ero ancora inquieto. Chi era l'uomo
che, secondo il signor Dollar, Donny Blaylock aveva ucciso? E che signi-
ficato aveva la musica di pianoforte nel sogno di cui la Signora aveva par-
lato a mia madre?
Pap continuava a rifiutarsi di andare a farle visita, e io talvolta lo senti-
vo ancora gridare nel sonno. Sapevo che, anche se ci eravamo ormai la-
sciati alle spalle quella orribile alba, il ricordo di quel fatto - e di quello
che aveva visto ammanettato al volante - lo ossessionava ancora. Se anche
pap andava a passeggiare al Saxon's Lake, a me non lo diceva, ma sospet-
tavo che potesse essere vero, a causa delle impronte sporche di rosso che
pi di una volta aveva lasciato sul pavimento del portico.
Agosto ci arriv addosso, cavalcando un'ondata di caldo umido e soffo-
cante. Una mattina mi svegliai con il pensiero che da l a pochi giorni sarei
andato a passare una settimana con nonno Jaybird e immediatamente na-
scosi la testa sotto le lenzuola.
Ma non si poteva fermare l'orologio. I mostri sulle mie pareti non pote-
vano essermi d'aiuto. Ogni estate, che io lo volessi o no, andavo a passare
una settimana con nonno Jaybird e nonna Sarah. Nonno Jaybird lo preten-
deva e, mentre con nonno Austin e nonna Alice passavo parecchi fine set-
timana, la visita a nonno Jaybird era una dose unica di frenetiche bizzarrie.
Quell'anno, per, ero deciso a fare un accordo con i miei. Se proprio do-
vevo andare alla fattoria, dove nonno Jaybird mi tirava gi dal letto alle
cinque di mattina e mi faceva tagliare l'erba alle sei, potevo andare a cam-
peggiare almeno per una notte con Davy Ray, Ben e Johnny? Pap disse
che ci avrebbe pensato, e quello era il massimo che potessi sperare. E cos
dissi addio a Rebel per una settimana. Partimmo - pap, mamma e io - sul
camioncino, la valigia posata sul pianale, e ci inoltrammo nella campagna,
finch pap gir per una strada sterrata tutta buche che attraversava un
campo di granoturco e portava alla casa dei nonni.
Nonna Sarah era una donna dolce, su questo non c'era dubbio. Immagino
che il nonno, da giovane, fosse stato un libertino, pieno di energia, vigore e
fascino un po' grossolano. Anno dopo anno, per, le rotelle gli si svitavano
sempre un po' di pi. Pap lo diceva chiaro e tondo: Jaybird era fuori di te-
sta. La mamma diceva che era "eccentrico". Io dico che era un uomo
sciocco e cattivo, convinto che il mondo girasse intorno a lui, ma devo dire
anche questo: se non fosse stato per Jaybird, non avrei mai scritto la mia
prima storia.
Non ho mai visto nonno Jaybird compiere un atto di gentilezza. Non l'ho
mai sentito lodare sua moglie, o suo figlio. Quando gli stavo vicino non mi
sono mai sentito altro che un qualcosa in suo possesso, anche se solo tem-
poraneo, grazie al cielo. Il suo umore era mutevole come la faccia della lu-
na. Ma era un narratore nato e quando si concentrava su storie di case infe-
state di fantasmi, spaventapasseri posseduti dal demonio, cimiteri indiani e
cani fantasma, non si aveva altra scelta che seguirlo, ovunque andasse.
Si potrebbe dire che il macabro fosse il suo campo. Era esperto di cose
di morte e ottuso in quelle della vita, visto che non era mai riuscito ad an-
dare oltre la quarta elementare. A volte mi chiedevo come avesse fatto mio
padre a diventare quello che era, avendo vissuto per diciassette anni al-
l'ombra della stranezza di Jaybird. Per, come ho gi detto, il nonno aveva
cominciato a dar segni di pazzia solo dopo che ero nato io, e penso che da
parte della nonna ci fossero geni di buon senso. Non sapevo mai cosa sa-
rebbe successo durante quella settimana di sofferenze, ma sapevo che sa-
rebbe stata un'esperienza.
La casa era comoda, ma niente di speciale. A parte lo stentato campo di
granoturco, un orto e un piccolo appezzamento a erba, la terra tutto intorno
era in gran parte foresta: era l che Jaybird stanava le sue prede.
Nonna Sarah fu sinceramente felice di vederci quando arrivammo e ci
fece accomodare in soggiorno, dove alcuni ventilatori elettrici smuovevano
l'aria calda. Quindi fece il suo ingresso nonno Jaybird, vestito con la tuta
da lavoro, e con in mano un grosso barattolo di liquido dorato che, ci an-
nunci, era infuso di caprifoglio. - L'ho lasciato a macerare due settimane
- disse. - Per farlo invecchiare, sapete. - Ne aveva gi pronti per noi
dei vasi da conserva. - Bevetene un sorso!
Devo dire che era molto buono. Tutti, tranne Jaybird, ne bevemmo un
secondo bicchiere. Forse sapeva quanto fosse potente quella roba. Entro
dodici ore, sarei stato seduto sul vaso sentendomi come se le budella stes-
sero cercando di straripare, e a casa mamma e pap sarebbero stati nelle
stesse disastrose condizioni. Nonna Sarah, che certamente a quell'ora era
abituata a simili miscele, avrebbe dormito come un sasso per tutta la durata
del disgustoso episodio: ma durante il sonno, nel cuore della notte, era
probabile che emettesse un rumore acuto e lamentoso come lo spirito della
morte, un rumore che di sicuro ti faceva rizzare i capelli sulla testa.
Comunque, venne per mamma e pap l'ora di tornare a Zephyr. Mi ven-
ne il magone e dovevo avere l'aria di un cucciolo ferito perch fuori, sul
portico, la mamma mi mise un braccio intorno alle spalle e mi disse: -
Andr tutto bene, vedrai. Telefonami stasera, d'accordo?
- Lo far - promisi e rimasi a guardare mentre si allontanavano. La
polvere si pos lentamente sugli steli del granoturco. Una settimana soltan-
to, pensai. Una settimana non sarebbe stato poi cos grave.
- Ehi, Cory! - disse Jaybird, seduto sul dondolo. Stava ridendo. Brut-
to segno. - Ho una barzelletta per te! Tre piselli entrano in un bar. Il pri-
mo pisello dice: Dammi da bere! ma il barista lo guarda e dice: Non
serviamo i piselli qui dentro. Fuori di qui! Allora ci prova il secondo pi-
sello. Dammi un drink!  e il barista: Ti ho detto che non serviamo i pi-
selli qui dentro, quindi cammina!  E allora il terzo pisello, che ha una sete
da morire, deve provarci pure lui. Dammi da bere! dice. Il barista lo
guarda con gli occhi socchiusi e dice: Sei un pisello fottuto anche tu, ve-
ro? E il pisello gonfia il petto in fuori e dice: No, non ancora! Nonno
Jaybird si mise a ridere sguaiatamente, mentre io restavo l a fissarlo. -
Hai capito, ragazzo? Capito? "Non ancora!" - Ma poi, finita la barzellet-
ta, si accigli.- Diamine! - borbott. - Hai un pessimo senso dell'hu-
mor, proprio come tuo padre!
Una settimana. Ges!
C'erano due argomenti sui quali Jaybird riusciva a parlare per ore: il mo-
do in cui era sopravvissuto durante la Depressione, quando aveva fatto o-
gni mestiere, da lucidatore di bare a frenatore delle ferrovie e scaricatore di
porto, e il suo successo con le donne, da giovane, che, a sentir lui, era stato
tale da far diventare verde d'invidia Valentino. Avrei pensato che fosse una
gran cosa, se avessi saputo chi era Valentino. Tutte le volte in cui Jaybird e
io eravamo lontani dalle orecchie della nonna, lui si lanciava in racconti a
proposito di "Edith, la figlia del predicatore di Tupelo" o "Nancy, la nipote
del controllore di Nashville" o su "quella ragazza con i denti storti che era
sempre in giro a mangiare mele candite". Si perdeva a parlare del suo
"spaventapassere" e di come le ragazze perdessero la testa per quell'affare
l. Diceva che aveva sempre alle calcagna decine di mariti e fidanzati gelo-
si, ma che era sempre riuscito a sottrarsi a qualsiasi tipo di trappola. Una
volta, mi disse, si era appeso sotto a un ponte di legno della ferrovia che
attraversava una gola profonda trenta metri per sfuggire a due uomini ar-
mati di fucile che si fermarono proprio sopra di lui, a parlare di come l'a-
vrebbero spellato vivo inchiodando poi la sua pelle a un albero. - Il fatto
era - mi disse Jaybird masticando con libidine un filo d'erba - che una
volta state con me, le ragazze erano troppo ben abituate per andare con gli
altri. Eh, gi, io e il mio spaventapassere ce la siamo goduta. - E poi, ine-
vitabilmente, gli occhi gli si velavano di tristezza, e il giovane con il bal-
danzoso spaventapassere iniziava a svanire. - Ci scommetto che oggi non
riconoscerei neanche una delle ragazze se le passassi di fianco per strada.
Nossignore. Sarebbero vecchie, e io non le riconoscerei.
Nonno Jaybird disdegnava il sonno. Forse aveva a che fare con la con-
sapevolezza che i suoi giorni su questa terra erano contati. Quando erano le
cinque, col sole o con la pioggia, mi strappava via le coperte come un tur-
bine di passaggio e la sua voce mi ruggiva nelle orecchie: - Alzati, ragaz-
zo! Pensi forse che vivrai per sempre?
- Nossignore - borbottavo io immancabilmente e mi tiravo su a sede-
re, mentre Jaybird andava a svegliare anche la nonna perch si mettesse a
preparare la colazione, un pasto che sarebbe bastato a sfamare il sergente
Rock e gran parte dei suoi commando.
Una volta finita la colazione, le giornate che passavo con i nonni non se-
guivano alcuno schema fisso. Potevano porgermi una zappa e dirmi di
mettermi al lavoro oppure potevano dirmi che ero libero di andare allo sta-
gno nei boschi dietro casa. Nonno Jaybird teneva qualche decina di galli-
ne, tre capre - che gli assomigliavano tutte moltissimo - e per qualche stra-
no motivo teneva anche una tartaruga di nome Wisdom, in una grossa ti-
nozza di metallo piena di acqua sporca, nel cortile dietro casa. Quando una
delle capre metteva il naso nel territorio di Wisdom, e Wisdom la morde-
va, allora erano guai. A casa del nonno le baraonde erano la normalit.
"Bisce, rospi e ratti con la coda" era la sua frase per descrivere un momen-
to particolarmente caotico, come quando Wisdom morse una capra che era
andata a bere: la capra si infil di gran carriera tra i panni lavati che la
nonna stava stendendo su una cbrda, per poi correre di qui e di l con le
lenzuola drappeggiate addosso come festoni, trascinandole per tutto l'orto,
che io avevo appena finito di zappare.
Jaybird era molto orgoglioso della sua collezione di scheletri di piccoli
animali, che aveva pazientemente messo insieme con il fil di ferro. Non si
sapeva mai dove sarebbero apparsi quegli scheletri: nonno Jaybird aveva la
perfida abitudine di metterli nei posti in cui si metteva la mano prima di
guardare, come sotto a un cuscino o dentro a una scarpa. E poi se la rideva
come un demonio quando ti sentiva urlare. Il suo senso dell'humor era, per
usare un eufemismo, perverso. Mercoled pomeriggio mi disse che la set-
timana precedente aveva scoperto un nido di serpenti a sonagli vicino alla
casa e li aveva uccisi con un badile. Quella sera stavo per scivolare nel
sonno, paventando gi le cinque del mattino, quando lui apr la porta, mise
dentro la testa nel buio e disse, con una voce calma e minacciosa: -
Cory? Stai attento se ti alzi a far pip stanotte. Questa mattina la nonna ha
trovato una pelle di serpente appena mutata, sotto il tuo letto. E doveva es-
sere un serpente bello grosso. Be', buona notte.
Chiuse la porta. Alle cinque ero ancora sveglio.
Molto tempo dopo, mi resi conto che nonno Jaybird mi stava affilando
proprio come si fa il filo a una lama su una mola. Non credo che ne fosse
consapevole, ma il risultato era questo. Prendete la storia del serpente. L
sdraiato nel buio, con la vescica che si gonfiava lentamente, ma costante-
mente, la mia immaginazione era all'opera. Mi sembrava di vederlo, quel
serpente a sonagli, tutto attorcigliato, in un qualche punto della stanza, in
attesa di sentire lo scricchiolio causato dal mio piede nudo sulle assi del
pavimento. Mi immaginavo la pelle a scaglie, dei colori della foresta, e la
terribile testa piatta come appoggiata su una invisibile sporgenza d'aria, le
zanne appena sporgenti. Vedevo i muscoli incresparsi lentamente sui fian-
chi mentre il serpente assaporava il mio odore. Lo vedevo sorridere nel
buio, come per dire "Sei mio, ragazzino".
Se ci fosse stata una scuola per l'immaginazione, Jaybird ne sarebbe sta-
to il preside. La lezione che avevo imparato quella notte - cosa si riesce a
far immaginare alla propria mente come se fosse realt - non avrei potuto
riceverla nel migliore dei college. C'era anche la lezione supplementare di
stringere i denti e sopportare il dolore, ora dopo ora, e maledire se stessi
per aver bevuto un bicchiere di latte in pi a cena.
Vedete, nonno Jaybird mi insegnava cose giuste, senza esserne mi-
nimamente a conoscenza.
C'erano altre lezioni, tutte molto preziose. E anche delle prove. Venerd
pomeriggio nonna Sarah gli chiese di andare in citt al negozio di alimen-
tari a prendere una scatola di sale per fare il gelato. Normalmente al nonno
non piaceva fare le commissioni, ma quel giorno acconsent di buon grado.
Mi chiese di andare con lui, e nonna Sarah disse che prima saremmo torna-
ti, prima il gelato sarebbe stato pronto.
Era una giornata giusta per il gelato. Trentadue gradi all'ombra, e al sole
faceva cos caldo che, se un cane si fosse messo a correre, la sua ombra si
sarebbe sdraiata per riposarsi. Prendemmo il sale per il gelato, ma, sulla
via del ritorno, sulla vecchia e ingombrante Ford del nonno, ebbe inizio u-
n'altra prova.
- Jerome Claypool vive proprio in fondo alla strada - disse. - E un
bravo cristo. Vuoi fermarti a fargli un salutino?
- Faremmo meglio a portare il sale per...
- Eh s, Jerome  proprio un bravo cristo - disse Jaybird, puntando la
Ford in direzione della casa dell'amico.
Circa nove chilometri dopo, si ferm davanti a una fattoria sgangherata,
con il cortile ingombro di un vecchio sof lasciato fuori a marcire, una
strizzatrice rotta e un mucchio di pneumatici sgretolati e radiatori arruggi-
niti. Credo che qualche chilometro prima, sulla Tobacco Road, avessimo
passato la linea di confine che divideva Zephyr da Dogpatch. Comunque,
Jerome Claypool era evidentemente un vecchio molto popolare, perch c'e-
rano altre quattro macchine parcheggiate davanti alla casa. - Su, Cory,
andiamo - disse Jaybird, aprendo la sua portiera. - Staremo solo un mi-
nuto o due.
Sentii la puzza di sigari scadenti gi prima di arrivare al portico. Jaybird
buss alla porta: toc toc toctoctoc. - Chi ? - chiese una voce sospettosa
dall'interno. - Sangue e trippe - rispose il nonno, il che mi costrinse a
guardarlo, pensando che gli si fossero completamente svitate anche le ul-
time rotelle. La porta si apr sui cardini rumorosi e fece capolino una faccia
lunga dagli occhi scuri contornati di rughe. Gli occhi si posarono su di me.
- Chi  questo?
- Mio nipote - disse Jaybird e mi pos una mano sulla spalla. - Si
chiama Cory.
- Oh, Cristo, Jay! - disse la faccia lunga, con aria di rimprovero. -
Perch hai portato qui un bambino?
- Nessun problema. Non dir niente. Vero, Cory? - La mano sulla
spalla strinse la presa.
Io non capivo cosa stesse succedendo, ma chiaramente questo non era un
posto in cui nonna Sarah sarebbe venuta volentieri. Mi venne in mente la
casa della signorina Grace oltre il Saxon's Lake, e la ragazza di nome Lai-
nie che mi aveva mostrato la lingua rosea. - Nossignore - gli dissi, e la
stretta si rilass. Il suo segreto, qualunque fosse, era salvo.
- A Bodean non piacer - lo avvert l'uomo.
- Jerome, Bodean pu anche infilarsi la testa in culo per quanto me ne
frega. Mi fai entrare o no?
- Ce l'hai il grano?
- S, e mi brucia in saccoccia - disse Jaybird, dandosi un colpetto sul-
la tasca.
Quando cominci a tirarmi verso la soglia, io esitai. - La nonna sta a-
spettando il sale per il ge...
Mi guard, e in fondo ai suoi occhi scoprii qualcosa della sua vera natu-
ra, come il fuoco di una lontana fornace. Sul suo volto c'era una voglia di-
sperata, accesa da qualsiasi cosa stesse succedendo in quella casa. Il sale
per il gelato era completamente dimenticato; il gelato, poi, faceva parte di
un altro mondo, lontano nove chilometri da l.
- Su, entra! - mi disse brusco.
Io feci resistenza. - Io non credo che dovremmo...
- Tu non credi! - disse e qualsiasi cosa l'avesse attirato in quella casa
si impadron del suo volto, rendendolo ignobile. - Tu fai quello che ti di-
co, hai capito?
Mi diede un forte strattone e io entrai con lui, ferito nel profondo del
cuore. Il signor Claypool chiuse la porta alle nostre spalle con un giro di
chiave. Il fumo di sigaro riempiva questa stanza, dove la luce del sole non
entrava: le finestre erano tutte sigillate con assi di legno e la luce era data
da poche misere lampadine elettriche. Seguimmo il signor Claypool attra-
verso un corridoio che portava sul retro della casa e lui apr un'altra porta.
La stanza senza finestre in cui entrammo era anch'essa completamente pie-
na di fumo e, al centro, c'era un tavolo rotondo con quattro uomini seduti,
che giocavano a carte sotto una luce violenta, con mucchietti di fiche da
poker davanti e bicchieri pieni di un liquido ambrato a portata di mano. -
Vaffanculo! - stava dicendo uno degli uomini, cosa che fer le mie orec-
chie. - Non mi faccio fregare dal tuo bluff, nossignore!
- Allora ecco cinque dollari, furbacchione - disse un altro. Una fiche
rossa and ad aggiungersi al mucchietto in mezzo al tavolo. La punta di un
sigaro brill di rosso come un vulcano in un vortice turbinoso. - Aumen-
to di cinque - disse il terzo uomo, col sigaro incastrato nell'angolo della
bocca che sembrava una cicatrice. - Su, o ci stai o te ne vai... - vidi i
suoi piccoli occhi porcini guizzare su di me, quindi l'uomo gett le carte
sul tavolo a faccia in gi e grid: - Ehi! Cosa ci fa qui il ragazzino?
Immediatamente divenni il centro dell'attenzione. - Jaybird, ti sei am-
mattito? - chiese un altro. - Portalo fuori!
-  a posto - disse il nonno. - Fa parte della famiglia.
- Non della mia famiglia. - L'uomo col sigaro si sporse in avanti, ap-
poggiandosi sui grossi avambracci al tavolo. I capelli castani erano tagliati
cortissimi e al mignolo della mano sinistra portava un anello con un bril-
lante. Si tolse il sigaro dalla bocca e i suoi occhi si strinsero fino a diventa-
re due fessure. - Conosci le regole, Jaybird. Nessuno entra qui dentro
senza la mia approvazione.
-  a posto. E mio nipote.
- Non mi interessa, pu anche essere il fottutissimo principe d'In-
ghilterra. Tu hai infranto le regole.
- Su, non c' bisogno di prendersela tanto, ...
- Sei uno stupido! - url l'uomo, la bocca che si contorceva nel pro-
nunciare l'ultima parola. Sulla faccia gli luccicava un sottile velo di sudore
e la camicia bianca era tutta bagnata. Sul taschino, vicino a una macchia di
tabacco, c'era un monogramma: "BB". - Stupido! - ripet. - Vuoi che
ci scoprano e vengano a fare una bella irruzione? Perch non gli fai una
cartina a quel fottuto sceriffo?
- Cory non dir nulla.  un bravo ragazzo.
- Davvero? - Gli occhietti porcini tornarono su di me. - Sei stupido
come tuo nonno, ragazzo?
- No, signore - dissi.
Lui rise. Il rumore mi ricord di quando Phillip Kenner aveva vomitato
il porridge a scuola, l'aprile precedente. Gli occhi dell'uomo non mostraro-
no divertimento, ma la bocca si mosse, come stuzzicata. - Bene, sei un
tipo intelligente, vero?
- Ha preso tutto da me, signor Blaylock - disse Jaybird e io mi resi
conto che l'uomo che pensava che io fossi cos furbo era Bodean Blaylock
in persona, fratello di Donny e Wade, nonch figlio del famigerato Biggun.
Mi torn in mente l'affermazione sfacciata del nonno quando eravamo sul-
la porta, che Bodean poteva anche infilarsi la testa in culo. Al momento,
pero, l'unico a essere stato preso per il sedere, qui dentro, era il nonno.
- Col cavolo - gli disse Bodean e scoppi a ridere, guardando gli altri
giocatori, che lo imitarono, come bravi piccoli indiani che seguono il loro
capo. Improvvisamente Bodean smise di ridere. - Cammina, Jaybird -
disse. - Tra poco arriva della gente che gioca forte. Un gruppo di piloti
che credono di riuscire a spremermi.
Il nonno si schiar nervosamente la gola. Teneva gli occhi fissi sulle fi-
che del poker. - Hmm... mi stavo chiedendo... gi che sono qui, vi dispia-
ce se mi siedo per qualche mano?
- Prendi il ragazzino e battitela - gli disse Bodean. - Io gestisco una
bisca, non un asilo.
- Oh, Cory pu aspettarmi di fuori - disse Jaybird. - Non gli di-
spiace. Vero, ragazzo?
- La nonna sta aspettando il sale per fare il gelato - dissi.
Bodean Blaylock scoppi nuovamente a ridere, e vidi le guance del non-
no farsi color porpora. - Non me ne frega niente di quel fottutissimo gela-
to! - disse secco Jaybird, gli occhi colmi di rabbia e di supplizio. - Non
me ne frega niente anche se aspetta fino a mezzanotte, io faccio quello che
voglio!
- Sar meglio che tu corra a casa, Jaybird - disse con aria di scherno
un altro. - Va' a mangiarti un bel gelato e resta fuori dai guai.
- Chiudi il becco! - grid. - Ecco qui! - Si mise una mano in tasca,
tir fuori una banconota da venti dollari e la gett sul tavolo. - Sono den-
tro o no?
Io rimasi senza fiato. Rischiare venti dollari a poker! Era un'enorme
quantit di denaro. Bodean Blaylock continu a fumare il suo sigaro in si-
lenzio, e guardava ora la faccia del nonno, ora i soldi sul tavolo. - Venti
dollari - disse alla fine. - Ti bastano appena per cominciare.
- Ne ho degli altri, non vi preoccupate.
Mi resi conto che Jaybird doveva aver razziato il barattolo dei soldi, op-
pure doveva avere un fondo segreto per il poker, all'insaputa della nonna.
Di certo lei non avrebbe approvato e di certo Jaybird aveva accettato di
andare a prendere il sale per il gelato solo per poter venire qui. Forse pen-
sava solo di fermarsi a vedere chi c'era a giocare, ma io capivo che era sta-
to preso dalla febbre e avrebbe giocato, costasse quel che costasse. - Al-
lora, sono dentro o no?
- Il ragazzo non pu restare.
- Cory, va' a sederti in macchina - disse. - Io vengo tra pochi minu-
ti.
- Ma la nonna sta aspettando il...
- Fa' come ti dico e fallo subito! - mi url Jaybird. Bodean mi osserv
attraverso una cortina di fumo. La sua espressione diceva: "Vedi cosa pos-
so fare a tuo nonno, ragazzino?"
Uscii. Prima di arrivare alla porta, sentii il rumore di una sedia che veni-
va avvicinata al tavolo. Quindi uscii nella luce abbagliante, mi infilai le
mani in tasca e diedi un calcio a una pigna, spedendola dall'altro lato della
strada. Aspettai. Passarono dieci minuti. Poi altri dieci. Si ferm una mac-
china e ne scesero tre giovani. Bussarono alla porta e il signor Claypool li
fece entrare. La porta si richiuse. Mio nonno non si era ancora visto. Mi
sedetti sulla macchina per un po', ma il caldo era cos insopportabile che la
camicia mi si bagn tutta di sudore e per uscire dovetti scollarmi dal sedile
cui ero rimasto appiccicato. Camminai su e gi davanti alla casa e mi fer-
mai a osservare un piccione morto che veniva spolpato dalle formiche.
Pass forse un'ora. A un certo punto, per, mi resi conto che il nonno mi
stava trattando come un essere insignificante, ed era cos che trattava an-
che nonna Sarah. La rabbia cominci a montarmi dentro, a partire dalla
pancia, come un calore vago ma pulsante. Mi misi a fissare la porta, cer-
cando di farlo uscire con la forza della volont. La porta rimase chiusa.
E poi il pensiero mi colp, scioccante nella sua fermezza: Al diavolo Ja-
ybird!
Presi la scatola di sale per il gelato e cominciai a camminare.
I primi tre chilometri non furono un problema. Al quarto, il caldo co-
minci a darmi addosso. Il sudore mi colava lungo il viso e mi sentivo la
testa in fiamme. La strada scintillava tra le due pareti di pini e passarono
solo due macchine, che andavano nella direzione sbagliata. L'asfalto inizi
a bruciarmi i piedi attraverso le suole delle scarpe. Volevo sedermi all'om-
bra e riposarmi, ma non lo feci perch il riposarmi sarebbe stato una debo-
lezza; sarebbe stato come dire a me stesso che non avrei dovuto tentare di
camminare per nove chilometri con 37 gradi di temperatura sotto un sole
cocente, e che avrei dovuto restare davanti a quella casa ad aspettare che il
nonno uscisse, quando avesse voluto uscire. No. Dovevo andare avanti, e
preoccuparmi dopo delle mie vesciche.
Iniziai a pensare alla storia che avrei scritto a proposito di questo. In
quella storia, un ragazzo attraversava un deserto infuocato, con una scatola
di cristalli preziosissimi che gli erano stati affidati. Alzai lo sguardo per
vedere gli avvoltoi salire alti con le correnti d'aria calda, e quando distolsi
la mia attenzione da ci che stavo facendo, misi un piede in una buca, mi
stortai una caviglia e caddi, e la scatola di sale si ruppe sotto il mio peso.
Quasi mi misi a piangere.
Quasi.
Mi faceva male la caviglia, ma riuscivo a reggermici sopra. Quello che
mi faceva pi male era il sale per fare il gelato, scintillante sull'asfalto. Il
fondo della scatola si era rotto. Raccolsi il sale a manciate e me lo misi in
tasca, e ricominciai a camminare, zoppicando.
Non mi sarei fermato. Non mi sarei seduto all'ombra a piangere, con il
sale che mi usciva dalle tasche. Non avrei permesso a mio nonno di bat-
termi.
Ero quasi alla fine del quinto chilometro quando un clacson suon dietro
di me. Mi voltai, aspettandomi di vedere la Ford di Jaybird. Invece era una
Pontiac color rame. La macchina rallent e il dottor Parrish tir gi il fine-
strino dalla parte del passeggero. - Cory? Hai bisogno di un passaggio?
- S, signore - gli risposi grato e montai in macchina. I miei piedi era-
no quasi ustionati e la caviglia si stava gonfiando. Il dottor Parrish acceler
e partimmo. - Sono dai nonni - dissi. - A circa quattro chilometri da
qui.
- Lo so dove vive Jaybird. - Il dottor Parrish prese la sua borsa, posa-
ta tra i due sedili, e la spost sul sedile posteriore. - Giornata terribilmen-
te calda. Da dove vieni?
- Io... eh... - mi trovavo a un bivio di coscienza, impostomi a forza.
- Io... ho dovuto fare una commissione per la nonna - decisi di dire.
- Ah. - Rimase in silenzio per un attimo. - Cos' che ti esce dalla ta-
sca, sabbia?
- Sale - dissi.
- Ah - fece lui e annu come se la cosa avesse perfettamente senso per
lui. - Come sta tuo pap? Le cose gli vanno un po' meglio?
- Come?
- Lo sai, il lavoro. Quando  venuto da me, due settimane fa, mi ha det-
to che il lavoro era cos duro che aveva difficolt a dormire. E io gli ho da-
to delle pillole. Sai, lo stress pu diventare molto pesante. Ho detto a tuo
pap che dovrebbe prendersi una vacanza.
- Ah. - Questa volta ero io ad annuire, come se capissi. - Penso che
stia meglio - dissi. Gli ho dato delle pillole. Pap non aveva detto niente
a proposito del lavoro troppo pesante, n della sua visita dal dottor Parrish.
Gli ho dato delle pillole. Io guardavo fisso davanti a me, alla strada che si
snodava. Mio padre stava ancora cercando di sfuggire al regno degli spiriti
inquieti. Mi venne in mente che nascondeva parte di s alla mamma e a
me, proprio come Jaybird nascondeva la sua febbre per il poker alla nonna.
Il dottor Parrish mi accompagn alla porta dei nonni e buss. Quando
nonna Sarah apr la porta, il dottor Parrish le disse che mi aveva trovato
mentre camminavo lungo la strada. - Dov' tuo nonno? - chiese lei. Di
sicuro feci un'espressione addolorata perch, dopo qualche secondo di ri-
flessione, la nonna rispose da sola alla propria domanda: - Si  cacciato
in qualche guaio. Mmh. S, dev'essere cos.
- La scatola di sale si  rotta - le dissi, e gliene mostrai una manciata,
tutto bagnato di sudore.
- Ne prenderemo una scatola nuova. Quello che hai nelle tasche lo ter-
remo per Jaybird. - Non lo venni a sapere se non dopo molto tempo, ma
per tutta la settimana seguente ogni pasto che Jaybird si accingeva a con-
sumare era cos salato da bruciargli la bocca. - Vuole entrare a bere un
bicchiere di limonata fresca, dottor Parrish?
- No, la ringrazio. Devo tornare nello studio. - Si fece scuro in volto,
una qualche preoccupazione lo stava assillando. - Signora Mackenson,
conosceva Selma Neville?
- S, la conosco. Ma non la vedo da circa un mese.
- Vengo ora da casa sua - disse il dottor Parrish. - Sapeva che stava
combattendo contro il cancro da un anno?
- No, non lo sapevo!
- Be', ha combattuto coraggiosamente, ma  mancata due ore fa. Vole-
va morire a casa sua, invece che all'ospedale.
- Dio mio! Non sapevo che Selma fosse malata!
- Non voleva fare scalpore. Come abbia fatto a continuare a insegnare
quest'ultimo anno non lo so proprio.
All'improvviso capii di chi stavano parlando. La signora Neville. La mia
signora Neville. L'insegnante che aveva detto che avrei dovuto iscrivermi
al concorso di composizione quest'anno. Addio aveva detto quando ero u-
scito dall'aula l'ultimo giorno di scuola. Non Ci vediamo l'anno prossimo o
Ci vediamo a settembre, ma un fermo e definitivo Addio. Sapeva che stava
morendo, seduta alla cattedra colpita dalla luce estiva, e sapeva che per lei
a settembre non ci sarebbe stata una nuova classe di scimmiette sghignaz-
zanti.
- Pensavo che le avrebbe fatto piacere saperlo - disse il dottor Par-
rish. Mi tocc sulla spalla con la mano che due ore prima aveva coperto il
viso della signora Neville con un lenzuolo. - Abbi cura di te, Cory. - Si
volt e and verso la sua Pontiac, e la nonna e io restammo a guardare
mentre si allontanava.
Un'ora pi tardi, Jaybird torn a casa. Aveva la faccia di un uomo che 
stato preso a calci nel sedere anche dall'ultimo amico e il cui ultimo dolla-
ro  finito nelle tasche di un altro. Tent di mostrarsi arrabbiato con me,
perch ero "scappato" e lo avevo fatto mezzo morire per la preoccupazio-
ne, ma prima che si infervorasse su quella strada la nonna Sarah lo fece
deviare chiedendogli, molto pacatamente, dove fosse il sale per fare il ge-
lato. E cos Jaybird and a sedersi tutto solo sulla veranda, nella luce mo-
rente, con le falene che gli svolazzavano intorno, la faccia lunga e smunta,
l'umore depresso come il suo penzolante spaventapassere. In fondo mi di-
spiaceva per lui, ma Jaybird non era il tipo d'uomo per cui dispiacersi. Una
sola parola di rammarico da parte mia e lui si sarebbe rimesso a ghignare e
a fare lo spaccone. Jaybird non chiedeva mai scusa: non aveva mai torto.
Questo era il motivo per cui non aveva veri amici, ed era anche il motivo
per cui se ne stava seduto tutto solo sotto il portico in compagnia di stupide
ali sbaluginanti che gli volavano intorno confusamente come i vecchi ri-
cordi di belle ragazze.
Un ultimo fatto caratterizz la settimana dai nonni. Venerd notte non
avevo dormito bene. Avevo sognato che entravo nella mia aula, che era
completamente deserta, a parte la signora Neville che metteva a posto dei
compiti. Una luce dorata colpiva obliqua il pavimento e delle lame di luce
rigavano anche la lavagna. La pelle sul volto della signora Neville si era
raggrinzita, ma gli occhi sembravano grandi e lucenti, come quelli di un
bambino. Stava diritta con la schiena e mi guardava, fermo sulla soglia tra
il corridoio e l'aula. - Cory? - diceva. - Cory Mackenson?
- S, signora - rispondevo io.
- Vieni pi vicino - diceva.
Io obbedivo. Andavo alla cattedra e vedevo che la mela rossa posata sul
bordo era appassita.
- L'estate  quasi terminata - diceva la signora Neville. Io annuivo. -
Sei pi vecchio di prima, vero?
- Ho festeggiato un altro compleanno - dicevo io.
- Bene. - Il suo alito, pur non essendo sgradevole, odorava di fiori sul
punto di marcire. - Ho visto tanti ragazzi andare e venire - diceva. -
Ne ho visti alcuni crescere e mettere radici e altri crescere e andare via. Gli
anni della vita di un ragazzo passano cos in fretta, Cory. - Sorrideva de-
bolmente. - I ragazzi vogliono crescere in fretta e diventare uomini, e poi
viene un giorno in cui vorrebbero essere di nuovo ragazzi. Ma ti dir un
segreto, Cory. Vuoi sentirlo?
Io annuivo.
- Nessuno - diceva con un sussurro la signora Neville - cresce mai.
Io aggrottavo la fronte. Che tipo di segreto era questo? Il mio pap e la
mia mamma erano cresciuti, no? E anche il signor Dollar, il comandante
Marchette, il dottor Parrish, il reverendo Lovoy, la Signora e tutti gli altri
che avevano compiuto i diciott'anni.
- Possono sembrare adulti - proseguiva - ma  una finzione.  solo
l'argilla del tempo. In fondo ai loro cuori, gli uomini e le donne sono anco-
ra ragazzi. Loro salterebbero e giocherebbero, ma quell'argilla pesante
glielo impedisce. Vorrebbero liberarsi da tutte le catene che il mondo ha
imposto loro, togliersi gli orologi, le cravatte e le scarpe della domenica e
tornare nudi allo stagno, anche solo per un giorno. A loro piacerebbe esse-
re liberi e sapere che a casa c' una mamma e un pap che si occuperanno
di tutto e gli vorranno sempre bene, nonostante tutto. Persino dietro al vol-
to dell'uomo pi malvagio di questo mondo c' un bambino spaventato che
cerca di nascondersi in un angolo dove nessuno possa fargli del male. -
Poi metteva da parte i compiti e posava le mani sulla cattedra. - Ho visto
moltissimi ragazzi diventare uomini, Cory, e voglio dirti una parola. Ri-
corda.
- Ricordare? Ricordare cosa?
- Ogni cosa - diceva lei. - Qualsiasi cosa. Non vivere una giornata
senza ricordare qualcosa di essa, e senza conservare quel ricordo come un
tesoro. Perch lo . E i ricordi sono dolci compagni, Cory. Sono insegnan-
ti, amici e severi maestri. Quando guardi qualcosa, non limitarti a guardar-
la. Vedila. Vedila veramente. Vedila, cosicch, quando un giorno ne scri-
verai, qualcun altro la potr vedere.  facile attraversare la vita come un
cieco, un sordo, un muto, Cory. Quasi tutti quelli che conosci o che cono-
scerai lo fanno. Passano attraverso una parata di meraviglie e non sentiran-
no mai neanche un debole pigolio. Ma tu puoi vivere mille vite, se vuoi.
Puoi parlare con persone che non vedrai mai, in terre che non visiterai mai.
- Aveva annuito, vedendo la mia faccia. - E se sei bravo e fortunato e
hai qualcosa che valga la pena di essere raccontato, potresti avere la possi-
bilit di vivere molto tempo dopo... - Qui aveva fatto una pausa, soppe-
sando le parole. - Molto tempo dopo - aveva concluso.
- E quando dovrebbe succedere tutto questo? - avevo chiesto.
- Una cosa per volta. Prima di tutto iscriviti al concorso, come ti ho
detto.
- Non sono abbastanza bravo.
- Non sto dicendo che lo sei. Non ancora. Fa' del tuo meglio e iscriviti
al concorso. Lo farai?
Mi ero stretto nelle spalle. - Non so che cosa scrivere.
- Lo saprai - aveva detto la signora Neville. - Quanto ti metterai se-
duto e guarderai un foglio bianco abbastanza a lungo, lo saprai. E non con-
siderarlo solo come scrivere. Consideralo come un raccontare una storia ai
tuoi amici. Ci proverai, almeno?
- Ci penser - avevo detto.
- Non pensarci troppo - mi aveva ammonito. - A volte il troppo
pensare  nemico del fare.
- S, signora.
- Bene. - La signora Neville aveva fatto un lungo respiro e poi lo a-
veva lasciato uscire lentamente. Si era guardata intorno nell'aula deserta, i
banchi vuoti con le iniziali incise sopra. - Io ho fatto del mio meglio -
aveva detto serena - ed  tutto quello che posso fare. Ah, voi ragazzini,
quanti anni avete davanti a voi! - Il suo sguardo si era posato nuovamen-
te su di me. - La lezione  finita - aveva detto.
Mi svegliai. Non si era ancora fatto chiaro del tutto. Un gallo stava can-
tando per annunciare l'arrivo del soie. La radio era accesa nella stanza di
Jaybird, sintonizzata su una stazione di musica country. Il suono di una
chitarra elettrica, solitaria, alla ricerca di qualcosa lungo gli scuri chilome-
tri di boschi, prati e strade, aveva sempre avuto il potere di spezzarmi il
cuore.
Mamma e pap vennero a prendermi quel pomeriggio. Salutai con un
bacio nonna Sarah e diedi la mano a nonno Jaybird. Lui mise un po' pi di
forza nella sua stretta e io contraccambiai. Ci eravamo capiti. Quindi mi
avviai verso il camioncino con i miei genitori, e scoprii che avevano porta-
to anche Rebel, cos salii sul pianale, con le gambe ciondoloni oltre la
sponda e Rebel si sistem ben bene vicino a me, alitandomi sulla faccia,
ma a me andava bene cos.
Nonna Sarah e Jaybird rimasero sotto il portico a salutarci con la mano.
Tornai a casa, al mio mondo!
7
Il campeggio
Non c' nulla che ti terrorizza e ti eccita di pi di un foglio di carta bian-
ca. Ti terrorizza perch ti trovi da solo a lasciare tracce scure su quella di-
stesa innevata; ti eccita perch nessuno, tranne te, conosce la tua meta, e
neanche tu puoi dire esattamente dove andrai a finire.
Quando mi sedetti davanti alla macchina per scrivere per buttare gi
quel racconto per il concorso di composizione indetto dallo Zephyr Arts
Council ero cos terrorizzato che tutto quello che riuscii a scrivere fu il mio
nome. Inventare una storia per te stesso  una cosa, inventare una storia
che verr letta da estranei  un altra: la prima  come un pony tranquillo, la
seconda  un imprevedibile cavallo selvaggio. Tu puoi solamente tenerti
forte e partire per la cavalcata.
Il foglio di carta mi guard in faccia per un bel po'. Alla fine decisi di
scrivere la storia di un ragazzo che scappa dalla piccola citt in cui vive
per vedere il mondo. Scrissi due pagine prima di capire che non ci stavo
mettendo il cuore. Iniziai un racconto su un ragazzo che trova una lanterna
magica nel deposito di un robivecchi. Anche quello fin nel cestino della
carta straccia. La storia di una macchina fantasma stava andando piuttosto
bene, quando, a un certo punto, si scontr contro il muro della mia imma-
ginazione e prese fuoco.
Rimasi l seduto, a guardare un nuovo foglio bianco.
Fuori, le cicale ronzavano sugli alberi. Rebel abbai a qualcosa nella
notte. Sentii il motore di una macchina brontolare lontano. Ripensai a
quanto mi aveva detto in sogno la signora Neville: Non considerarlo come
scrivere. Consideralo come raccontare una storia ai tuoi amici.
"Perch no?" pensai. E se avessi raccontato qualcosa che era successo
veramente?
Tipo... il signor Sculley e la zanna del Vecchio Mos. No, no. Al signor
Sculley non sarebbe piaciuto che la gente andasse da lui a vederla. D'ac-
cordo. Allora... la Signora e l'Uomo Luna? No, non ne sapevo abbastanza
su di loro. E se...
...se avessi parlato dell'uomo morto nella macchina che giaceva in fondo
al Saxon's Lake?
E se avessi scritto una storia su quanto era accaduto quella mattina? Se
avessi scritto della macchina che era finita in acqua e di pap che si era tuf-
fato nel lago? Se avessi raccontato tutto quello che avevo provato e visto
quella mattina di marzo prima dello spuntare del sole? E se... se... avessi
raccontato di aver visto l'uomo con la piuma verde sul cappello, fermo al
limitare del bosco?
Ora, su questo potevo veramente infervorarmi. Cominciai con mio padre
che diceva: Cory? Svegliati, figliolo.  ora. Presto mi ritrovai sul ca-
mioncino del latte con lui, pronti ad attraversare le silenziose strade di
Zephyr nelle prime ore del mattino. Stavamo parlando di quello che avrei
voluto fare da grande e poi, all'improvviso, la macchina usciva dal bosco
proprio di fronte a noi, mio padre sterzava e la macchina finiva oltre lo
sperone di roccia rossa dentro al Saxon's Lake. Ricordavo mio padre che
correva verso il lago, e come mi si era stretto il cuore nel vederlo saltare in
acqua e mettersi a nuotare. Ricordavo di aver visto la macchina che inizia-
va ad affondare, e le bolle che affioravano intorno al cofano. Ricordavo di
aver guardato verso il bosco oltre la strada e di aver visto la figura ferma in
piedi, con indosso un lungo soprabito che sbatteva nel vento e il cappello
con la piuma...
Un momento.
No, non era andata cos. Io avevo calpestato la piuma verde e me l'ero
trovata appiccicata alla suola sporca di fango. Ma da dove poteva proveni-
re una piuma, se non dalla banda di un cappello? Per, io stavo scrivendo
le cose come erano andate realmente. Io avevo visto il cappello con la piu-
ma verde solo la notte dell'inondazione. Tralasciai la parte riguardante la
signorina Grace, Lainie e la casa con le ragazze di malaffare, pensando che
alla mamma non avrebbe fatto piacere leggerla. Rilessi la storia e decisi
che avrei potuto fare di meglio e cos la riscrissi. Alla fine, per, dopo tre
tentativi sulla mia Royal, la storia era pronta. Era lunga due pagine, a spa-
zio doppio. Il mio capolavoro.
Quando pap, con il pigiama a righe rosse e i capelli ancora bagnati per
la doccia venne a darmi la buona notte, gli mostrai i due fogli di carta.
- Che cos'? - Li tenne sotto la luce della scrivania e lesse il titolo
"Prima del sorgere del sole" e mi guard con aria interrogativa.
-  una storia per il concorso di composizione - dissi io. - L'ho ap-
pena scritta.
- Oh, posso leggerla?
- Certo.
Inizi a leggere. Io lo osservavo. Quando arriv al punto in cui la mac-
china usciva dal bosco, un muscolo gli si irrigid nella mascella. Si appog-
gi al muro con una mano, e sapevo che stava leggendo di quando aveva
raggiunto la macchina a nuoto. Vidi le sue dita stringersi e rilassarsi, pi
volte, lentamente. - Cory? - chiam la mamma. - Va' a mettere Rebel
nel recinto per la notte! - Io feci per alzarmi, ma pap disse: - Aspetta
un minuto - e riprese a leggere gli ultimi paragrafi.
- Cory? - chiam nuovamente la mamma, dal soggiorno dove la TV
era accesa.
- Stiamo parlando, Rebecca! - le disse pap, e tenendo i fogli nella
mano, la abbass lungo il fianco. Mi guard, il volto per met in ombra.
- Va bene? - chiesi io.
- Non  quello che scrivi di solito - disse calmo. - Di solito scrivi di
fantasmi, cowboy o uomini nello spazio. Come mai hai scritto una cosa
come questa?
Io mi strinsi nelle spalle. - Non lo so. Ho pensato... di scrivere qualcosa
di vero.
- E questo sarebbe vero? La parte in cui hai visto qualcuno fermo nel
bosco?
- S.
- E allora come mai non me ne hai parlato? Come mai non l'hai detto
allo sceriffo Amory?
- Non lo so. Forse... perch non ero sicuro di aver visto veramente
qualcuno.
- Ma ora sei sicuro? Dopo quasi sei mesi che questa cosa  successa,
ora sei sicuro? E avresti potuto dirlo allo sceriffo e invece non l'hai fatto?
- S...  vero. Voglio dire... io credevo di aver visto qualcuno fermo l
in piedi. Lui portava un lungo soprabito e...
- Sei sicuro che fosse un uomo? - chiese pap. - Lo hai visto in fac-
cia?
- No, la faccia non gliel'ho vista.
Pap scosse la testa. Il muscolo nella mascella guizz di nuovo e la tem-
pia prese a pulsargli. - Vorrei tanto - disse - che non fossimo mai pas-
sati per quella strada. Vorrei tanto non essermi tuffato dietro a quella mac-
china. Vorrei tanto che quel morto in fondo al lago mi lasciasse in pace. -
Chiuse gli occhi e, quando li riapr, erano offuscati e turbati. - Cory, non
voglio che tu mostri questo a nessuno. Mi hai capito?
- Ma io... io volevo iscrivermi al con...
- No! Assolutamente, no! - Mi strinse con forza la spalla. - Ascol-
tami bene. Tutto questo  accaduto sei mesi fa.  storia passata ormai e
non c' nessun bisogno di tirarla fuori di nuovo.
- Ma  successo - dissi io. -  reale!
-  stato solo un brutto sogno - rispose mio padre. - Un incubo. Lo
sceriffo non ha scoperto nessuno che sia scomparso in citt. Nessuno
scomparso dai dintorni, che avesse un tatuaggio come quello. Nessuna
moglie, nessun familiare ha denunciato la scomparsa di un marito o di un
padre. Non capisci, Cory?
- Nossignore - dissi.
- Quell'uomo in fondo al Saxon's Lake non  mai esistito - disse pap
con voce rotta e rauca. - A nessuno importa niente di lui, nessuno ne ha
denunciato la scomparsa. E quando  morto, picchiato in maniera cos bru-
tale da non sembrare neanche pi un uomo, non ha neppure avuto una de-
gna sepoltura. Io sono stato l'ultima persona sulla terra a vederlo prima che
scomparisse per sempre. Tu sai cosa  stato per me, questo, Cory?
Io feci segno di no con la testa.
Mio padre guard nuovamente il racconto. Pos le due pagine sulla scri-
vania, vicino alla macchina per scrivere. - Sapevo che a questo mondo
esisteva la brutalit - disse, evitando di guardarmi. - La brutalit fa par-
te della vita, ma...  sempre altrove. Sempre nella citt vicina, mai nella
nostra. Ricordi quando ero nei pompieri e risposi a quella chiamata quando
quella macchina si schiant e si incendi tra qui e Union Town?
- La macchina di Little Stevie Cauley - dissi. - Midnight Mona.
- Esatto. I segni dei pneumatici sull'asfalto indicavano che era stata u-
n'altra macchina a mandare Stevie Cauley fuori strada. Qualcuno aveva
causato l'incidente intenzionalmente. Il serbatoio della macchina si era rot-
to ed era esploso con violenza. Anche quella era brutalit e, quando vidi
ci che restava di un giovane essere umano, io... - Si ritrasse, forse al ri-
cordo delle ossa carbonizzate. - Non riuscivo a capire come un essere
umano potesse fare una cosa simile a un altro. Non riuscivo a capire quel
tipo di odio. Voglio dire... quanta strada si deve percorrere per arrivare a
quello? Che cos' che deve entrarti dentro per torcerti l'anima al punto che
tu possa cancellare una vita umana cos come schiacceresti una mosca? -
Il suo sguardo incontr il mio. - Sai come mi chiamava il nonno quando
avevo la tua et?
- No.
- Coniglio. Perch non mi piaceva andare a caccia. Perch non mi pia-
ceva lottare. Non mi piaceva fare nessuna delle cose che dovrebbero piace-
re a un ragazzo. Mi costringeva a giocare a football. Non ero per niente
bravo, ma lo facevo per lui. Mi diceva: Ragazzo, non combinerai niente
nella vita, senza l'istinto del killer. Ecco cosa mi diceva. Colpisci duro,
buttali gi, fagli vedere che sei un duro. Solo che io... non sono un duro.
Non lo sono mai stato. Tutto quello che ho sempre voluto  la pace. -
And verso la finestra e rimase l un momento ad ascoltare le cicale. - Io
credo - disse - di aver finto per molto tempo di essere pi forte di quel-
lo che sono. Di aver pensato che avrei potuto lasciarmi alle spalle quel-
l'uomo morto e non pensarci pi. Ma non posso, Cory. Lui mi chiama.
- Lui... ti chiama? - chiesi io.
- S, mi chiama. - Pap rimase fermo, dandomi la schiena. Teneva le
braccia lungo i fianchi, le mani strette a pugno. - Dice che vuole che io
scopra chi era. Vuole che io scopra dov' la sua famiglia e se c' qualcuno
su questa terra che piange per lui. Vuole che scopra chi l'ha ucciso, e per-
ch. Vuole che io lo ricordi e dice che, finch chi l'ha picchiato e strango-
lato sar libero, io non avr pi pace per il resto della mia vita. - Pap si
volt verso di me. Mi parve invecchiato di dieci anni da quando aveva pre-
so in mano le due pagine del mio racconto.
"Quando avevo la tua et, io volevo credere di vivere in una citt magica
- disse piano - dove non potesse succedere niente di male. Volevo cre-
dere che tutti fossero gentili, e buoni, e giusti. Volevo credere che il lavoro
duro fosse ricompensato e che ogni uomo fosse di parola. Volevo credere
che gli uomini fossero buoni cristiani ogni giorno della settimana, non solo
la domenica, e che la legge fosse giusta, i politici saggi e che, se cammina-
vi per la retta via, avresti trovato la pace che stavi cercando. - Mi rivolse
un sorriso che era difficile da guardare: per un attimo pensai di vedere an-
cora il ragazzo in lui, intrappolato in quella che la signora Neville del so-
gno aveva chiamato l'argilla del tempo. - Ma non esiste quel posto -
disse mio padre. - Non esister mai. Saperlo non pu impedirti di deside-
rare che esista e, ogni volta che chiudo gli occhi per dormire, l'uomo in
fondo al Saxon's Lake mi dice che sono stato uno stupido."
Non so perch lo dissi, ma lo feci. - Forse la Signora pu aiutarti.
- E come? Interrogando qualche osso per me? Accendendo una cande-
la, o dell'incenso?
- No. Semplicemente parlando - dissi.
Pap abbass lo sguardo. Fece un respiro profondo e espir lentamente.
Poi disse: - Devo dormire un po' - e si avvi verso la porta.
- Pap?
Si ferm.
- Vuoi che stracci questo racconto?
Non mi rispose e io pensai che non l'avrebbe fatto. Il suo sguardo and
dai fogli di carta a me e nuovamente ai fogli. - No - disse, alla fine. -
No,  un bel racconto.  vero, no?
- Sissignore.
-  il meglio che tu possa fare?
- S.
Guard le fotografie dei mostri attaccate ai muri, quindi i suoi occhi si
posarono su di me. - Sei sicuro che non preferiresti scrivere qualcosa sui
fantasmi o sugli uomini che vengono da Marte? - mi chiese, con l'ombra
di un sorriso.
- Non questa volta - gli risposi.
Annu, mordicchiandosi il labbro inferiore. - Allora prosegui. Iscriviti
al concorso - disse e mi lasci solo.
La mattina seguente misi il racconto in una grossa busta gialla e, in sella
a Razzo, andai fino alla biblioteca in Merchants Street, vicino al palazzo di
giustizia. Nella fresca e imponente atmosfera della biblioteca, con i venti-
latori a soffitto che sussurravano e la luce del sole che filtrava dalle tappa-
relle delle alte finestre ad arco, consegnai il mio elaborato per il concorso -
dentro a una busta su cui avevo scritto "racconto breve" con un pastello a
cera Crayola color terra d'ombra bruciata - nelle mani della signora Evelyn
Prathmore che stava al bancone nell'ingresso. - E di che cosa parla questo
racconto breve? - chiese la signora Prathmore sorridendomi dolcemente.
- Parla di un omicidio - risposi. Il sorriso le si frantum. - Chi giu-
dica i lavori quest'anno?
- Io, il signor Grover Dean, il signor Lyle Redmond, insegnante d'in-
glese alla Adams Valley High School, il sindaco Swope, la nostra famosa
poetessa, la signora Teresa Abercrombie e il signor James Connahaute, re-
dattore del Journal. - Prese il mio elaborato con due dita, come se si trat-
tasse di un pesce maleodorante. - Hai detto che parla di un omicidio? -
Mi scrut da sopra la montatura perlacea degli occhiali.
- S, signora.
- Perch mai un giovanotto simpatico e gentile come te dovrebbe scri-
vere di un omicidio? Non avresti potuto scrivere su un argomento un po'
pi allegro? Tipo... il tuo cane, o i tuoi migliori amici, o... - aggrott la
fronte, avendo esaurito gli argomenti. - Qualcosa che potesse ispirare e
divertire?
- No, signora - dissi. - Dovevo scrivere di quell'uomo sul fondo di
Saxon's Lake.
- Oh. - La signora Prathmore guard nuovamente la busta gialla. -
Capisco. I tuoi genitori sanno che hai presentato questo al concorso, Cory?
- S, signora. Mio pap l'ha letto ieri sera.
La signora Prathmore prese una penna a sfera e scrisse il mio nome sulla
busta. - Qual  il tuo numero di telefono? - chiese, e lo scrisse sotto al
mio nome mentre glielo dicevo. - Bene, Cory - disse e racimol un ge-
lido sorriso. - Far in modo che questo vada a chi di dovere.
La ringraziai, mi voltai e mi avviai verso la porta. Prima di uscire, mi
voltai a guardare la signora Prathmore. Stava sollevando le alette del fer-
maglio per aprire la busta e, quando vide che la stavo guardando, si ferm.
Il fatto che lei fosse cos ansiosa di leggere il mio elaborato mi sembr un
buon segno. Uscii alla luce del sole, liberai Razzo dalla panchina del parco
cui l'avevo legata e pedalai verso casa.
Non c'era dubbio: l'estate volgeva al termine.
Le mattine sembravano appena un po' pi fresche. Le notti erano affa-
mate e divoravano il giorno. Le cicale sembravano stanche, il frinire delle
loro ali stava rallentando fino a diventare un pigro ronzio. Il nostro portico
guardava quasi esattamente a est e da l si poteva distinguere un albero di
Giuda sulle colline coperte di boschi: le sue foglie erano diventate cremisi
quasi nel giro di una notte, uno choc tra tutto quel verde. E, cosa peggiore
di tutte, peggiore per quelli di noi che amavano la libert dei giorni d'esta-
te, la televisione e la radio non facevano che annunciare vendite promo-
zionali per l'inizio della scuola con un fervore deprimente.
Il tempo stringeva. Cos una sera, a cena, affrontai l'argomento. Strinsi i
denti. Mi gettai a testa bassa. Presi il toro per le corna.
- Posso andare a campeggiare fuori una notte con gli altri ragazzi? -
La domanda fece scendere il silenzio sulla tavola.
La mamma guard pap. Pap guard la mamma. Nessuno dei due
guard me. - Avete detto che sarei potuto andare se prima avessi passato
una settimana da nonno Jaybird - ricordai loro.
Pap si schiar la gola e rigir la forchetta nel pur di patate. - Be' -
disse - non vedo perch no. Certo. Voi ragazzi potete montare una tenda
dietro alla casa e accendere un fuoco.
- Non  questo che intendevo. Voglio dire campeggiare fuori. Fuori nei
boschi.
- Ci sono dei boschi dietro alla casa - disse lui. - Ci sono boschi pi
che a sufficenza.
- Nossignore - dissi, e il cuore mi batteva veramente forte perch per
me quello era veramente osare. - Voglio dire ben lontano nei boschi.
Lontano, dove non si possa vedere n Zephyr, n altre luci. Un vero cam-
peggio.
- Oh Dio mio! - La mamma cominci ad agitarsi.
Pap borbott qualcosa e pos la forchetta. Intrecci le dita e le rughe tra
gli occhi diventarono profonde come solchi. Questi erano, lo sapevo per
esperienza, i primi segnali di un "no". - Lontano nei boschi - ripet. -
Lontano quanto?
- Non saprei. Pensavo che potremmo fare una bella gita a piedi da
qualche parte, passare l la notte e tornare indietro il mattino dopo. Po-
tremmo portare con noi una bussola e dei sandwich e il necessario per il
pronto soccorso e gli zaini e tutto il resto.
- E che cosa succederebbe se uno di voi si rompesse una caviglia? -
chiese la mamma. - O se venisse morso da un serpente a sonagli? O fi-
nisse nell'edera del Canada e il Signore sa che quest'estate ce n' dappertut-
to. - Io tenni duro mentre lei si stava infervorando a tutta velocit. - E
cosa succederebbe se veniste attaccati da una linee? Ges, potrebbero suc-
cedervi mille cose nei boschi, una peggio dell'altra!
- Andr tutto bene, mamma - dissi. - Non siamo pi bambini picco-
li.
- Non siete neanche abbastanza cresciuti per andarvene in giro nei bo-
schi da soli! E se di notte, a tre chilometri da casa, vi sorprendesse una
burrasca? E se cominciasse a lampeggiare e tuonare? E se a te, o a uno de-
gli altri, venisse il mal di stomaco? Sai, nei boschi non hai un telefono per
chiamare casa. Digli che  una cattiva idea, Tom.
Pap fece una smorfia: la parte sporca del lavoro toccava sempre ai pa-
dri.
- Su - lo esort la mamma. - Digli che pu aspettare finch non avr
tredici anni.
- L'anno scorso hai detto che potevo aspettare finch ne avessi avuti
dodici - le rammentai.
- Non essere impertinente! Su, Tom, diglielo.
Io attesi il deciso, definitivo "no". Fu quindi una vera sorpresa quando
mio padre chiese: - E dove la trovi una bussola?
La mamma lo guard inorridita. Dentro di me si accese una scintilla di
speranza. - Dal pap di Davy Ray - dissi. - La usa quando va a caccia.
- Le bussole si possono rompere! - insistette la mamma. - Vero? -
chiese a pap.
Mio padre continu a guardarmi, con un'espressione seria e composta.
- Passare una notte all'addiaccio non  un gioco da ragazzi. Conosco un
sacco di adulti che si sono persi nei boschi, e loro potrebbero dirti come ci
si sente senza un letto o un bagno, cosa vuol dire dormire sulle foglie umi-
de e grattarsi le punture di zanzara per tutta una notte. Ti sembra diverten-
te?
- Mi piacerebbe andare - dissi.
- Hai parlato di questo con gli altri ragazzi?
- Sissignore. Dicono che gli piacerebbe andare, se i loro genitori glielo
permettono.
- Tom,  troppo piccolo! - disse la mamma. - Magari l'anno prossi-
mo.
- No - rispose mio padre - non  troppo piccolo. - Mia madre as-
sunse un'espressione ferita. Fece per parlare, ma mio padre le mise un dito
sulle labbra. - Ho fatto un patto con lui - le disse. - In questa casa, gli
uomini sono di parola. - Il suo sguardo torn a posarsi su di me. -
Chiamali. Se i loro genitori dicono che va bene, va bene anche per noi. Ma
discuteremo di quanto vi potete allontanare e dell'ora in cui dovrete torna-
re, e se non tornerete per l'ora stabilita, avrai difficolt a sederti per una
settimana. D'accordo?
- D'accordo! - dissi e mi alzai per andare a telefonare, ma pap disse:
- Aspetta. Prima finisci la tua cena.
In seguito l'estate riprese slancio. I genitori di Ben diedero la loro appro-
vazione. Quelli di Davy Ray dissero di s. A Johnny, per, non fu permes-
so venire con noi, nonostante avesse chiesto a pap di intercedere presso
suo padre. Pap fece quello che pot, ma la decisione era gi stata presa. A
causa dei suoi attacchi di vertigini, i genitori avevano paura che passasse la
notte nei boschi. Ancora una volta i Branlin lo avevano derubato.
E cos, un soleggiato venerd pomeriggio, carichi di zaini, sandwich,
borracce d'acqua, lozione contro le zanzare, kit per i morsi di serpente,
fiammiferi, torce elettriche, e cartine della zona che avevamo preso al pa-
lazzo di giustizia, Davy Ray, Ben e io filammo via da casa mia verso l'in-
vitante foresta. Tutti i saluti erano stati fatti, i cani rinchiusi nei recinti, le
biciclette chiuse coi lucchetti sotto il portico. Davy aveva la bussola di suo
padre e un berretto mimetico da caccia. Portavamo tutti i pantaloni lunghi,
per difenderci gli stinchi dai rovi e dalle zanne dei serpenti, e stivali pesan-
ti. Eravamo pronti per una lunga marcia e offrimmo i nostri visi al sole
come i pionieri che si inoltravano nelle foreste antichissime. Prima ancora
che arrivassimo al limitare del bosco, per, mia madre, l'eterna ansiosa, mi
chiam dal portico. - Cory! Hai abbastanza carta igienica?
Le risposi di s. Chiss perch, non riuscivo a immaginarmi la madre di
Daniel Boone che gli faceva quella domanda.
Salimmo sulla collina e attraversammo la radura dalla quale ci eravamo
alzati in volo il primo giorno d'estate. Pi oltre cominciava il vero bosco,
un dominio verde che avrebbe fatto esitare anche Tarzan. Guardai Zephyr,
che si estendeva sotto di noi, e Ben si ferm e cos pure Davy Ray. Tutto
sembrava cos in ordine: le strade, i tetti, i prati falciati, i marciapiedi, le
aiuole. Quello in cui stavamo per entrare era un intrico selvaggio, un rea-
me pericoloso che non offriva n comodit n sicurezza: in altre parole, in
quel momento mi resi conto esattamente in che cosa mi ero cacciato.
- Be' - disse alla fine Davy Ray - credo che sar meglio muoversi.
- Gi - mormor Ben - muoversi.
- Hu-hu - dissi io.
Restammo l, i volti accarezzati dalla brezza, le nuche bagnate di sudore.
Dietro di noi la foresta stormiva. Io pensai alla testa dell'idra, che ondeg-
giava e sibilava, negli Argonauti.
- Io vado - disse Davy Ray e si avvi. Io distolsi lo sguardo da Ze-
phyr e lo seguii, perch era lui che teneva la bussola. Ben regol le cinghie
del suo zaino uno scatto pi strette e disse: - Aspettatemi! - Quindi si
mise a correre pi forte che pot, con la camicia che gi cominciava a
scappargli dai calzoni.
La foresta, che aspettava da almeno cent'anni tre ragazzi come noi, ci fe-
ce entrare e quindi richiuse i suoi grossi rami e le sue foglie alle nostre
spalle. Avevamo messo piede in una zona selvaggia ed eravamo soli.
Presto ci ritrovammo bagnati zuppi di sudore. Andare su e gi per crinali
fitti di vegetazione nel pesante caldo d'agosto non era una cosa facile, e
Ben inizi a soffiare e a chiedere a Davy Ray di rallentare. - Tana di ser-
pente! - url Davy Ray, indicando un immaginario buco ai piedi di Ben e
questo fece s che Ben riprendesse a muoversi come un razzo. Viaggiam-
mo attraverso un verde regno di sole e di ombra, trovammo caprifoglio che
cresceva in dolce profusione e more selvatiche che naturalmente dovemmo
fermarci ad assaggiare. Poi riprendemmo la marcia, seguendo la bussola e
il sole, i padroni del nostro destino. Sulla cima di una collina trovammo un
enorme masso tondo su cui sederci e scoprimmo quelli che sembravano
simboli indiani incisi sulla roccia. Purtroppo, per, non fummo i primi a
fare quella scoperta, perch l vicino c'era l'involucro di una Moon Pie e
una bottiglietta di 7-Up rotta. Proseguimmo, inoltrandoci nella foresta, de-
cisi a trovare un posto mai sfiorato da piede umano. Arrivammo al letto di
un ruscello in secca e lo seguimmo, con le pietre che scricchiolavano sotto
i nostri stivali. Per qualche minuto la nostra attenzione fu attratta da un o-
possum morto, coperto da uno sciame di mosche. Davy Ray minacci di
prendere la carcassa e di tirarla a Ben, ma io lo dissuasi da una bravata cos
macabra e Ben trem di sollievo. Pi avanti, in un punto in cui la vegeta-
zione era pi fitta e rocce bianche spuntavano dal terreno come ossa di di-
nosauro, Davy Ray si ferm e si pieg. Si rialz tenendo in mano la punta
nera di una freccia, quasi perfettamente formata, e se la mise in tasca per la
collezione di Johnny.
Il sole stava calando. Eravamo coperti di sudore e di polvere, e i mosce-
rini ci volavano intorno alla testa, puntando alle nostre pupille. Non ho mai
capito l'attrazione dei moscerini per le pupille, ma credo che siano l'equi-
valente della fiamma per le falene. In ogni caso, perdemmo un mucchio di
tempo a cercare di toglierci gli insetti morti dalle orbite lacrimanti. Ma,
come il sole tramont e l'aria si fece pi fresca, i moscerini sparirono. Co-
minciammo a chiederci quando avremmo trovato un posto per passare la
notte e fu pi o meno allora che la verit ci apparve in tutta la sua chiarez-
za.
Non c'erano n mamme n pap a prepararci la cena. Non c'erano n te-
levisioni, n radio, vasche da bagno, letti, o luci, cosa di cui ci rendemmo
pienamente conto quando il cielo si fece pi scuro a oriente. Non sapeva-
mo quanto fossimo lontani da casa, ma nelle ultime due ore non avevamo
visto alcuna traccia di civilt. - Faremmo meglio a fermarci qui - dissi a
Davy Ray e gli indicai una radura, ma lui disse: - Ah, possiamo andare
ancora un po' avanti - e io sapevo che a spingerlo era la sua curiosit su
cosa ci fosse oltre il crinale successivo. Ben e io cercavamo di non rimane-
re indietro: come ho detto prima, era lui che aveva la bussola.
Le nostre torce si accesero per bucare le tenebre sempre pi profonde.
Qualcosa mi svolazz davanti alla faccia e schizz via: un pipistrello in
cerca di una preda. Un altro qualcosa corse via nel sottobosco mentre ci
avvicinavamo e Ben continuava a chiederci: - Cos'era? Cos'era? - ma
nessuno di noi due sapeva rispondergli. Alla fine Davy Ray smise di cam-
minare, illumin tutto intorno con la torcia e annunci: - Ci accampere-
mo qui. - Appena in tempo per me e per Ben, che avevamo le gambe a
pezzi. Ci togliemmo gli zaini dalle spalle doloranti e facemmo pip tra gli
aghi di pino; dopo ci mettemmo a cercare la legna per accendere il fuoco.
In quello fummo fortunati, perch c'erano moltissimi rami di pino e pigne
sparpagliati tutto intorno e quelli si accendevano facilmente. Cos, poco
dopo avevamo un bel fuoco acceso, in una buca, circondato da pietre come
mi aveva detto di fare pap, e alla luce rossastra delle fiamme noi tre pio-
nieri mangiammo i sandwich preparati dalle nostre mamme.
Le fiamme crepitavano. Ben scopr un pacco di marshmallow che sua
madre gli aveva messo nello zaino: li infilammo su degli stecchi e ini-
ziammo allegramente a tostarli. Tutto intorno al nostro cerchio, oltre la zo-
na illuminata dal fuoco, non c'era altro che buio e le lucciole ammiccavano
tra gli alberi. Un alito di vento fece stormire le foglie e in alto potevamo
vedere il bagliore della Via Lattea attraverso il cielo.
In quel santuario della foresta le nostre voci erano pacate, rispettose del
luogo in cui ci trovavamo. Parlammo della nostra misera stagione nella
Little League, giurando che in un modo o nell'altro l'anno seguente a-
vremmo avuto Nemo Curliss nella nostra squadra. Parlammo dei Branlin e
del fatto che qualcuno avrebbe dovuto dar loro una lezione per aver rovi-
nato l'estate di Johnny. Parlammo di quanto eravamo lontani da casa: nove
o dieci chilometri, pensava Davy Ray, mentre Ben disse che dovevano es-
sere almeno diciotto. Ci chiedemmo che cosa stessero facendo i nostri ge-
nitori in quel preciso momento e convenimmo che probabilmente erano
terribilmente preoccupati per noi, ma che quell'esperienza gli avrebbe fatto
bene. Stavamo crescendo ed era l'ora che capissero che la nostra infanzia
aveva i giorni contati.
In lontananza, una civetta cominci a gridare. Davy Ray parl con gran-
de entusiasmo di Snowdown, che doveva essere nello stesso bosco, condi-
videndo con noi gli stessi suoni e gli stessi luoghi e forse addirittura ascol-
tava la stessa civetta. Ben parl della scuola che sarebbe iniziata da l a po-
co, ma lo zittimmo. Sdraiati sulla schiena, mentre la luce del fuoco moriva,
restammo a guardare il cielo, parlando di Zephyr e della gente che vi vive-
va. Era una citt magica, convenimmo. E pure noi eravamo toccati dalla
magia, per esservi nati.
Dopo che le fiamme si furono spente, con i tizzoni che mandavano ba-
gliori rossi, dopo che la civetta era andata a dormire e la lieve tiepida brez-
za portava al nostro campo la fragranza delle ciliegie selvatiche, guar-
dammo le stelle cadenti striare i cieli di blu incandescente e oro. Quando lo
spettacolo fin e tutti e tre restammo sdraiati a pensare, Davy Ray disse: -
Ehi, Cory, perch non ci racconti una storia?
- Naah - dissi. - Non mi viene in mente niente.
- Inventane una - mi esort Davy Ray. - Su, dai!
- S, ma non farla troppo spaventosa - disse Ben. - Non voglio ave-
re gli incubi.
Ci pensai per un po' e poi cominciai. - Lo sapevate, ragazzi, che c'era
un campo di prigionia per i nazisti, da queste parti? Me lo ha detto pap.
S, mi ha detto che tenevano tutti questi nazisti in un campo nei boschi, ed
erano tra i peggiori killer che si possano immaginare. Era proprio vicino
alla base aerea, solo che la base aerea non c'era ancora.
- Ma  vero? - chiese Ben cauto.
- Ma no, scemo! - disse Davy Ray. - Se lo sta inventando!
- Forse - dissi io. - Forse s e forse no.
Davy Ray rimase in silenzio.
- In ogni modo - proseguii - ci fu un incendio in questo campo di
prigionia e alcuni dei nazisti scapparono. Alcuni erano pure tutti bruciati,
le facce tutte distrutte e roba simile, ma scapparono, proprio in questi bo-
schi, e...
- L'hai visto su Thriller, non  vero? - chiese Davy Ray.
- No - dissi. -  quello che mi ha raccontato mio padre.  successo
tanto tempo fa, prima che noi nascessimo. E cos questi nazisti scapparono
nei boschi, proprio qui vicino, e il loro capo - si chiamava Bruno, un tizio
grande e grosso con la faccia tutta bruciata e coperta di cicatrici - trov una
caverna in cui tutti potessero rifugiarsi. Per non c'era cibo a sufficienza
per tutti e cos, quando qualcuno di loro moriva, gli altri facevano a pezzi i
cadaveri con i coltelli e...
- Oh, che schifo! - disse Ben.
- E li mangiavano e a Bruno toccava sempre il cervello. Apriva i teschi
come noci, tirava fuori il cervello con tutt'e due le mani e lo ingoiava.
- Sto per vomitare! - esclam Davy Ray e fece finta di avere dei co-
nati. Poi si mise a ridere, e Ben pure.
- Molto tempo dopo, all'incirca due anni, Bruno era l'unico rimasto ed
era pi grosso che mai - proseguii. - Ma la sua faccia non era mai guari-
ta dalle ustioni. Aveva un occhio sulla fronte e l'altro gli pendeva sul men-
to. - Questo caus altre risate. - E cos, dopo tutto quel tempo passato
nella caverna a mangiare gli altri nazisti, Bruno era diventato pazzo. Aveva
fame, per voleva solo una cosa da mangiare: cervello.
- Yech! - fece Ben.
- Voleva solo cervello - dissi al mio pubblico. - Era alto due metri e
venti e pesava centocinquanta chili e aveva un coltello cos lungo che po-
teva scoperchiarti la testa di netto. Bene, per tutto questo tempo, la polizia
e l'esercito gli avevano dato la caccia, ma non erano riusciti a trovarlo.
Trovarono un ranger con la testa scoperchiata e senza cervello. Poi trova-
rono un contrabbandiere di whisky, anche lui con la testa aperta e senza
cervello, e pensarono che Bruno si stesse avvicinando sempre di pi a
Zephyr.
- E allora chiamarono James Bond e Batman! - disse Davy Ray.
- Noo! - Scossi la testa con aria grave. - Non c'era nessuno che po-
tessero chiamare in aiuto. C'erano solo i poliziotti e i soldati dell'esercito:
ogni notte Bruno vagava per la foresta con il suo coltello e una lanterna e
la sua faccia era cos brutta che poteva immobilizzare le persone come
Medusa e poi slash! apriva la testa a qualcuno e via, il cervello in bocca!
- Ah, certo! - disse Ben ridendo. - Ci scommetto che il vecchio
Bruno  ancora in questi boschi al momento e si mangia cervelli per cena,
eh?
- No-o! - dissi, formulando la conclusione del mio racconto. - La
polizia e i soldati lo trovarono e gli spararono tanti colpi che sembrava un
formaggio svizzero. Ma ogni tanto, se si capita nel bosco in una notte ve-
ramente buia, si pu vedere la lanterna di Bruno muoversi tra gli alberi. -
Lo dissi con un sussurro gelido e n Davy Ray, n Ben risero pi. - S, si
pu vedere la sua lanterna che si muove mentre lui vaga in cerca di cervelli
da mangiare. Getta la luce tutto intorno e se si va abbastanza vicino, si pu
vedere la lama del coltello brillare, ma non guardategli la faccia! - Alzai
un dito in un gesto ammonitore. - No. Non guardategli la faccia perch vi
far impazzire e vi far venir voglia di mangiare cervelli! - Urlai l'ultima
parola e saltai in piedi e Ben grid di paura, ma Davy Ray rise di nuovo.
- Ehi, non  divertente! - protest Ben.
- Non devi preoccuparti per il vecchio Bruno - gli disse Davy Ray. -
Tu non hai cervello e quindi...
Davy Ray smise bruscamente di parlare e rimase a fissare il buio.
- Cosa c'? - gli chiesi.
- Ah, ah, sta cercando di spaventarci! - Lo derise Ben. - Intanto non
funziona!
Davy Ray era sbiancato in volto. Giuro che vidi la sua testa percorsa dai
brividi e poi i capelli sollevarglisi. Disse: - Guh... guh... guh... - e alz il
braccio per indicare qualcosa.
Io mi voltai a guardare nella direzione che aveva indicato. Sentii Ben
boccheggiare. Mi si rizzarono i capelli sulla testa e il cuore si mise a mar-
tellare.
Una luce stava venendo verso di noi, attraverso gli alberi.
- Guh... guh... Ges! - gracchi Davy Ray.
Tutti e tre fummo presi da quel tipo di terrore che ti fa desiderare di sca-
vare un buco, infilartici dentro e tirar dentro il buco con te. La luce si
muoveva lentamente, ma si stava avvicinando. E, come venne pi vicina,
si divise in due e tutti noi ci gettammo a pancia in gi negli aghi di pino.
Un attimo dopo capii di cosa si trattava: erano i fari di una macchina. La
macchina sembrava venire proprio contro di noi, ma poi all'ultimo momen-
to vir e noi guardammo i fanalini di coda rossi accendersi quando il gui-
datore fren. La macchina continu ad andare, seguendo un sentiero ser-
peggiante che passava a meno di una ventina di metri dal nostro campo, e
in un paio di minuti era scomparsa tra gli alberi.
- Avete visto ragazzi? - sussurr Davy Ray.
- Certo che abbiamo visto! - sussurr Ben in risposta. - Siamo qui,
no?
- Chiss chi c'era in quella macchina e perch passava di qui? - disse
Davy Ray e mi guard. - Vuoi scoprirlo, Cory?
- Probabilmente contrabbandieri di liquore - risposi. Mi tremava la
voce. - Penso che faremmo meglio a lasciarli in pace.
Davy Ray prese la sua torcia. Era ancora pallido in viso, ma gli brillava-
no gli occhi dall'eccitazione. - Io voglio scoprire cosa succede! Voi pote-
te restare qui se volete! - Si alz, accese la torcia e si mise a seguire fur-
tivamente il percorso della macchina. Si ferm quando si rese conto che
non lo stavamo seguendo. - Non c' problema - disse. - Non penso
che abbiate paura o cose del genere.
- Bene - rispose Ben - perch io rimango qui.
Io mi alzai. Se Davy Ray aveva tanto coraggio da andare, be', allora ce
l'avevo anch'io. E poi, anch'io volevo scoprire chi guidava la macchina co-
s lontano nei boschi. - Su, vieni! - disse. - Ma guarda dove metti i
piedi!
- Io non ci resto qui da solo! - Ben si tir su in piedi. - Voi due siete
pazzi da legare, lo sapete?
- S. - Davy Ray sembrava molto orgoglioso della cosa. - State bas-
si e non parlate!
Strisciammo di albero in albero, seguendo il sentiero che non avevamo
visto quando ci eravamo accampati al calar della notte. Davy Ray teneva il
fascio della torcia puntato contro il terreno, in modo che non potesse esse-
re visto da qualcuno pi avanti. Il sentiero si snodava avanti e indietro tra
gli alberi. La civetta stava nuovamente cantando e le lucciole ammiccava-
no intorno a noi. Eravamo andati avanti ancora una sessantina di metri
lungo il sentiero, quando improvvisamente Davy Ray si ferm e sussurr:
- Eccola!
Riuscivamo a vedere la macchina davanti a noi. Era ferma, ma aveva le
luci e il motore acceso. Ci accucciammo tra gli aghi di pino e, non so gli
altri, ma il mio cuore batteva all'impazzata. La macchina non si mosse.
Chiunque fosse al volante non usc. - Devo fare la pip! - bisbigli Ben
concitato. Davy Ray gli disse di tenersela.
Cinque o sei minuti dopo vedemmo altre luci venire attraverso i boschi
dalla direzione opposta. Era un'altra macchina, una Cadillac nera, e venne
a fermarsi di fronte alla prima. Davy Ray mi guard e la sua espressione
mi diceva che quella volta eravamo incappati in qualcosa di grosso. Io non
ero particolarmente interessato a quello che stava succedendo: volevo
semplicemente allontanarmi da quello che pensavo che fosse un incontro
di contrabbandieri. Le portiere della prima macchina si aprirono e scesero
due persone.
- Oh, ragazzi! - sussurr Davy Ray.
Fermi, in piedi dove i fasci di luce dei fari si incrociavano, c'erano due
uomini, vestiti con abiti comuni, tranne che, quando si arrivava alle teste,
queste erano coperte da maschere bianche. Uno era di altezza media, l'altro
era grande e grasso, con una pancia che scendeva sopra la cintura dei je-
ans. L'uomo di altezza media stava fumando un sigaro o una sigaretta, era
difficile dirlo, e teneva la testa obliqua per soffiare il fumo dall'angolo del-
la bocca.
Poi le portiere della Cadillac si aprirono e il cuore mi sal in gola quando
vidi Bodean Blaylock scivolare fuori da dietro il volante. Era proprio lui:
ricordavo la sua faccia quando mi aveva guardato dal tavolo da poker, co-
me per dirmi che aveva in pugno mio nonno e non l'avrebbe lasciato anda-
re. Dal lato del passeggero scese un uomo smilzo con i capelli scuri lisciati
all'indietro e il mento sporgente. Indossava un paio di pantaloni neri molto
stretti e una camicia rossa con dei lustrini sulle spalle, e al principio pensai
che fosse Donny Blaylock, ma Donny non aveva un mento cos. L'uomo
and ad aprire la portiera posteriore destra della Cadillac e la macchina o-
scill quando la persona che stava dentro fece per scendere.
Era una montagna con due gambe.
Aveva una pancia spaventosa, che tirava il davanti della camicia a scac-
chi rossi e della tuta da lavoro. Quando si alz in piedi in tutta la sua altez-
za, vidi che poteva essere almeno due metri. Era calvo, tranne che per un
ciuffo di capelli grigi che gli contornava il cranio oblungo come una ghian-
da e aveva una barba grigia curata che gli finiva a punta sotto al mento.
Respirava come un mantice e la sua faccia era un ammasso rossastro di
carne e rughe. - Ehi, ragazzi, andate a una festa in maschera? - grugn,
con una voce che ricordava il rumore di una betoniera e poi rise - ah ah ah
- come un vecchio motore che stenta a mettersi in moto. Bodean rise e cos
pure l'altro uomo. Gli uomini con le maschere si mossero a disagio. - Ra-
gazzi, mi sembrate dei sacchi di merda - disse la montagna, andando ver-
so di loro strascicando i piedi. Vi giuro che aveva le mani grosse come
prosciutti e i piedi, negli stivali consumati, erano cos grandi che sembrava
potessero abbattere dei giovani alberi.
L'uomo mascherato con la pancia sporgente disse: - Siamo in inco... in
incong... non vogliamo essere riconosciuti.
- Cazzo, Dick! - esclam il mostro con la barba e rise di nuovo. -
Dovrei essere un coglione e un cieco per non riconoscere la tua pancia e il
tuo culo grasso! - "Senti chi parla" pensai.
- Co-co-comm... lei non dovrebbe riconoscerci, signor Blaylock! - ri-
spose l'uomo che era stato chiamato Dick con voce piagnucolosa e petu-
lante e io mi resi conto con raddoppiata sorpresa che quell'uomo era il si-
gnor Dick Moultry e l'altro era Biggun Blaylock, il terribile capo del clan
Blaylock in persona.
Anche Ben se ne rese conto. - Andiamo via di qui! - bisbigli, ma
Davy Ray gli sibil: - Sta' zitto!
- Bene - disse Biggun, con le mani sui fianchi massicci - non me ne
frega niente se anche vi vestite di sacco e vi cospargete il capo di cenere.
Avete portato i soldi?
- S, signore. - Il signor Moultry si infil una mano in tasca e ne e-
strasse un rotolo di banconote.
- Contali - ordin Biggun.
- S, signore. Cinquanta... cento... centocinquanta... duecento... - Con-
tinu a contare finch arriv a quattrocento dollari. - Prendi i soldi, Wade
- disse Biggun e l'uomo con la camicia coi lustrini si fece avanti per
prenderli.
- Un momento - disse il secondo uomo mascherato. - Dov' la roba?
- Parlava con una voce bassa e roca, che sembrava contraffatta, eppure
quella voce io l'avevo gi sentita.
- Bodean, tira fuori quello che vuole questo tizio - disse Biggun e
Bodean tolse le chiavi della Cadillac dal quadro e and verso il bagagliaio.
Lo sguardo di Biggun non si mosse dal tizio con la voce falsa. Ero felice
che non fosse puntato su di me, perch sembrava cos intenso da bucare il
ferro. -  roba buona, di qualit - disse Biggun. - Proprio quello che
avete chiesto.
- Sar meglio, con quello che costa.
- Volete una dimostrazione? - chiese Biggun e sorrise, mettendo in
mostra una fila di denti scintillanti. - Se fossi in te, amico, mi sbarazzerei
di quel sigaro.
L'uomo mascherato tir un'ultima boccata, quindi si gir e gett il sigaro
proprio nel punto in cui eravamo nascosti. Cadde tra gli aghi di pino a cir-
ca un metro da me e io vidi il bocchino di plastica tutto masticato. Sapevo
chi fumava sigari con un bocchino cos: il signor Hargison, il nostro posti-
no.
Bodean aveva aperto il bagagliaio. Lo richiuse nuovamente e si avvicin
ai due uomini mascherati portando sulle braccia una piccola scatola di le-
gno. La portava con delicatezza, come se fosse un bambino addormentato.
- Voglio vederla - disse il signor Hargison con una voce che non gli
avevo mai sentito usare.
- Mostragli quello che comprano - disse Biggun a suo figlio. Bodean
fece scattare una chiusura con molta cautela e apr la scatola per far vedere
cosa c'era dentro. Nessuno di noi riusciva a vedere dentro alla scatola, ma
il signor Moultry fece un passo avanti per guardare e fece un fischio di ap-
provazione da dietro la maschera.
- Vi va bene? - chiese Biggun.
- S, andr bene - disse il signor Hargison. - Non sapranno mai cosa
li ha colpiti finch non si ritroveranno a ballare il tip-tap all'inferno.
- Ce ne ho messo uno in pi. - Biggun sorrise di nuovo e io pensai
che sembrava Satana in persona. - Per buon augurio - disse. - Chiudi,
Bodean. Wade, prendi i soldi.
- Davy Ray! - sussurr Ben. - Qualcosa mi sta camminando addos-
so!
- Sta' zitto, tonto!
- Sul serio, ho qualcosa addosso!
- Avete sentito niente? - chiese il signor Moultry e quelle parole mi
fecero gelare il sangue nelle vene.
Gli uomini rimasero in silenzio. Il signor Hargison afferr la scatola con
tutt'e due le mani e Wade Blaylock prese il rotolo di denaro. La testa di
Biggun gir lentamente da una parte all'altra, frugando il bosco con gli oc-
chi di fuoco. In lontananza la civetta cantava. Ben emise un gemito basso e
terrorizzato. Io mi gettai ad abbracciare la terra, col mento sepolto tra gli
aghi di pino e col sigaro del signor Hargison che continuava a bruciare da-
vanti al mio naso.
- Io non sento niente - disse Wade Blaylock e port i soldi a suo pa-
dre. Biggun li cont di nuovo, con la lingua che si muoveva avanti e indie-
tro sul labbro inferiore, e poi se li infil in tasca. - Va bene - disse ai
due uomini mascherati. - Penso che il nostro affare si concluda qua, si-
gnori. La prossima volta che avete un ordine speciale, sapete dove trovar-
mi. - Inizi ad arrancare verso la Cadillac e Bodean si lanci ad aprirgli
la porta.
- Grazie molte, signor Blaylock. - Qualcosa nella voce del signor
Moultry mi fece pensare a un cane malandato che cerca di ingraziarsi un
padrone cattivo. - Noi la ringraziamo per...
- Raaagniii!!!
La terra smise di girare. La civetta si ammutol. La Via Lattea fece un
ultimo bagliore prima di spegnersi.
Ben url di nuovo: - Ragni! - Prese a dimenarsi selvaggiamente tra
gli aghi di pino. - Ce li ho tutti addosso!
Io non riuscivo neanche a respirare. Proprio non ci riuscivo. Davy Ray
guardava Ben a bocca aperta, mentre questi continuava a dibattersi e a ur-
lare. I cinque uomini erano immobili, gelati, e guardavano tutti nella nostra
direzione. Il mio cuore martellava. Passarono tre secondi lunghi come una
vita e poi l'urlo di Biggun Blaylock squarci la notte: - Prendeteli!
- Correte! - url Davy Ray, cercando di mettersi in piedi. - Correte!
Wade e Bodean ci stavano inseguendo, le loro ombre rese pi grandi
dall'incrociarsi dei fari. Davy Ray stava gi correndo nella direzione da cui
eravamo venuti e, mentre mi alzavo e scappavo, dissi: - Corri, Ben! -
Ben lanci un grido rauco e si tir su a fatica, cercando freneticamente di
togliersi qualcosa dai vestiti, battendosi con le mani. Guardai dietro di me
e vidi Wade che stava per raggiungere Ben, ma all'ultimo momento Ben
fece uno scatto miracoloso e Wade si trov ad afferrare solo aria. - Tor-
nate indietro, piccoli bastardi! - url Bodean, lanciandosi all'inseguimen-
to di me e di Davy Ray. - Prendeteli, maledizione! - tuon Biggun. -
Non fateveli scappare!
Davy Ray era veloce, devo dargliene atto. Presto rimasi indietro. L'unico
guaio era che la torcia l'aveva lui. Io non vedevo dove andavo e sentivo il
respiro affannoso di Bodean dietro di me. Osai guardare nuovamente alle
mie spalle, ma Ben era andato in un'altra direzione con Wade alle calca-
gna.
Non so se ci stessero inseguendo anche il signor Hargison e il signor
Moultry. Bodean Blaylock allung le braccia e stava per acchiapparmi per
il colletto. Io abbassai la testa e cambiai direzione e lui scivol sugli aghi
di pino. Io continuai a correre, nella foresta buia. - Davy Ray! - gridai,
perch non riuscivo pi a vedere la sua luce - Dove sei?
- Quaggi, Cory! - rispose, ma io non capivo dove fosse. Dietro di
me, sentivo Bodean aprirsi la strada tra i cespugli. Dovevo continuare a
correre, la faccia coperta di sudore. - Cory! Davy Ray! - url Ben da
qualche parte alla mia destra. - Maledizione, riportateli qui! - url Big-
gun infuriato. Non osavo pensare a cosa ci avrebbero fatto quella mostruo-
sa montagna di carne e la sua prole, poich qualsiasi cosa stessero facendo
l era sicuramente qualcosa che volevano tenere segreta.
Feci per chiamare Ben, ma come aprii la bocca, scivolai col piede sini-
stro sugli aghi di pino e improvvisamente mi ritrovai a rotolare gi per una
scarpata come un sacco di grano.
Rotolai tra cespugli e rampicanti e, quando finalmente mi fermai, ero co-
s spaventato e stordito che quasi vomitai i marshmattow tostati. Rimasi l,
a pancia in gi, il mento scorticato per aver picchiato contro, aspettando
che una mano uscisse dal buio e mi afferrasse per la collottola. Sentii il
rumore di rami spezzati: Bodean era vicino. Trattenni il respiro, temendo
che potesse sentire i battiti del mio cuore: li sentivo rimbombare nelle o-
recchie come un intero battaglione di tamburini che pestava su un'incudine
con delle mazze: se Bodean non riusciva a sentirli, doveva essere sordo
come una campana.
La sua voce mi arriv da sinistra: - Tanto vale che ci rinunci, ragazzo.
Lo so dove sei.
Era cos convincente che fui l l per rispondergli. Ma poi mi resi conto
che lui era al buio quanto me. Tenni la bocca chiusa e la testa bassa.
Pochi secondi dopo, Bodean grid da un po' pi lontano: - Vi tro-
veremo! Ah, s, state tranquilli che vi troveremo uno per uno, maledetti
spioni!
Si stava allontanando. Aspettai ancora un paio di minuti, ascoltando i
Blaylock che si chiamavano l'un l'altro. Evidentemente, sia Davy Ray che
Ben erano scappati e Biggun era furioso. - Dovete trovarli, quei ragazzi,
anche se ci volesse tutta la fottutissima notte! - rugg, rivolto ai figli, e
questi risposero miti: - S, signore. - Pensai che avrei fatto meglio ad al-
lontanarmi finch avevo buone possibilit, cos mi alzai e strisciai via co-
me un cucciolo bastonato.
Non sapevo proprio dove stessi andando. Sapevo solo che dovevo mette-
re pi distanza possibile tra me e i Blaylock. Pensai di tornare sui miei
passi e cercare gli altri, ma avevo paura che i Blaylock mi acchiappassero.
Continuai a camminare nel buio. Se anche c'erano linci e serpenti a sona-
gli, non potevano essere peggiori delle bestie a due gambe che mi stavano
inseguendo. Camminai per circa mezz'ora prima di trovare un masso con-
tro cui raggomitolarmi e, sotto le stelle, mi resi conto della mia difficile si-
tuazione: il mio zaino, con tutto il suo contenuto, era rimasto al campo,
ovunque questo fosse. Non avevo cibo, n acqua, n torcia, n fiammiferi e
la bussola ce l'aveva Davy Ray.
Un pensiero mi schiacci: la mamma aveva ragione. Avrei dovuto aspet-
tare d avere tredici anni.
8
Chile Willow
Avevo gi passato prima di allora notti interminabili. Come quando mi
ero preso un'infiammazione alla gola, non potevo dormire, e ogni minuto
era un tormento. O quando Rebel aveva i vermi e io ero rimasto sveglio
tutta la notte sentendolo tossire e lamentarsi. La notte che passai accovac-
ciato contro quel masso, per, fu un'eternit di rimpianti, paura e disagio,
tutti condensati in sei ore. Di una cosa ero sicuro: quello era il mio ultimo
campeggio. Sobbalzavo a ogni rumore immaginario. Scrutavo nel buio e
vedevo figure in agguato dove c'erano solo pini scheletriti. Avrei dato tutti
i miei numeri di National Geographic in cambio di due sandwich col burro
di noccioline e una bottiglia di Green Spot. A un certo punto, poco prima
dell'alba, le zanzare mi scoprirono. Erano cos grandi che avrei potuto af-
ferrarle per le zampe e farmi dare un passaggio in volo fino a Zephyr. Ero
infelice, dai morsi di zanzara alla pancia che brontolava per la fame.
Tra scacciar zanzare e ascoltare il suono di passi furtivi che venivano
verso di me, ebbi molto tempo per chiedermi cosa ci fosse nella scatola
che il signor Moultry e il signor Hargison avevano pagato quattrocento
dollari. Ragazzi, erano una fortuna! Se c'entravano i Blaylock, doveva es-
sere qualcosa di illegale. Che cosa avevano in mente di fare il signor
Moultry e il signor Hargison con il contenuto di quella scatola? Continua-
va a tornarmi in mente una cosa che aveva detto il signor Hargison: Non
sapranno mai che cosa li ha colpiti finch non si ritroveranno a ballare il
tip-tap all'inferno.
Qualsiasi cosa fosse, era cos losca da essere condotta a tarda notte in
mezzo ai boschi, e non avevo dubbio che i Blaylock ci avrebbero tagliato
la gola, e forse lo avrebbero fatto anche il signor Moultry e il signor Hargi-
son, per tenerla segreta.
Quando finalmente il sole cominci a sorgere, dipingendo il cielo di rosa
e di porpora, pensai che avrei fatto meglio a muovermi, nel caso in cui i
Blaylock fossero stati nelle vicinanze. Il giorno prima avevamo seguito il
sole, ed era pomeriggio, quindi scelsi di dirigermi a est. Mi misi in marcia,
con le gambe che mi facevano male e il cuore malato di nostalgia di casa.
Pensavo che avrei potuto arrivare in un punto molto alto e vedere
Zephyr o il Saxon's Lake, o almeno una strada, o i binari della ferrovia.
Quando arrivai in cima alle colline, per, vidi soltanto altri boschi. Ma un
paio d'ore dopo l'alba ebbi un colpo di fortuna: un jet mi pass urlando sul-
la testa, e vidi che stava facendo scendere il carrello per l'atterraggio.
Cambiai direzione di qualche grado, dirigendomi verso quella che speravo
fosse la base aerea. Ma il bosco sembrava farsi pi fitto invece che dira-
darsi. Il sole si stava facendo pi caldo, e su quel terreno scosceso presto
mi ritrovai bagnato di sudore. Tornarono i moscerini, con tutti i loro fratel-
li, sorelle, zii e cugini e si misero a ronzarmi intorno come un alone scuro.
Presto udii l'urlo di altri jet, anche se non riuscivo a vederli attraverso gli
alberi, e poi sentii il sordo rimbombo di esplosioni. Mi fermai, rendendomi
conto che mi trovavo vicino al poligono di prova dei bombardieri. Dal cri-
nale successivo potei vedere scure volute di fumo e di polvere sollevarsi
nel cielo verso quello che nei miei calcoli doveva essere il nordest. Questo
significava una lunga e difficile marcia per tornare a casa.
La mia pancia e il sole allo zenith mi dicevano che era mezzogiorno pas-
sato. A quell'ora avrei gi dovuto essere a casa. Presto mia madre avrebbe
cominciato a dare i numeri e mio padre avrebbe cominciato a scaldare la
mano con cui me le avrebbe suonate. Quello che mi avrebbe fatto pi ma-
le, per, sarebbe stato il dover ammettere che non ero adulto quanto pen-
sassi.
Proseguii, costeggiando l'area in cui venivano lanciate le bombe. L'ulti-
ma cosa di cui avevo bisogno era un incontro ravvicinato con qualche cen-
tinaio di chili di esplosivo ad alto potenziale. Mi feci strada tra grovigli di
rovi che mi morsero la carne e mi lacerarono i vestiti, ma strinsi i denti e
presi quello che veniva. Piccole ondate di panico continuavano ad assalir-
mi e la mia mente vedeva serpenti a sonagli ovunque. Se mai avevo desi-
derato di saper volare, quello era il momento.
E poi, tutto a un tratto, emersi dal bosco di pini in una verde e frondosa
radura. Il sole si rifletteva sull'acqua increspata di un piccolo stagno, dove
una ragazza stava nuotando. Non doveva essere l da molto, perch solo le
punte dei suoi lunghi capelli dorati erano bagnate. Era scura come una
bacca e l'acqua le brillava sulle braccia e sulle spalle mentre nuotava avanti
e indietro. Stavo per chiamarla quando lei si gir sulla schiena e vidi che
era nuda.
Il mio cuore fece un balzo e mi nascosi immediatamente dietro a un al-
bero, temendo pi di ogni altra cosa di spaventarla. Le sue gambe si muo-
vevano con grazia e i piccoli boccioli dei suoi seni spuntavano dall'acqua.
Non portava niente neanche per coprire la zona tra le lunghe cosce affuso-
late e io mi vergognavo a guardarla, ma i miei occhi erano affascinati. Si
gir e scivol sott'acqua. Quando riemerse, a met dello stagno, si tolse le
lunghe chiome dalla fronte gettandole all'indietro e si rigir nuovamente
sulla schiena, guardando in su verso il cielo azzurro.
Ora, quella s che era una situazione interessante. L in piedi, affamato e
assetato, coperto di punture di zanzare e graffi di rovi, sapendo che a quel-
l'ora i miei genitori stavano chiamando lo sceriffo e il comandante dei
pompieri, e a dieci metri da me c'era uno stagno verde scintillante con una
ragazza bionda e nuda che nuotava. Non l'avevo ancora guardata bene in
faccia, ma capivo che era pi grande di me, forse sui quindici o sedici anni.
Era lunga e magra e nuotava non con la rumorosa spensieratezza di una ra-
gazzina, ma con una grazia elegante e naturale. Vidi i suoi vestiti in terra,
ai piedi di un albero all'altro lato dello stagno, da cui partiva un sentiero
che si inoltrava tra gli alberi. La ragazza si tuff sott'acqua, scalciando con
le gambe, quindi riemerse e nuot lentamente verso i vestiti. Si ferm, ta-
stando con i piedi il fondo scivoloso. Quindi inizi a risalire la sponda. Era
giunto il momento della verit.
- Aspetta! - gridai.
Si volt di scatto. Divent rossa in viso e le mani volarono a coprire i
seni, quindi si accucci nell'acqua fino alla gola. - Chi ? Chi  stato?
- Sono stato io - dissi, uscendo timoroso dal mio nascondiglio. - Mi
dispiace.
- Chi sei? Da quanto tempo eri l?
- Solo da un paio di minuti - dissi e poi continuai con una bugia in-
nocua: - Non ho visto niente.
La ragazza mi fissava a bocca aperta, indignata, coi capelli bagnati on-
dulati sulle spalle. Il viso era illuminato da una lama di luce che filtrava
dagli alberi e dietro alla sua rabbia, ebbi una visione di grande bellezza.
Cosa che mi sorprese, perch la forza della sua bellezza mi colp violenta e
improvvisa. Ci sono molte cose che un ragazzo considera belle: la vernice
brillante di una bicicletta, la lucentezza del pelo di un cane, il cantare di
uno yo-yo mentre va su e gi, la luna gialla del plenilunio, l'erba verde di
un prato e qualche ora tutta per s. Il volto di una ragazza, per quanto bel-
lo, normalmente non rientra tra le cose pi apprezzate. In quel momento,
per, mi dimenticai della pancia vuota, delle punture di zanzara e dei graffi
dei rovi. Una ragazza, col viso pi bello che avessi mai visto, mi stava
guardando coi suoi occhi color fiordaliso, e io ebbi la sensazione di sve-
gliarmi in un mondo che non sapevo esistesse, dopo un sonno lungo e pro-
fondo.
- Mi sono perso - riuscii a dire.
- Da dove vieni? Mi stavi spiando?
- No. Io... vengo da quella parte. - Indicai con un gesto il bosco dietro
di me.
- Stai raccontando una storia! - disse lei secca. - Non c' nessuno
che vive su quelle colline l!
- S - dissi. - Lo so.
Rimase rintanata nell'acqua, stringendosi le braccia al petto. Vedevo che
la rabbia stava gradualmente svanendo, perch il suo sguardo si stava am-
morbidendo. - Perso! - ripet. - Dove vivi?
- A Zephyr.
- Ah, ora sono sicura che mi stai raccontando una storia! Zephyr  dal-
l'altra parte della valle.
- La scorsa notte ci siamo accampati nei boschi - le dissi. - Io e i
miei amici. Poi  successo qualcosa e mi sono perso.
- Cosa  successo?
Feci spallucce. - Degli uomini ci hanno inseguito.
- Mi stai dicendo la vera verit?
- S, te lo giuro.
- Fin da Zephyr? Devi essere morto!
- Quasi - dissi.
- Voltati - mi disse. - E non provare a guardarmi finch non te lo
dico io. D'accordo?
- D'accordo - dissi e mi voltai. La sentii uscire dall'acqua e nella mia
mente la vidi nuda dalla testa ai piedi. Sentii il fruscio dei vestiti. Dopo un
minuto o due disse: - Ora puoi girarti. - Quando la guardai di nuovo in-
dossava una maglietta rosa, un paio di blue-jeans e scarpe da ginnastica. -
Come ti chiami? - mi chiese, togliendosi i capelli dalla fronte.
- Cory Mackenson.
- Io sono Chile Willow - disse. - Vieni con me, Cory.
Oh, come pronunciava bene il mio nome.
La seguii lungo il sentiero tra gli alberi. Era pi alta di me. Non cammi-
nava come una ragazzina. Immaginai che avesse sedici anni. Camminando
dietro di lei, inalavo il suo profumo come l'aroma della rugiada sull'erba
tagliata di fresco. Cercavo di mettere i piedi dove li metteva lei. Se avessi
avuto una coda avrei scodinzolato. - Non vivo molto distante - disse
Chile Willow e io risposi: - Bene.
Lungo una strada sterrata c'era una baracca col tetto di carta catramata,
con un pollaio vicino e la carcassa di una macchina mangiata dalla ruggine
appoggiata su blocchetti di cemento nel cortile pieno di erbacce. Quel po-
sto era perfino peggio di quella casa sgangherata in cui nonno Jaybird ave-
va perso la camicia giocando a poker. Avevo gi notato che i jeans di Chi-
le erano laceri e rattoppati e che la sua maglietta aveva buchi grossi come
monetine. In confronto a dove viveva, persino la pi povera casa di Bruton
sembrava un palazzo. Spinse la zanzariera che si apr cigolando e disse
nella penombra: - Mamma! Ho trovato una persona!
Io entrai in casa dietro di lei. Il soggiorno puzzava di fumo di sigaretta
rancido e cime di rapa. Una donna era seduta su una sedia a dondolo, fa-
cendo la maglia mentre si dondolava. Mi guard con gli stessi occhi color
fiordaliso della bellissima figlia, ma il suo viso era tutto una ruga e cotto
dal duro lavoro sotto il sole. - Caccialo fuori! - disse, senza smettere di
sferruzzare.
- Si  perso - le disse Chile. - Si era perso, cio. Dice che viene da
Zephyr.
- Zephyr - disse la donna. I suoi occhi tornarono a posarsi su di me.
Indossava una sottoveste blu scuro con un ricamo giallo sul davanti e cia-
batte di gomma. - Sei ben lontano da casa, ragazzo. - Aveva la voce
bassa e roca, come se il sole le avesse asciugato anche i polmoni. Su un ta-
volino tutto rovinato vicino a lei c'era un posacenere strapieno di mozzico-
ni di sigaretta, e una mezza sigaretta ancora accesa.
- S, signora. Vorrei tanto chiamare i miei. Posso usare il suo telefono?
- Non ce l'abbiamo il telefono. Qui non siamo a Zephyr.
- Ah. Be', qualcuno potrebbe portarmi a casa?
La madre di Chile prese la sigaretta dal posacenere, tir una lunga boc-
cata e la rimise gi. Quando parl, il fumo le sfugg dalla bocca. - Bill si
 preso il camioncino. Ha detto che lo riportava subito.
Io volevo chiederle quando potesse essere quel "subito", ma non sarebbe
stato educato. - Posso avere un bicchiere d'acqua? - chiesi a Chile..
- Certo. Dovresti anche toglierti quella camicia.  da strizzare, tanto 
bagnata. Su, toglitela. - Mentre Chile andava nella piccola squallida cu-
cina, mi sbottonai la camicia e me la scollai dalla pelle. - Sei finito nei
rovi, ragazzo, eh? - disse la madre di Chile, col fumo che le usciva dalla
bocca. - Chile, porta qui la tintura di iodio e medica questo ragazzo. -
Chile rispose: - S. - Io piegai la camicia fradicia di sudore e rimasi l in
attesa del dolore e del piacere.
Chile dovette pompare l'acqua dal lavandino della cucina. L'acqua gor-
gogli e usc con violenza. Quando me la porse, in un bicchiere di plastica
opaca con sopra la figura di Fred Flintstone, era calda e sporca di marrone.
Ne bevetti un sorso e sentii un cattivo odore. E poi il viso di Chile si avvi-
cin al mio e la dolcezza del suo alito era come il profumo delle rose ap-
pena sbocciate. Aveva in mano un batuffolo d cotone e una bottiglia di
tintura di iodio. - Ti far un po' male - disse.
- Pu sopportarlo - rispose sua madre al mio posto.
Chile si mise al lavoro. Io sussultavo e trattenevo il respiro ogni volta
che il bruciore iniziava e poi aumentava. Mentre la dolorosa operazione
proseguiva, guardavo i capelli di Chile che si stavano asciugando e le ca-
devano in morbide onde sulle spalle. Chile si mise in ginocchio davanti a
me, lasciando strisce di rosso sulla mia pelle col batuffolo di cotone. - Te
la stai cavando bene - disse. Io le sorrisi anche se mi faceva cos male
che avrei voluto mettermi a piangere.
- Quanti anni hai, ragazzo? - indag la madre di Chile.
- Dodici. - E poi un'altra bugia innocua: - Ne far tredici presto. -
Continuavo a guardare gli occhi di Chile. - E tu quanti anni hai? - le
chiesi.
- Io? Ah, io sono vecchia. Sedici.
- Vai alle superiori?
- Ci sono andata un anno - disse. - E mi  bastato.
- Non vai a scuola? - Ero meravigliato da questo fatto. - Uau!
- Va a scuola - disse la madre, sempre sferruzzando. - Alla scuola
della vita, come ho fatto io.
- Oh, mamma - disse Chile: dalla sua bocca, ad arco di Cupido, anche
solo due parole suonavano come musica.
Mi dimenticai del bruciore. Il dolore non era nulla per un uomo come
me. Come aveva detto la madre di Chile, potevo sopportarlo. Mi guardai
intorno nella stanza deprimente, con i quattro mobili sgangherati e sporchi,
e quando i miei occhi si posarono nuovamente sul viso di Chile fu come
vedere il sole dopo una lunga notte di temporale. Anche se la tintura di io-
dio era crudele, il tocco di lei era delicato. Immaginai che dovessi piacerle,
visto che era cos delicata. L'avevo vista nuda. In tutta la mia vita non ave-
vo visto nessuna donna nuda, a parte mia madre. Ero stato con Chile Wil-
low solo poco tempo, ma che cos' il tempo quando il cuore parla? In quel
momento, il mio cuore stava parlando a Chile Willow, mentre mi puliva le
ferite e mi regalava un sorriso. Il mio cuore diceva: Se tu fossi la mia ra-
gazza ti darei cento lucciole in un barattolo, cos potresti sempre vedere la
tua strada. Ti darei un prato pieno di fiori selvatici, uno diverso dall'altro.
Ti darei la mia bicicletta, col suo occhio dorato per proteggerti. Scriverei
una storia per te, in cui tu saresti una principessa che vive in un castello di
marmo bianco. Se solo ti piacessi, io ti regalerei la magia. Se solo ti pia-
cessi.
Se solo...
- Sei un ragazzino coraggioso - disse Chile.
Da una stanza sul retro della casa, un bambino si mise a piangere.
- Oh, Ges! - disse la madre di Chile e pos il lavoro a maglia. -
Bubba si  svegliato. - Si alz e si diresse verso il punto da cui proveniva
il pianto, con le ciabatte di plastica che sbatacchiavano sulle assi malanda-
te del pavimento.
- Gli do da mangiare tra un minuto - disse Chile.
- No, faccio io. Bill sar qui tra poco, e se fossi in te, mi rimetterei
quell'anello. Lo sai che diventa matto.
- Uh-uh, come se non lo sapessi. - Questo lo disse a voce bassissima,
tra s e s. I suoi occhi si erano incupiti. Mi pul l'ultima ferita e richiuse la
bottiglietta di tintura di iodio. - Ecco qui. Fatto.
La madre di Chile ritorn nella stanza, reggendo un bambino che non
avr avuto neanche un anno. Io rimasi fermo in mezzo alla stanza, con la
pelle che urlava per il bruciore. Chile si alz e and in cucina. Quando tor-
n portava una sottile vera d'oro all'anulare della mano sinistra. Prese il
bambino dalle braccia della madre e prese a cullarlo e a cantargli qualcosa
piano piano.
-  cos capriccioso - disse la donna. - Diventer un bel diavoletto,
questo  sicuro. - And alla finestra e scost le tende sottili. - Ecco che
arriva Bill. Ti dar un passaggio fino a casa, ragazzo.
Udii il camioncino sferragliare e fermarsi quasi sotto il portico. Una por-
tiera si apr e si richiuse con un tonfo. Poi Bill entr, aprendo la zanzariera,
alto, magro, coi capelli corti. Avr avuto s e no diciott'anni. Portava un
paio di jeans tutti sporchi e una camicia blu con una macchia di grasso sul
davanti. Aveva gli occhi scuri, sotto le palpebre pesanti, e masticava un
fiammifero. - E questo chi ? - chiese come prima cosa.
- Il ragazzo ha bisogno di uno strappo fino a Zephyr - gli disse la
madre di Chile. - Si  perso nei boschi.
- Io non ce lo porto a Zephyr! - protest Bill imbronciato. - In quel
camioncino ci fa pi caldo che all'inferno!
- Dove sei stato? - chiese Chile, tenendo il bambino tra le braccia.
- Ho riparato quel motore al vecchio Walsh. E se pensi che sia stato
divertente, ti sbagli! - Le lanci un'occhiata mentre lei gli passava davan-
ti per andare in cucina. Ma lo sguardo le pass attraverso, come se lei non
ci fosse neppure. Gli occhi di Chile erano come morti.
- Hai preso dei soldi? - gli grid la madre di Chile.
- S, ho preso dei soldi! Pensa che sia cos stupido da non farmi dare
dei soldi per un lavoro come quello?
- Bubba ha bisogno di latte fresco! - disse Chile.
Sentii la pompa che tirava su altra acqua limacciosa. - Merda - mor-
mor Bill.
- Ce lo vuoi portare questo ragazzo a casa o no? - chiese la madre di
Chile.
- No - rispose lui.
- Tieni! - Chile porse il bambino alla madre. - Allora ce lo porto io.
- Col cavolo! - Bill torn nella stanza, con un altro bicchiere dei Flin-
tstone pieno di acqua marrone. - Tu non puoi andare da nessuna parte,
non hai la patente!
- Continuo a dirtelo che dovrei...
- Tu non hai bisogno di guidare - disse Bill e il suo sguardo le pass
nuovamente attraverso. - Il tuo posto  qui in questa casa. Glielo dica, si-
gnora Purcell.
- Io non mi immischio - disse quella, ma intanto non prese il bambi-
no. Si sedette sul dondolo, si mise la sigaretta in bocca e afferr il lavoro a
maglia.
Bill bevette l'acqua marrone e fece una smorfia. - E va bene. Al diavo-
lo! Lo porter alla stazione di servizio vicino alla base. Pu chiamare dal
telefono pubblico.
- Va bene per te, Cory? - mi chiese Chile.
- Io... - Mi girava la testa e la vista di quell'anello d'oro mi faceva ma-
le agli occhi. - Io credo di s.
- Bene. Farai meglio a prendere quello che ti offro oppure ti far uscire
a calci da quella porta - mi ammon Bill.
- Non ho i soldi per il telefono - dissi.
- Ehi, sei proprio mal preso, ragazzo! - Bill port il bicchiere in cuci-
na. - I miei soldi, di sicuro, non te li becchi!
Chile si mise una mano nella tasca dei jeans. - Io ho un po' di soldi -
disse e tir fuori un borsellino di plastica rossa a forma di cuore. Era tutto
screpolato per l'uso, il tipo di oggetto che una ragazzina potrebbe comprare
da Woolworth's per novantacinque centesimi. Lo apr. Dentro c'era qual-
che moneta. - Mi bastano dieci centesimi - le dissi. Lei mi diede una
monetina da dieci centesimi, una con sopra la testa di Mercurio, e io me la
misi in tasca. Mi sorrise, cosa che valeva una fortuna. - Arriverai a casa
sano e salvo.
- Lo so. - Guardai il viso del bambino e vidi che aveva gli stessi ma-
gnifici occhi color fiordaliso.
- Vieni, se vuoi che ti porti - disse Bill, dirigendosi verso la porta.
Non degn di uno sguardo n sua moglie n il bambino. Usc, la zanzariera
sbatt e sentii il motore del camioncino sbuffare.
Non riuscivo a separarmi da Chile Willow. Anni dopo, avrei sentito par-
lare della parola "chimica" tra due persone e del suo significato. Mio padre
mi avrebbe parlato delle api e dei fiori, ma naturalmente a quel punto avrei
gi saputo tutto dai miei compagni di scuola. In quel momento, tutto quello
che sapevo era che provavo un desiderio intenso: di essere pi grande, pi
alto, pi forte e bello. Di poter baciare le labbra di quel bellissimo viso e di
riportare indietro il tempo, cosicch lei non avesse il bambino di Bill tra le
braccia. Quello che volevo dirle, in quel momento, era: Avresti dovuto a-
spettare me.
- Su, tornatene a casa, ragazzo - disse la signora Purcell. Mi os-
servava attentamente, gli aghi fermi, e mi chiesi se lei sapesse cos'avevo
nella testa.
Non avrei mai pi rimesso piede in quella casa. Non avrei mai pi rivi-
sto Chile Willow. Lo sapevo e mi beavo di lei finch potevo.
Fuori, Bill suon il clacson. Bubba si mise di nuovo a piangere.
- Grazie - dissi a Chile, presi la mia camicia bagnata e uscii nel sole.
Il camioncino era dipinto di un colore verde bile, le fiancate erano tutte
ammaccate e la carrozzeria pendeva a sinistra. Un paio di dadi di velluto
rosso penzolavano dallo specchietto retrovisore. Salii dalla parte del pas-
seggero e una molla del sedile mi punse il sedere. Sul pavimento c'era una
scatola degli attrezzi e dei rotoli di filo metallico e, bench i finestrini fos-
sero aperti, l'interno puzzava di sudore e di un odore dolciastro, un odore
che pi tardi avrei imparato ad associare all'idea di miseria.
Guardai l'ingresso della casa e vidi Chile uscire nella luce del sole, cul-
lando il bambino. - Fermati a comprare un po' di latte, Bill! - grid. Vi-
di sua madre, ferma in piedi dietro di lei, nella penombra stantia della casa.
Mi resi conto che i loro visi si assomigliavano moltissimo, anche se uno
era provato dal tempo e dalle circostanze e, probabilmente, anche dall'ama-
rezza e dalle delusioni. Sperai che quello venisse risparmiato a Chile. Spe-
rai che non fosse mai costretta a chiudere in un cassetto il suo sorriso e
dimenticare dove aveva messo la chiave.
- Addio! - mi disse.
Io la salutai con la mano. Bill si allontan dalla casa e una nuvola di
polvere si sollev dalla strada tra Chile Willow e me.
L'asfalto cominci solo dopo due o tre chilometri. Bill guidava in silen-
zio e mi lasci a una stazione di servizio al confine della base dell'aeronau-
tica. Mentre scendevo mi disse: - Ehi, ragazzo, sta' attento a dove metti
l'uccello. - Quindi ripart e io rimasi l, solo, sull'asfalto bollente.
Il dolore era niente per un uomo come me.
Il proprietario della stazione di servizio mi mostr dov'era il telefono.
Feci per infilare la monetina da dieci centesimi nella fessura, ma non riu-
scivo a lasciarla cadere: me l'aveva data Chile Willow. Proprio non ci riu-
scivo. Chiesi al proprietario se mi prestava una monetina da dieci centesi-
mi, e gli dissi che mio pap gliel'avrebbe restituita. - Non sono una banca
- disse stizzito, per prese lo stesso una monetina dalla cassa. Un attimo
dopo la monetina cadeva tintinnando nel telefono pubblico. Composi il
numero e la mamma rispose al secondo squillo.
Dopo mezz'ora i miei arrivarono a prendermi. Ero preparato al peggio,
ma invece la mamma mi diede una abbraccio cos forte da rompermi le co-
stole e pap mi sorrise scompigliandomi i capelli. Capii di essere a posto.
Sulla via di casa, mi dissero che Davy Ray e Ben avevano raggiunto
Zephyr verso le sette di quella mattina e che lo sceriffo Amory era a cono-
scenza di tutta la storia, che i due uomini mascherati avevano comprato
qualcosa da Biggun Blaylock e che poi i Blaylock ci avevano inseguiti nel-
la foresta. - Gli uomini con le maschere erano il signor Hargison e il si-
gnor Moultry - dissi. Mi sentii in colpa per quello, perch ricordavo bene
che era stato il signor Hargison a salvarci la pelle dai Branlin. Ma, ciono-
nostante, lo sceriffo doveva saperlo.
Oltrepassammo la base dell'aeronautica, con le sue piste, le baracche e
gli edifici protetti da un alto reticolato con in cima del filo spinato. Percor-
remmo la strada che attraversava la foresta, superando il punto da cui par-
tiva la strada secondaria che portava alla casa delle ragazze di malaffare.
Pap rallent impercettibilmente mentre costeggiavamo il Saxon's Lake,
ma non lo guard. Il punto esatto in cui avevo visto quella figura ferma ora
era nascosto dall'alta vegetazione estiva. Quando ci lasciammo il lago alle
spalle, pap acceler.
Quando arrivai a casa, fui colmato di attenzioni. La mamma mi diede
una ciotola piena di gelato al cioccolato e tutti i biscotti Oreo che riuscii a
mangiare. Pap mi chiamava "amico" e "socio" ogni tre secondi. Persino
Rebel non la smetteva pi di leccarmi la faccia. Ero stato restituito dalla
natura selvaggia e stavo bene.
Naturalmente vollero sapere tutto della mia avventura, e insistettero per
saperne di pi sulla ragazza che mi aveva curato le ferite. Io dissi loro co-
me si chiamava, che aveva sedici anni, e che era bella come Biancaneve
nel film di Walt Disney. - Penso proprio che l'amico, qui, si sia preso una
cotta per lei - disse pap e la mamma rise. - Ah, non ho tempo per le
ragazze grandi, io! - dissi.
Ma mi addormentai sul divano stringendo la monetina da dieci centesimi
nella mano.
Quella domenica pomeriggio, prima del tramonto, lo sceriffo Amory
venne da noi. Era gi stato da Davy Ray e Ben, e ora toccava a me essere
interrogato. Ci sedemmo sotto il portico, con Rebel spaparanzato sotto la
mia sedia che ogni tanto alzava la testa per darmi una leccatina alla mano,
mentre in distanza il tuono brontolava tra le nubi scure. Ascolt il mio rac-
conto a proposito della scatola di legno e quando gli dissi che gli uomini
mascherati erano Dick Moultry e Gerald Hargison, lui disse: - Perch
pensi che fossero loro, Cory, se non hai potuto vederli in faccia?
- Perch Biggun Blaylock ha chiamato quello grasso Dick e poi ho vi-
sto il sigaro che il signor Hargison ha buttato via, ed  del tipo che fuma
lui, con il bocchino di plastica bianca.
- Ho capito. - Annu e il suo viso lungo non trad alcuna emozione.
- Sai, probabilmente ci sono tanti qui in giro che fumano sigari come
quelli. E solo perch Biggun Blaylock ha chiamato un uomo per nome,
non significa che fosse Dick Moultry.
- Erano loro - dissi. - Erano loro due.
- Davy Ray e Ben mi hanno detto che non sanno chi fossero gli uomini
mascherati.
- Forse loro non lo sanno, ma io lo so, signore.
- Va bene. Allora cercher di sapere con sicurezza dove fossero Dick e
Gerald verso le undici di ieri sera. Ho chiesto a Davy Ray e a Ben se pote-
vano portarmi dove  successo tutto questo, ma hanno detto che non sa-
prebbero ritrovare il posto. E tu sapresti ritrovarlo?
- No signore. Ma era vicino a un sentiero.
- Hmm. Il problema  che ci sono un sacco di vecchie strade per il tra-
sporto della legna e di sentieri che attraversano quelle colline. Per caso non
hai visto cosa c'era dentro a quella scatola?
- No, signore. Ma qualsiasi cosa fosse, il signor Hargison ha detto che
avrebbe fatto ballare il tip-tap all'inferno a qualcuno.
Lo sceriffo Amory aggrott la fronte. Gli occhi neri gli brillavano con
rinnovato interesse. - Perch pensi che abbia detto una cosa del genere?
- Non saprei. Ma Biggun lo sa. Ha detto che ce ne ha messo uno in pi
nella scatola.
- Uno in pi di cosa?
- Non lo so. - Guardai i lampi serpeggiare all'orizzonte dal cielo ver-
so la terra. - Cercher Biggun Blaylock e glielo chieder?
- Biggun Blaylock - disse lo sceriffo -  un uomo invisibile. Sento
parlare di lui, so che cosa fanno lui e i suoi figli, ma non lo vedo mai. Io
credo che abbia un nascondiglio nei boschi, probabilmente vicino a dove
eravate voi ragazzi. - Anche lui osserv i lampi, intrecci le dita e fece
schioccare le nocche. - Se riuscissi a beccare uno dei suoi figli per qual-
che malefatta, forse potrei costringerlo a uscire allo scoperto, ma, per dirti
la verit, Cory, l'ufficio dello sceriffo a Zephyr pu contare praticamente
su una sola persona. Non ricevo molto denaro dalla contea. Diamine -
disse, e sorrise appena - ho avuto questo lavoro solo perch nessun altro
lo voleva. Mia moglie continua ad assillarmi perch lo lasci e torni a pittu-
rare case. - Si strinse nelle spalle. - Be' - disse, lasciando perdere quei
pensieri - un sacco di gente qui in giro ha paura dei Blaylock, special-
mente di Biggun. Dubito di poter arruolare pi di cinque o sei uomini per
aiutarmi a setacciare i boschi alla sua ricerca. E quando mai lo trovassimo,
se mai ci riuscissimo, lui saprebbe che lo stiamo cercando molto prima che
noi arrivassimo da lui. Capisci il problema, Cory?
- S, signore. I Blaylock sono pi potenti della legge.
- No, non pi potenti della legge - mi corresse. - Solo molto pi cat-
tivi.
Si stava preparando un temporale. Il vento soffiava forte tra gli alberi.
Rebel si tir su e annus l'aria.
Lo sceriffo Amory si alz. - Ora devo andare - disse. - Grazie per il
tuo aiuto. - Nella luce morente mi apparve vecchio e afflitto, le spalle
leggermente curve. Salut mamma e pap attraverso la zanzariera e pap
usc per accompagnarlo alla macchina. - Abbi cura di te, Cory - mi dis-
se, quindi lui e pap si avviarono insieme verso la sua macchina. Io rimasi
sotto il portico ad accarezzare Rebel, mentre lo sceriffo e pap parlavano
ancora per qualche minuto. Quando lo sceriffo se ne fu andato e pap torn
sotto il portico, era lui a sembrare afflitto. - Entra in casa, socio - disse,
e mi tenne aperta la porta. - Fuori si mette male.
Il vento url tutta la notte. La pioggia batteva forte e i lampi erano sca-
rabocchi nel cielo sopra la citt, come tracce lasciate da un dito misterioso.
Quella fu la notte in cui sognai per la prima volta le quattro ragazzine
negre, tutte vestite della festa e con le scarpe lucide, in piedi sotto all'albe-
ro senza foglie che continuavano a chiamare il mio nome, senza tregua.
9
L'estate finisce
Agosto stava morendo. E con esso l'estate. Giorni di scuola, giorni della
regola aurea, quelli ci attendevano al limitare dorato dell'autunno.
Parecchie cose accaddero negli ultimi giorni d'estate.
Seppi che lo sceriffo Amory era andato a interrogare il signor Hargison e
il signor Moultry. Le loro mogli avevano detto allo sceriffo che tutti e due
gli uomini erano stati sempre a casa, in quella particolare notte e che non
avevano messo il naso fuori. Lo sceriffo non poteva fare altro: dopotutto
non avevo visto in faccia i due uomini che avevano ritirato la scatola di le-
gno da Biggun Blaylock.
Arriv il numero di settembre di Famous Monsters. Quando la ritirai
dalla cassetta della posta, sulla busta che portava il mio nome, c'era una
lunga patacca verde di moccio.
Una mattina suon il telefono, la mamma and a rispondere e disse: -
Cory!  per te!
Andai al telefono. Era la signora Evelyn Prathmore che mi inform che
ero arrivato terzo nella sezione dei racconti brevi dello Zephyr Art Counci-
l's Writing Contest. Mi avrebbero dato una targa con su scritto il mio no-
me, mi disse. Ed ero pronto a leggere il mio racconto durante un incontro
alla biblioteca il secondo sabato di settembre?
Rimasi di stucco. Farfugliai un s. Nell'attimo in cui riattaccai fui colpito
prima da un'esplosione di gioia che quasi mi fece schizzare sul soffitto e
poi da un'ondata di terrore che quasi mi gett a terra. Leggere il mio rac-
conto? A voce alta? Davanti a una sala piena di gente che conoscevo appe-
na?
La mamma mi calm. Era parte del suo compito, e lo sapeva fare bene.
Mi disse che avevo moltissimo tempo per esercitarmi e che l'avevo resa
cos orgogliosa che si sentiva scoppiare. Chiam pap al caseificio e lui
disse che avrebbe portato a casa due bottiglie ghiacciate di latte al ciocco-
lato. Chiamai Johnny, Davy Ray e Ben per dar loro la notizia: anche loro
dissero che era grandioso e si congratularono con me, ma tutti e tre pron-
tamente soffiarono sul fuoco del mio nascente terrore compatendomi per il
fatto che dovevo leggere a voce alta il mio racconto. - E se ti si rompe la
cerniera dei pantaloni? - chiese Davy Ray. - E se cominci a tremare e
non riesci a tener ferme le pagine davanti agli occhi? - chiese Ben. - E
se apri la bocca per leggere e ti sparisce la voce e non riesci a pronunciare
una parola? - chiese Johnny.
Begli amici. Sapevano proprio come fare a gettarti gi dal piedestallo,
vero?
Tre giorni prima dell'inizio della scuola, in un sereno pomeriggio con un
solo filo di nuvole nel cielo, e una fresca brezza, andammo con le biciclette
al campo di baseball, coi guantoni attaccati ai manubri. Prendemmo posi-
zione intorno al diamante, che era tutto pieno di buche e di erbacce. Sul ta-
bellone dei punti c'era ancora la prova che la nostra squadra della Little
League non era sola nel suo dolore: anche la squadra dei grandi, i Quails,
aveva subito una sconfitta cinque a zero dalla squadra della base aeronau-
tica, gli High Flyers. In piedi, con pozze d'ombra intorno a noi, ci tiravamo
una palla dall'uno all'altro, parlando con una certa tristezza dell'estate che
stava finendo. Nel segreto dei nostri cuori eravamo eccitati per l'inizio del-
la scuola. Arriva il momento in cui la libert diventa... be', troppo libera.
Eravamo pronti a essere disciplinati, cos da poter volare ancora l'estate
seguente.
Facemmo dei tiri veloci e dei lanci curvi, dei tiri alti e dei rasoterra. Ben
riusciva a battere i migliori rasoterra che si fossero mai visti e Johnny era
bravissimo a far fare alla palla tutti gli effetti possibili immaginabili un at-
timo prima che ti finisse nel guantone. Peccato fossimo maghi del lancio,
tutti quanti. Be', c'era sempre la successiva stagione.
Eravamo l da circa quaranta minuti, gi tutti sudati, quando Davy Ray
disse: - Ehi, guardate un po' chi arriva! - Ci voltammo tutti. Attraverso
l'erba alta stava venendo verso di noi Nemo Curliss, con le mani sprofon-
date nelle tasche dei jeans. Era sempre magro come un palo, e sempre pal-
lido come un morto. Era sua madre che comandava, in quella casa, questo
 certo.
- Ciao! - gli dissi. - Ehi, Nemo! - lo chiam Davy Ray. - Vieni a
farci qualche lancio!
- Ah, magnifico! - disse Johnny, memore delle vesciche sulla mano.
- Mmh... perch non fai qualche lancio a Ben, invece?
Nemo scosse la testa, tenendo il viso basso. Continu ad attraversare il
campo, oltrepassando Johnny e Ben, e si avvicin a me che stavo alla casa
base. Quando si ferm e alz il viso, vidi che aveva pianto. Gli occhi, die-
tro alle lenti spesse, erano gonfi e arrossati e le lacrime gli avevano lascia-
to il segno lungo le guance.
- Cosa c' che non va? - gli chiesi. - Qualcuno ti ha picchiato?
- No - disse. - Io... io...
Davy Ray si avvicin, tenendo in mano la palla. - Cosa c', Nemo? Hai
pianto?
- Io... - Gli sfugg un piccolo singhiozzo. Stava cercando di con-
trollarsi, ma era troppo per lui. - Devo andare - disse.
- Andare? - Aggrottai la fronte. - Andare dove, Nemo?
- Via. - Fece un gesto con il braccio scheletrico. - Via.
Anche Ben e Johnny vennero alla casa madre. Eravamo tutti in circolo
intorno a Nemo, che singhiozzava e si asciugava il naso che colava. Ben
non riusciva a restare l a guardarlo, cos si allontan di qualche passo e
cominci a prendere a calci un sasso. - Io... fono andato a cava tua, per
dirtelo, e tua mamma mi ha detto che eravate qui - spieg Nemo. - Vo-
levo che lo fapeffi.
- Be', dov' che devi andare? Devi andare a trovare qualcuno?
- No. - Altre lacrime gli scesero lungo le guance. Era una visione ter-
ribile. - Dobbiamo travlocare, Cory.
- Traslocare? E dove?
- Non lo fo. In qualche pofto lontano da qui.
- Oddio! - disse Johnny. - Ma non siete rimasti a Zephyr neanche
un'estate intera!
- Speravamo che potessi giocare nella nostra squadra l'anno prossimo!
- gli disse Davy Ray.
- Gi - dissi io. - E pensavamo che saresti venuto alla nostra scuola.
- No. - Nemo continuava a scuotere la testa, gli occhi gonfi colmi di
angoscia. - No. Non poffo. Dobbiamo travlocare. Dobbiamo travlocare
domani.
- Domani? Perch cos presto?
- La mamma... dice che dobbiamo travlocare... cov pap pu vendere
le camicie.
Le camicie. Ah, gi, le camicie. Nessuno portava camicie bianche a
Zephyr. Dubitavo che qualcuno portasse camicie bianche in tutte le citt in
cui il signor Curliss portava sua moglie, suo figlio e i suoi campioni di tes-
suto. Dubitavo che qualcuno le avrebbe mai portate.
- Non poffo... - Nemo mi guard fisso e il dolore che vidi nel suo
sguardo mi fece male al cuore. - Non poffo neanche farmi degli amici -
disse - perch dobbiamo sempre traf-ferirci.
- Mi dispiace, Nemo - dissi. - Davvero, mi dispiace. Vorrei tanto
che tu non dovessi andartene. - D'impulso presi la palla da baseball dal
mio guantone e gliela porsi. - Ecco. Tieni questa, cos ti ricorderai dei
tuoi amici di Zephyr. D'accordo?
Nemo esit. Poi allung una mano e avvolse le dita magre della sua mi-
racolosa mano intorno alla palla e la accett. Qui Johnny mostr la sua ve-
ra classe. La palla era la sua, ma non disse mai una parola.
Nemo rigir la palla tra le mani pi volte e io vidi il riflesso delle cucitu-
re rosse nelle sue lenti. Guardava fisso quella palla da baseball come nelle
profondit di una sfera di cristallo. - Io voglio ftare qui - disse piano.
Tir su col naso. - Voglio ftare qui, andare a fcuola e avere degli amici.
- Mi guard. - Voglio effere come tutti gli altri. Voglio tanto ftare qui.
- Forse potresti tornare qualche volta - disse Johnny, ma era un mise-
ro tentativo. - Forse potresti...
- No - lo interruppe Nemo. - Non torner mai. Mai. Neanche per un
folo giorno. - Volt la testa, verso la casa che presto avrebbe lasciato.
Una lacrima gli scese lungo il viso e gli rimase tremolante appesa al men-
to. - La mamma dice che pap deve vendere le fue camicie cov poffiamo
avere i foldi. Certe volte di notte lei grida con lui e lo chiama buono a nul-
la e dice che non avrebbe mai dovuto fpovarlo. E lui le dice che ffar la
proffima citt. La proffima citt ffar quella buona. - Il volto di Nemo si
spost verso il mio. In quell'istante era cambiato. Stava ancora piangendo,
ma nei suoi occhi c'era una rabbia cos forte che quasi dovetti fare un passo
indietro per sottrarrai al suo calore. - Non ffar mai la proffima citt -
disse. - Continueremo a fpoftarci e a fpoftarci e mia mamma continuer a
gridare e mio pap continuer a parlare della proffima citt. Ma ffar una
bugia.
Ora Nemo stava in silenzio, ma la sua rabbia parlava per lui. Le sue dita
stringevano la palla, le nocche bianche, gli occhi fissi nel nulla.
- Ci mancherai, Nemo - dissi.
- Gi - disse Johnny. - Sei un tipo in gamba.
- Un giorno, salirai sul monte di lancio, Nemo - gli disse Davy Ray.
- E quando sei lass, faglielo vedere chi sei, hai capito?
- Fi - rispose, ma senza convinzione. - Vorrei tanto non dover... -
Ma non prosegu: non c'era scopo, perch era solo un bambino e doveva
andare.
Nemo si avvi verso casa, attraverso il campo, la palla stretta nella ma-
no. - Addio! - gli gridai, ma lui non rispose. Pensai a cosa dovesse esse-
re la sua vita: senza poter praticare lo sport per cui era naturalmente dotato,
chiuso in una serie di case, in una citt dopo l'altra, restando in ogni posto
solo il tempo sufficiente a farsi prendere in giro e picchiare, ma mai abba-
stanza perch i ragazzi scoprissero chi e cosa ci fosse dietro a quella pelle
pallida, al difetto di pronuncia, alle lenti spesse. Io non sarei mai riuscito a
sopportare una simile sofferenza.
Nemo url.
L'urlo gli usc fuori con una tale forza che ci fece trasalire. Poi si tra-
sform, divenne un lamento sempre pi alto, doloroso nella sua nostalgia.
Quindi Nemo si avvit, prima la testa e le spalle e poi le anche e io vidi
che i suoi occhi erano spalancati e pieni di rabbia, i denti serrati. Il braccio
si mosse in una visione confusa, la spina dorsale schiocc come una frusta
e lui lanci la palla in alto, quasi verticalmente, nel cielo.
La vidi salire. Continuare a salire e poi diventare un puntino nero. Poi il
sole la afferr.
Nemo era in ginocchio: l'urlo e il lancio l'avevano svuotato di ogni ener-
gia. Sbatt le palpebre, con gli occhiali di sghimbescio sul naso.
- Prendila! - disse Davy Ray, strizzando gli occhi. - Eccola che ca-
de!
- Dove? - chiese Johnny, alzando il guantone.
- Dov'? - chiesi io, allontanandomi dagli altri e cercando di vederla
nella luce abbagliante.
Anche Ben stava guardando in su. Teneva la mano col guantone lungo il
fianco. - Quell'accidenti! - disse piano. -  scomparsa.
Aspettammo, scrutando il cielo.
Aspettammo, con i guantoni pronti.
Aspettammo.
Io lanciai un'occhiata a Nemo. Si era alzato e stava andando verso casa,
n a passi lenti, n veloci. Rassegnato. Sapeva che cosa lo aspettava nella
prossima citt e in quella dopo ancora. - Nemo! - gridai. Continu ad
andare e non si volt.
Aspettammo che la palla cadesse.
Dopo un po', ci sedemmo sulla terra rossa. I nostri occhi scrutarono il
cielo, mentre le nuvole passavano leggere e il sole cominciava a scendere
verso ovest.
Nessuno parlava. Nessuno sapeva cosa dire.
Pi tardi, Ben avrebbe ipotizzato che il vento aveva spinto la palla nel
fiume. Johnny invece avrebbe detto che aveva incontrato uno stormo di
uccelli che l'avevano fatta deviare. Davy Ray avrebbe affermato che quella
palla era difettosa e che era andata in mille pezzi su nel cielo e che sempli-
cemente non avevamo visto l'involucro e l'interno cadere a terra.
E io?
Io ci credevo.
Il crepuscolo scese su di noi. Alla fine saltai in sella a Razzo, gli altri
montarono sulle loro biciclette e lasciammo il campo da baseball e i nostri
sogni d'estate.
Ora i nostri volti guardavano all'autunno. Io avrei dovuto raccontare a
qualcuno delle quattro ragazzine negre che vedevo in sogno, quelle tutte
vestite bene che mi chiamavano per nome sotto l'albero senza foglie. Avrei
dovuto leggere il mio racconto sull'uomo in fondo al Saxon's Lake di fron-
te a una sala piena di persone. Avrei dovuto scoprire cosa c'era in quella
scatola di legno che Biggun Blaylock aveva venduto nel cuore della notte
per quattrocento dollari.
Avrei dovuto aiutare mio padre a ritrovare la pace.
Continuammo a pedalare, quattro amici con il vento alle spalle e le stra-
de del futuro davanti a noi.
...
.
...
FINE Parte 2.